L’immagine macchiata dell’Italia

“Una pietra miliare”. Così Amnesty International ha definito la sentenza emessa oggi dalla Corte europea dei diritti umani nel caso Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia:

Il caso riguarda 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei che facevano parte di un gruppo di circa 200 persone intercettate in mare dalle autorità italiane e respinti direttamente in Libia, senza che fosse stata valutata la loro necessità di protezione internazionale: una delle operazioni di intercettamento e rinvio in Libia eseguita dalle autorità italiane nel 2009, a seguito dell’accordo bilaterale tra Italia e Libia allora in vigore. Un comportamento che oggi, finalmente, la Corte europea ha definito come Amnesty International (nella foto di oggi, davanti al Colosseo) e tante altre organizzazioni per i diritti umani definivano da tempo: “illegale”.

Maroni, quello che piace ad una parte della sinistra, l’ha definita “una sentenza politica”. Sempre all’unanimità,

la Corte ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo che vieta le espulsioni collettive (è solo la seconda volta in 60 anni che uno Stato membro del Consiglio d’Europa viene condannato per questa violazione) e per non aver concesso un ricorso effettivo ai migranti contro la decisione di respingimento.

Le condanne da parte della Corte Europea appresentano un’onta difficilmente cancellabile per lo Stato italiano.
La destra di questo Paese ha mostrato per anni i muscoli solo ai poveri cristi, promuovendo respingimenti in mare dopo aver trovato accordi con alcuni tra i peggiori dittatori presenti sulla faccia della terra.
Sembrerebbero lontani ricordi, ma il problema è che i barbari sono sempre in agguato:


I Litfiba cantavano “quello è un dinosauro, non devi farlo alzare”.
E avevano pienamente ragione.

P.R. anche per On The Nord

Inserito in Lega Nord | Lascia un commento

Dall’operaio allo stagista

Luca Ricolfi, oggi, torna su un’equazione che avevamo già affrontato, e cioè l’equazione articolo 18 = 200 punti di spread:

Da più parti si sente affermare che, grazie al prestigio di cui il governo Monti gode, lo spread – questa misura della sfiducia dei mercati nell’Italia – è crollato di 200 punti, ed è destinato a cadere di altri 200 punti nel caso l’imminente riforma del mercato del lavoro risulti incisiva, con annessa abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Ricolfi concorda con noi, ammettendo:

Non so quanto sia giustificata quest’ultima aspettativa.

Esattamente. Perlomeno che ci facciano vedere qualche dato e qualche calcolo, perché fare una stima delle aspettative degli investitori internazionali su una questione difficilmente quantificabile e “monetizzabile” – com’è quella dei benefici sulla crescita di una modifica dell’articolo 18 – non è un’operazione semplice, a mio modo di vedere.

Vi segnalo un passaggio tratto sempre da La Repubblica delle tasse, sempre di Ricolfi:

I suoi obiettivi [del militante leghista] non sono poi così diversi da quelli del tipico militante Pci, solo che lui, anziché essere operaio, spesso è un artigiano, un lavoratore autonomo, una partita Iva, o semplicemente un ex operaio che si è messo in proprio. Anche chi vota Lega sogna una società più giusta, in cui il lavoro, la responsabilità e il sacrificio non siano mortificati ogni giorno.

C’è da dire che chi vota Lega spesso abbina a questa analisi delle componenti di xenofobia e razzismo non indifferenti. In alcuni casi anche di pseudofascismo (dalla bacheca di Bobo Maroni, #quellobravo):

Cattivismi a parte, la capacità di rappresentare le categorie che vanno dall’operaio all’artigiano, al lavoratore autonomo, alla partita Iva, allo stagista neolaureato è la vera sfida del Partito Democratico, non quella di mettere gli uni contro gli altri, né sul piano della categoria lavorativa né sul piano generazionale. Quest’ultimo è l’errore più grave che si possa fare.

