Passaggio a Nord-Est (33) – Serenissimamente

Quindici anni fa, nella notte fra l’8 e il 9 maggio del 1997, Piazza San Marco venne liberata, per poche ore, da un commando di 8 militanti della Veneta Serenissima Armata (VSA), armati di un vecchio fucile e, soprattutto, dell’indimenticabile mezzo corazzato Tanko.

Qualcuno dirà che parlare di “liberazione” della Piazza è del tutto fuori luogo. E invece no. Lo dimostra il trattamento riservato dalle “forze dell’ordine” (sic) ai manifestanti indipendentisti che hanno aderito, domenica scorsa, alla manifestazione indetta da Xoventù Independentista per ricordare l’azione dei Serenissimi (questi ultimi, peraltro, tutti puniti con durezza a suo tempo).

Qualcuno dirà ancora che “no, non si tratta di repressione, perchè ai manifestanti è stato impedito di inneggiare a quello che è stato riconosicuto essere un reato, e quindi li si è preservati, semmai, dall’accusa di apologia, ecc. ecc.”. E invece no, perchè lo stesso trattamento è stato riservato anche ad una trentina di cittadini veneti che in modo analogamente del tutto pacifico, hanno deciso di ritrovarsi sempre in Piazza San Marco, il 25 aprile scorso, cioè il giorno del patrono del Veneto, “armati” di bandiere e t-shirt, per celebrare la festa.

Festa della liberazione, per l’appunto. Ora e sempre indipendenza.

Tornano le quote latte (e torna anche Zaia)

Nei giorni scorsi, stando a quanto si apprende dalla stampa, Luca Zaia è stato sentito dal pubblico ministero di Milano Maurizio Ascione. La questione è sempre la stessa: un’indagine nata dall’inchiesta sulle quote latte.

Zaia è stato sentito in quanto persona informata dei fatti, in quanto ai tempi ricopriva la carica di ministro delle Politiche agricole. I reati ipotizzati sono reati economici e corruzione.

Ci facciamo spiegare la questione da Gianluca Marchi, de L’indipendenza:

Ricapitoliamo brevemente. Nel 2003 la legge 119 detta anche Alemanno offrì la prima rateazione agli splafonatori multati e ne approfittarono oltre 11 mila produttori. Doveva essere quella l’ultima occasione per sistemare le pendenze, ma così non fu. E infatti si arriva al 2009 con poco meno di tremila produttori ancora fuori norma. L’Unione Europea, non più disposta a tollerare l’anomalia italica, impone un nuovo provvedimento di legge “tombale” sulla vicenda quote latte e in cambio concede all’Italia un tot di quote aggiuntive che, distribuite fra gli allevatori, pongono fine agli splafonamenti e, di conseguenza, a nuove multe. La legge in questione, la 33, è detta anche legge Zaia dal nome del ministro dell’epoca.

Fin qui tutto bene. La prima stranezza, però, avviene dopo poco più di un mese dal varo delle legge: lo stesso Zaia, infatti, che aveva legato il suo nome a una norma attesa come tombale, incarica una commissione guidata dai responsabili del Nucleo Carabinieri presso il Mipaaf, di effettuare una relazione sul sistema delle quote latte. La relazione, uscita in due versioni, in pratica riapre tutta la questione perché arriva a sostenere che i dati della produzione italiana non sono veritieri in quanto il numero delle vacche in produzione deve ritenersi inferiore a quello ufficiale. Tali conclusioni offrono il destro agli splafonatori che non hanno mai voluto mettersi in regola per alzare la voce e sostenere che la ragione è dalla loro parte: i dati della produzione sono sovrastimati e le multe di conseguenza non vanno pagate. Sulla base di quella relazione (in realtà sono due diverse) 67 procure della Repubblica aprono fascicoli di inchiesta che, a oggi, non risulta abbiano prodotto conclusioni.

Domanda numero 1: ma l’allora ministro Zaia perché con una mano ha varato la legge tombale per chiudere la vicenda delle quote latte e con l’altra ha commissionato un’indagine ai “suoi carabinieri” che invece ha rimesso tutto in discussione?