Inserito in Economia, Partito Democratico, Società | Etichette , , , , | Lascia un commento

La mitica «distruzione creatrice schumpeteriana»

Nel giro di poche ore mi è capitato di leggere più volte della «distruzione creatrice schumpeteriana». La prima volta ho trovato questa espressione su «La Repubblica delle tasse», di Luca Ricolfi:

Detto altrimenti: è un bene che nei periodi di crisi ci siano fallimenti, perché questo significa che il mercato riesce a far uscire le imprese meno efficienti, e a sostituirle con altre più dinamiche e competitive. Ma questa obiezione, che si basa sul concetto schumpeteriano di «distruzione creativa», vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli. Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Total Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia. Il mercato è un buon giudice dell’efficienza solo se le condizioni in cui le imprese operano sono comparabili. E in Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette a operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è «Perché le imprese italiane arrancano?», bensì «Perché ne sopravvivono ancora così tante?».

Ricolfi inserisce questo passaggio all’interno di un ragionamento che riguarda la lotta all’evasione fiscale che, dopo aver descritto l’entità della pressione fiscale che grava sui produttori di ricchezza, definisce come «ultima zattera con cui un ceto politico che non sa più che pesci pigliare cerca di salvare se stesso e sfuggire alle proprie responsabilità». Pur non condividendo il giudizio sulla lotta all’evasione fiscale, Ricolfi sembra anticipare tutti sul governo Monti e la sua lotta all’evasione fiscale poco affiancata da provvedimenti a favore delle imprese, dato che il libro è stato pubblicato nell’ottobre 2011.

Però, forse non è proprio così: Lucia Annunziata – e qui arriviamo al secondo «schumpeteriano» di giornata -, nel suo editoriale di oggi, cita una frase che il premier, secondo fonti governative, ha pronunciato a Piazza Affari pochi giorni fa, con la quale sembra lasciar intendere di sapere benissimo quali pesci pigliare:

Una cronaca veloce ci attribuisce deferenza verso il salotto buono ma togliere la possibilità di sedere simultaneamente nei cda di banche e assicurazioni, non è stata una cosa molto gradita. Pensiamo, poi, che in passato si sia tutelato il bene esistente e consentito la sopravvivenza un po’ forzata dell’italianità di alcune aziende, impedendo la distruzione creatrice schumpeteriana e non sempre facendo l’interesse di lungo periodo.

Lucia Annunziata ci spiega che il riferimento era all’articolo 36 della manovra Salva Italia, con la quale si vieta «ai titolari di cariche negli organi gestionali, di sorveglianza e di controllo e ai funzionari di vertice di imprese o gruppi di imprese operanti nei mercati del credito, assicurativi e finanziari di assumere o esercitare analoghe cariche in imprese o gruppi di imprese concorrenti».

Iniziativa lodevole, ma che granchio che ho preso! Pensavo che quei riferimenti all’italianità e alla «distruzione creatrice schumpeteriana» riguardassero il caso Malpensa – Singapore Airlines, nel quale sembra configurarsi un conflitto di interessi, con protagonista il ministro Passera, a beneficio di Alitalia e Unciredit, e a discapito di Singapore Airlines e della «distruzione creatrice schumpeteriana», e invece no. Niente.

Da ciò mi è venuto in mente un altro articolo, pubblicato ieri da Linkiesta, nel quale si fa notare che la trasparenza sui redditi dei componenti del Governo è fin troppa, sfiorando la violazione della privacy. Ma a chi interessa se Severino guadagna 7 milioni di euro all’anno, se Balduzzi ha una Subaru e se Terzi ha una Harley Davidson, se non giusto per scambiarsi due parole al bar? E’ sufficiente che i soldi li abbiano guadagnati onestamente. Quello che, invece, dovrebbe interessarci sono i potenziali conflitti di interesse, come succede nel Regno Unito:

La parola d’ordine è evitare il conflitto d’interesse, ma non vengono pubblicati i redditi dei ministri. Quanto ai conflitti invece la trasparenza è massima anche per i parlamentari: negli elenchi ci sono incarichi onorifici, presenza o meno in consigli di amministrazione (e se sono retribuiti o meno), regali o rimborsi spese ricevuti da chi e perché.