Seconda stranezza. Le relazioni in questione sono state coordinate dal generale Vincenzo Alonzi, allora comandante del nucleo Carabinieri presso il Mipaaf, e dal suo vice, tenente colonnello Marco Paolo Mantile. Dopo la nomina di Zaia a Governatore del Veneto Alonzi, nel frattempo congedatosi, è diventato consulente dell’Alto Commissario per l’alluvione veneto del 2010, cioè lo stesso Zaia, e Mantile, ottenuta l’aspettativa, è divenuto capo della delegazione a Roma della Regione Veneto.

Domanda numero 2 e conseguenti: non desta qualche perplessità il fatto che Zaia se li sia portati entrambi con sé? Forse che a Roma e al Comando generale dell’Arma non avessero visto di buon occhio la dedizione di Alonzi e Mantile alla sopracitata commissione? E perché?

Evidentemente anche il pm Ascione deve essersi posto analoghi interrogativi, da cui la necessità di ascoltare Luca Zaia.

Sulla vicenda, nel luglio 2010, il deputato del PD Marco Carra, domandava:

Dopo le dichiarazioni del ministro Galan sarebbe interessante sapere se tra i 67 allevatori che hanno usufruito dei benefici della legge Zaia vi sono anche i finanziatori delle campagne elettorali della Lega, di Zaia e del Pdl.

Mentre pochi giorni fa anche Giancarlo Galan ci è andato giù duro:

Sulla vicenda quote latte, Zaia ha fatto una colossale, vergognosa porcheria. L’Italia ha sfondato le quote latte al di là di ogni ragionevole dubbio e questo è avvenuto con un inganno perpetrato per anni ai danni degli allevatori cui è stato detto ‘sfondate pure, state tranquilli’ e lo hanno fatto. Tant’è che questo ci è già costato più di 2 miliardi di euro dall’Europa. Zaia, in un primo momento, fece anche una cosa giusta; nominò una commissione di indagine, composta da una molteplicità di soggetti. Ma la conclusione di quella commissione, che duro’ diversi mesi, non andavano ‘politicamente’ bene. Questo è agghiacciante da parte della parte politica che voleva tutelare una minoranza, quei pochi, pochissimi truffatori, perché questo sono, che non hanno pagato, diversamente dalla maggioranza degli allevatori che ha pagato le quote latte. Parliamo di pochissime centinaia contro migliaia di allevatori onesti.

In questo spazio demenziale di anarchia

Oggi si ha solo l’impressione di un mondo che ha perso l’anima. Il cielo frigge segnali di collisione; l’autoradio “sente” un sovraffollamento di onde, un’anarchia elettromagnetica di cellulari, radio private, spot. Questo affollarsi di voci rimanda a una topografia caotica, senza linee maestre. Chissà se questo è ancora il paese delle cento città. Forse è solo un gigantesco agglomerato, un’unica nebulosa di diecimila villaggi. Il Nord, visto sotto questo cielo metallico, pare un enorme capannone popolato di gente che suda in mezzo a macchine da concia, frese, pompe, telai, presse, scarichi e nastri trasportatori; un ansimare, scatarrare, sferragliare; non un coro ma un rumore di fondo che le nubi basse amplificano come una cassa armonica; una prigione incubatrice dove tutti lavorano sì gomito a gomito, ma ciascuno per conto suo e ignorandosi l’un l’altro. E’ qui, in questo spazio demenziale di anarchia, che il popolo padano produce il miracolo di fine millennio.

Paolo Rumiz, La secessione leggera

Solo contro tutti

Solo contro tutti: è così che appare il “povero” Presidente della SEA nel suo continuo girovagare negli ultimi mesi, in giro per la Lombardia, in particolare nella Provincia di Varese, a tentare di far capire, a noi poveri mortali, che se l’Aeroporto non funziona, è tutta colpa dei partiti.

Al punto che in qualche dibattito, è arrivato a dire “che l’unica seria attività di pianificazione la possano fare le imprese”, ed ancora oggi insiste che la “responsabilità è dei Ministri dei Trasporti degli ultimi tre anni”, e che “nessun partito è amico di Malpensa”.