Infine, vi segnalo un articolo de La Voce, in controtendenza (sì, ciao). La «distruzione creatrice», in Italia, è fin troppa: nascono più imprese che bambini. Peccato che questa forza si sia avvitata su se stessa, in un terribile gioco al ribasso.

Inserito in Economia | Etichette , , , , , , , , | 7 commenti

Politica, non ti conosco ma mi manchi

Dell’editoriale di Jacopo Tondelli – pubblicato oggi da Linkiesta, che descrive lo spaesamento preventivo del Paese, di fronte alla possibilità, con le prossime elezioni, dell’uscita di scena di Monti – mi ha colpito particolarmente un passaggio:

Ma non è solo da Via Solferino, dove Mario Monti è di casa da decenni, che si leva il plauso al governo di bonifica guidato dal Professore. Anche la Repubblica, con Massimo Giannini, sottolinea che il grande capitale vuole il bis. Cita Giovanni Bazoli e Federico Ghizzoni, Tomaso Cucchiani, Franco Bernabè e perfino Marco Tronchetti Provera: tutte le correnti del capitalismo italiano, anche storicamente lontane o avverse tra di loro, sono iscritte al partito di Monti. L’unico a non essere menzionato, tra i grandi vecchi ancora in sella, è l’Ingegner Carlo De Benedetti, ma nessuno dubita che anche l’editore di Repubblica sia iscritto alla corrente del “montismo” e fin dal primo giorno.

Molto, ma davvero molto, curioso che tutte le correnti del capitalismo italiano siano d’accordo sull’operato di Monti. Ma c’è di più:

Ma non sono solo le élite a guardare con spavento alle urne che ogni giorno si fanno più vicine. E non sono solo i partiti che, repressa appena qualche inquietudine, mentre si sciolgono al primo sole non sanno certo resistere alla guida fredda e senza sbavature di Monti. No. È il paese stesso che, dopo un ventennio di urla e ribaltoni, teatrini e soubrette, promesse mirabolanti e riforme mai fatte, si ritrova tutto sommato soddisfatto del governo che ha, e poco importa se non lo ha votato. Certo, non mancano rabbie latenti e manifeste, alimentate da una crisi economica che entra sempre più a fondo nella carne viva di famiglie e imprese. Ma anche lì, dove la rabbia e la paura si fanno più buie, dove i 1000 euro che prima arrivavano a fine mese non arrivano più, c’è da giurare che un ritorno al passato non sarebbe gradito. Anzi. Nessuno ha voglia di una campagna elettorale fatta di grida e accuse, di nuove promesse fatte da bocche logorate da tutte quelle che non hanno saputo mantenere.

Tutti d’accordo. Tronchetti Provera, la casalinga di Voghera, il lavoratore dipendente, il microimprenditore, passando per De Benedetti. E l’aspetto preoccupante è che è tutto vero. Vero l’ampio consenso nei confronti di Monti – come scriveva anche Ilvo Diamanti ieri su Repubblica. Vero il timore di un’Italia senza Monti, se pensiamo agli ultimi venti anni.

Pensavo che la cosa non mi piace, per niente. Il motivo è semplice. Il compito della politica è quello di rappresentare interessi contrastanti, di limitare lo scontro tra questi interessi – che altrimenti sarebbe insostenibile per il sistema – attraverso delle regole e di condurre questo scontro entro i limiti stabiliti dalle regole, per giungere a delle decisioni, che rispecchieranno la forza degli interessi in gioco. Ora, o sono scomparsi gli interessi e ci troviamo – all’improvviso – in un mondo in cui le risorse sono infinite e gli esiti del conflitto sono uguali per tutti i partecipanti, o esiste il rischio che il conflitto non sia più visibile, ma che esista comunque, che stia accumulando energia, pronto ad esplodere.