Poi si fanno confronti con la situazione di Parigi, quando fa comodo spingere sulla questione dell’accentramento, mentre altre volte con le situazioni di Madrid o Atene (Capitali di Paesi immersi in una devastante crisi economica), quando fa comodo raffrontare i dati di “decrescita”.

Va detto che l’Avv. Bonomi, Leghista della prima ora, Assessore della prima (e fortunatamente ultima) giunta monocolore leghista di Milano, poi passato alla Presidenza della SEA, poi passato dalla Presidenza di Alitalia negli anni del governo Berlusconi 2001-2006, poi ritornato a Presiedere la SEA, si presenta a molti di questi dibattiti senza un vero e proprio contraddittorio sui temi da Lui proposti per sostenere la tesi della “solitudine” e dell’”incomprensione”.

Ricordo ancora i titoli della “Padania” (“Giù le mani dall’aeroporto della Padania”) e, in un paese dove la Lega ha Governato da Roma, da Milano (Regione e Comune), Provincie di Varese e di Milano, Comuni limitrofi all’aeroporto, e SEA stessa attraverso la nomina di un Leghista come Presidente, sentirsi dire proprio da Lui che i Partiti gli sono contro mi pare una “bestemmia”.

Rimarco però anche la debolezza degli interlocutori, sia coloro che lo invitano in questa tournée “one man band”, senza un vero e proprio dibattito, sia coloro che sono i suoi “datori di lavoro”.

Per quanto riguarda le specifiche questioni di confronto con le altre realtà in Europa, invito a rileggersi una mia lettera, pubblicata sulla Prealpina di qualche settimana fa, che mette a confronto gli aeroporti europei che spesso vengono presi in considerazione dai “difensori” di Malpensa senza nessuna reale possibile corrispondenza.

Jimmy Pasin

p.s. La lettera la trovate qui.

Questo non è un post sul M5S

E’ un post sull’astensione. Forse.

Siccome l’argomento è molto interessante, faremo un rapidissimo strappo alla regola. Avete capito bene, ancora Movimento 5 Stelle.

Nel post precedente avevo accennato al fatto che non sembrava ci fosse particolare evidenza di un qualche effetto positivo sull’affluenza alle urne (per positivo intendo quindi una maggiore affluenza) dato dalla possibilità di mettere una croce sul simbolo grillino.

Ho ripreso in mano i dati e ho cercato campioni che potessero essere significativi e coerenti tra di loro. Mi sono quindi rivolto alle regioni nelle quali si sono presentate più liste M5S, cioè Veneto, Lombardia e Piemonte, utilizzando le categorie dimensionali individuate nel post precedente, ovviamente quelle più ampie ed “equilibrate” (non i Comuni micro, per dire, dove si è presentata una lista M5S in meno di un comune su cento). I risultati sono i seguenti.

Per quanto riguarda il Veneto ho preso come riferimento i comuni con abitanti compresi tra 5.000 e 14.999, in totale 39: in 12 di questi c’era un candidato grillino. Rispetto alle precedenti amministrative, nei comuni senza candidato grillino l’affluenza alle urne è diminuita del 10,2%, mentre nei comuni dove si poteva votare un candidato grillino è diminuita del 10,5%. E ricordiamo che il risultato medio del M5S in questi comuni è stato del 15%.

Per il Piemonte, stessa categoria di comuni: 14 in totale di cui 4 con candidato grillino. Paradossalmente, nei comuni dove non si presentava il M5S la partecipazione al voto è diminuita del 6,5%, mentre in quelli dove si presentava è diminuita dell’8,6%. Risultato medio dei grillini in questa categoria pari a 16,4%.

Infine, per la Lombardia ho considerato i comuni medio-grandi, 26, di cui 11 con lista grillina. Non ho scelto i comuni medi, come per Veneto e Piemonte, perché solamente in uno su 39 di questi c’era un candidato M5S. Anche in questo caso, il risultato è il medesimo. Dove non c’era la possibilità di votare il Movimento l’astensione è aumentata dell’11,8%, dove questa possibilità c’era del 12,2%. Risultato medio pari all’8,9%.

Con tutti i limiti imposti da un campione limitato come quello preso in considerazione (ma che d’altra parte è l’unico possibile), con tutti i limiti delle elezioni amministrative, con tutti i limiti della statistica e con tutti i limiti miei, a me non sembra che il Movimento 5 Stelle riesca a recuperare l’astensionismo. I flussi di voto, come dicevo nel post precedente, dovrebbero essere interni alle parti politiche. Ed è anche difficile ipotizzare che vi sia stato una sorta di ricambio: nuovi astensionisti che escono e vecchi astensionisti che tornano a votare M5S, perché le percentuali sono troppo simili. Avendo i grillini ottenuto risultati piuttosto sostanziosi, se questi fossero stati determinati dal ritorno al voto dei vecchi astensionisti, dove il M5S non era presente il mancato ritorno al voto della stessa categoria avrebbero pesato notevolmente sull’affluenza.

Le ultimissime cose sul voto al M5S

Dopo i post dei giorni scorsi e dopo questo, prometto che la finisco.

Ho messo in fila un bel po’ di numeri, per la precisione tutti i risultati del M5S in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagnia, Toscana, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ho tralasciato Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige perché il lavoro era tanto e, nonostante l’aiuto del compagno Excel, ho dovuto fare delle scelte.

Ho diviso i comuni nelle seguenti categorie (prendendo spunto da qui):

  • Comuni micro, con popolazione inferiore ai 3.000 abitanti;
  • Comuni piccoli, con popolazione compresa tra 3.000 e 4.999 abitanti;
  • Comuni medi, con popolazione compresa tra 5.000 e 14.999 abitanti;
  • Comuni medio-grandi, con popolazione compresa tra 15.000 e 50.000 abitanti;
  • Comuni grandi, con popolazione superiore a 50.000 abitanti.

La prima conclusione è che esistono due linee di frattura nel voto a Beppe Grillo. Una prima riguardante le dimensioni del comune al voto e una seconda regionale.

Al crescere del numero di abitanti, cresce il numero di liste del M5S. Nei 141 comuni micro, solamente in uno si è presentata una lista del movimento, pari allo 0,7% del totale. L’incidenza percentuale cresce progressivamente, in maniera quasi perfettamente geometrica: 7,1%, 14,6%, 58,9% fino al 100% dei comuni con più di 50.000 abitanti.

La proporzionalità appena illustrata ha però delle particolarità regionali. Cominciamo col dire che il maggior numero di liste a cinque stelle rispetto ai comuni al voto si riscontra in Veneto: nel 30,2% dei comuni al voto ve ne era una, e su un campione molto ampio, 26 su 86. Campione molto simile ma percentuali molto diverse per il Piemonte: in 15 comuni su 82, 18,3%. In Lombardia, infine, troviamo un candidato grillino solamente nel 12,8% dei comuni, e anche in questo caso il campione è molto ampio (16 comuni su 125). Nelle altre regioni il campione, invece, è probabilmente troppo ristretto per essere statisticamente rilevante: 4 su 18 in Emilia Romagna (22,2%), 2 su 25 in Friuli Venezia Giulia (8%), 2 su 18 in Liguria (11,1%, Genova e La Spezia), 6 su 30 in Toscana (20%).

Ad ogni modo, il dato del Veneto è sicuramente straordinario: campione più alto possibile e percentuale maggiore. Per capirne il motivo dobbiamo guardare nuovamente alle dimensioni. In Veneto  è andata al voto solamente una città con più di 50.000 abitanti, laddove le liste del M5S si sono presentate in tutti i casi (4 su 4 in Lombardia, 3 su 3 in Piemonte). La differenza, dicevamo, la fanno i comuni medi e medio-grandi. In Piemonte il tasso di presenza dei cinque stelle in questi comuni è stato, rispettivamente, pari a 28,6% e 75%. In Lombardia a 2,6% (un solo comune su 39) e 43%. In Veneto si raggiunge il 30,8% (12 su 39) e il 92,3% (ben 12 comuni su 13 compresi tra 15.000 e 50.000 abitanti).