Sbaglio, perché esiste una terza soluzione. Il conflitto c’è, ma non esiste la volontà necessaria per rilevarlo, descriverlo, renderlo sistemico, interpretarlo.

Ecco perché è necessario il ritorno alla politica. E ben vengano le elezioni, alle quali parteciperanno bocche non logorate e capaci di interpretare il cambiamento, ci auguriamo.

Inserito in C'è un altro tipo di futuro, Società | Etichette , , , , | Lascia un commento

La difesa del territorio

Nelle parole del professor Pileri, nostro ospite a Giù al Nord:

Inserito in Ambiente | Etichette , , | 3 commenti

Passaggio a Nord-Est (23) – 8 settembre 2012

Primi effetti della ridicola giustificazione dell’unità d’italia (rigorosamente con la minuscola) fornita da un comico sul palco di Sanremo -l’Italia è come il mare, indivisibile-: in India due marò del Battaglione San Marco vengono scelleratamente invitati a consegnarsi alle autorità locali dalla diplomazia italiana, al fine di far luce sull’oscuro caso di una raffica di mitra che, partita dai lagunari, avrebbe colpito a morte due pescatori indiani, il tutto ad alcune decine di kilometri dalla costa, in acque internazionali.

Eh già, internazionali. Cioè giuridicamente distinguibili, ergo divisibili, da quelle territoriali, cioè indiane. Ma ormai, ce l’ha spiegato il comico, dal palco di una manifestazione organizzata dalla tv di stato, tv pagata dai contribuenti in forza di un tributo (mica volontario, eh!), ormai il mare è indivisibile. Altrimenti, se si ammettesse che anche il mare è divisibile, pure l’unità non se la passerebbe bene. E quindi finisce che i “nostri” militari li giudicano gli indiani.

Pazienza se tutta la vicenda va contro qualsiasi prassi, norma, convenzione giuridica internazionale, del mare, ma anche di terra verrebbe da dire, come ci spiega questo articolo del Foglio. Pazienza se uno stato dovrebbe quantomeno tutelare i propri militari prima di consegnarli ad altrui giurisdizioni, per giunta con pena di morte annessa.

Pazienza. Mica è uno stato serio, l’italia (rigorosamente con la minuscola). Mica siamo a febbraio. Siamo sempre fermi all’8 settembre, solo che invece che il ’43 è il 2012, e vabeh, chìssene. La forza, le armi, si usano solo per torchiare i contribuenti (preferibilmente quelli lombardo-veneti, sia chiaro), per spillar loro ancora un po’ di quattrini, coi quali poi, magari, pagarci proprio gli stipendi di quelle stesse forze armate mandate allo sbando in giro per il mondo. Come ha detto un procuratore, ad esempio, “i soldi giacenti in svizzera vanno riportati in Italia con le buone o con le cattive, manu militari se necessario“.

Ecco, bravi, dichiarate guerra alla Svizzera. E che Dio ce la mandi buona, forse ci annettono!

Inserito in Uncategorized | Lascia un commento

Inni leghisti

Io mi chiedo perchè a Sanremo abbiano invitato Patti Smith e non questi autentici talenti, questi geni del pentagramma, che narrano le loro memorabili gesta politiche, che elogiano il segretario federale, quell’Umberto Bossi che deve mettere l’olio agli stantuffi, che di Roma siamo stuffi. Il pezzo l’ha pescato Wil sulla bacheca di Roberto Maroni, l’ex Ministro che piace tanto a una parte della sinistra.
Gli autori saranno comunque i vincitori morali del Festival, senza ombra di dubbio.

P.R. anche per On The Nord

Inserito in Uncategorized | 5 commenti