Anche per quanto riguarda i risultati delle liste M5S il Veneto è stato terra di conquista. Considerando sempre i comuni medi e medio grandi, la media dei risultati percentuali in questa regione è stata pari a 15,1% e 14%. Il Piemonte regge il confronto (16,4% e 11,5%) mentre la Lombardia è parecchio indietro (7% e 8,9%).

Questa è la differenza. Se nel resto del Nord i grillini hanno preso d’assalto le città, in Veneto hanno già dilagato in provincia. Ed è questo il motivo che un po’ mi preoccupa, perché ho l’impressione che sia proprio quel voto lì, che si attacca e difficilmente va via, perché con il passare del tempo diventa ideologia, e adorazione.

Un ultimo dato, che non saprei spiegare con i numeri ma che ho riscontrato raccogliendo e confrontando i dati sull’affluenza a queste e alle precedenti amministrative, è che non mi sembra ci sia evidenza di alcuna particolare capacità del M5S di recuperare l’astensione: dove si è presentato, non sembra aver influito in alcun modo su questa variabile. Un motivo in più per smetterla con la storia dell’antipolitica.

Grazie a Franco per il suo contributo.

I numeri del voto, secondo l’Istituto Cattaneo

L’Istituto Cattaneo viene in nostro soccorso con alcuni numeri. E i numeri, nudi e crudi, sono importanti, perché l’astensionismo può far perdere facilmente la bussola.

Il primo quadro – per il quale può essere scivoloso parlare di «tenuta» del Partito Democratico – ci restituisce partiti in perdita (assoluta) su tutti i fronti:

Il Partito Democratico, infatti, ha perso circa 90mila voti nelle 24 città considerate, pari a circa il 30%. A subire gli arretramenti più gravi, però, sono Lega, IdV e PdL, praticamente sempre oltre il 50% (tranne al Sud per il PdL, dove registra -40%, e Lega, non pervenuta). C’è comunque da dire che, a occhio e croce, le elezioni comunali sono caratterizzate da una maggiore presenza di liste civiche all’interno di una coalizione, rispetto alle elezioni regionali. Di conseguenza, non sono tutti voti “bruciati”: una parte di essi sarà confluito nelle civiche. Il discorso non vale per il M5S, che si presenta praticamente sempre da solo.

Da panico l’arretramento della Lega nelle regioni rosse, cosa di cui, su questo blog, abbiamo già scritto. Le cifre dicono -79% dei voti assoluti. L’arretramento della Lega, inoltre, è stato maggiore nei comuni con più di 15mila abitanti che nei comuni più piccoli.

Chi, invece, registra un saldo netto positivo è il Movimento 5 Stelle a nord e al centro. Ad Alessandria si registra +275%, a Verona +198%, Parma +155%, Monza +147% e così via. Gli stessi risultati non sono stati ottenuti al sud, dove, nei comuni con più di 15mila abitanti, i voti a favore dei grillini sono stati compresi tra lo 0,9% e il 7,1% del totale. Ben lontano dalle doppie cifre registrate nel resto di Italia.

E ora, la domanda delle domande: da dove ha preso i voti il Movimento 5 Stelle? E non perché ci interessi capire se i grillini sono di destra o di sinistra, se sono leghisti o fascisti o entrambi, ma perché ci interessa capire qual è il filo conduttore. Qual è il malessere. L’Istituto Cattaneo ha preso come riferimento la città di Parma, dove il Movimento è al ballottaggio con il centrosinistra. La seguente tabella risponde alla domanda: 100 elettori di ciascuna lista indicata nella prima riga, come hanno votato nel 2012?

Per farla breve, secondo l’Istituto Cattaneo, a Parma di 100 elettori della Lega nel 2010, ben 38,5 hanno votato M5S. E ben 54,3 cittadini su 100 che nel 2010 hanno votato l’Italia dei Valori, questo weekend hanno votato M5S. Poi ci sono i voti ai soli presidenti, ma effettivamente sono poco indicativi per poter trarre delle conclusioni, che sono le stesse alle quali siamo giunti col post precedente.