I distretti italiani che battono la Germania

Dopo più di un anno e mezzo di crescita a doppia cifra, le esportazioni italiane segnano una prima battuta d’arresto. Rispetto a ottobre dell’anno scorso, infatti, le esportazioni sono aumentate del 4,5%, e per trovare un dato peggiore bisogna risalire a gennaio del 2010 (-0,4%). Ma allora l’economia stava uscendo dalla recessione e il trend era positivo. Nel confronto con settembre è andata ancora peggio: è tornato pesantemente il segno meno, come non accadeva dall’inizio del 2009: -3,2%.

Sono due i fattori che, dietro a questo dato, risultano particolarmente preoccupanti. In primo luogo le ragioni del calo delle esportazioni italiane, dovuto a una diminuzione della domanda estera. In secondo luogo le regioni colpite da calo della domanda di beni italiani, e cioè Paesi extraeuropei, che fino ad ora avevano alimentato la crescita.

D’altra parte, nonostante i continui richiami a un’imminente – se non addirittura già in atto – recessione, e nonostante lo spread dei titoli di Stato italiani rispetto ai titoli di Stato tedeschi (che, ricordiamolo, misura il cosiddetto “rischio Paese”, cioè di fallimento del Paese stesso) si mantenga su livelli preoccupanti, i distretti del made in Italy continuano a crescere nelle esportazioni più della Germania. Nel terzo trimestre dell’anno in corso il manifatturiero tricolore e glocal ha infatti fatto segnare un +8,2% rispetto al corrispondente periodo del 2010 mentre i celebratissimi tedeschi si sono fermati a +7,5%.

Tra i settori che fanno da traino troviamo al vertice il metalmeccanico, con i distretti di Brescia (metalli), Lumezzane (rubinetti e pentole), Lecco, Vicenza (meccanica strumentale) e Verona (caldaie). Guardando, poi, alla meccanica di processo spiccano Bologna (imballaggio), Varese (meccanica strumentale) e Brescia (macchine tessili e plastica).

Secondo settore, quello dell’abbigliamento e della moda, con i distretti fiorentino, di Arezzo, Biella, Carpi, Arzignano, Fermo e la Riviera del Brenta.

Terzo posto al settore agroalimentare, che vede ai vertici le specialità del Nord, dai vini ai prodotti dolciari di Alba e Cuneo.

Si preannunciano anni terribili, come se la caveranno imprese e lavoratori di tali distretti?

La parola a Dario Di Vico che, ricordiamo, sarà nostro ospite il 28 gennaio, a Varese.

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10 thoughts on “I distretti italiani che battono la Germania

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  2. La notizia che le esportazioni italiane vanno meglio di quelle tedesche fa piacere, ma è onestamente poco consolante.

    Il riassunto della situazione – guardato dal punto di vista del sistema delle imprese – è questo:
    1) domanda interna in calo (da anni), dunque sopravvive chi si basa sulla domanda estera.
    2) domanda estera tornata in calo dopo i progressi del post-crisi 2008.
    3) stretta sulla concessione di credito e aumento dei tassi d’interesse
    4) la più alta tassazione sull’impresa e sul lavoro della UE che, a fatturato costante, se fosse applicata in egual misura acnhe nel resto della UE metterebbe fuori mercato metà dei competitor europei delle imprese italiane
    5) un insieme di costi indiretti sconosciuti – nel complesso – nel resto d’Europa: tempi e costi della burocrazia, dotazione infrastrutturale, costi dell’energia, ecc.

    Se sui primi tre fattori è pressoché impensabile che un singolo governo possa fare qualcosa, sul quarto si potrebbe invece agire subito (con qualcosa di un po’ più generoso che non la riduzione Irap, peraltro in presenza di un aumento delle addizionali regionali Irpef) e sul quinto si potrebbero mettere in campo progetti che diano se non altro una prospettiva. Tutto sta nel decidere a chi togliere le risorse che servirebbero. per ora neppure questo governo ha deciso nulla e se – dopo essere interventui per l’ennesima volta sul lato delle entrate – il punto diventa l’articolo 18 siamo davvero in alto mare.

    daniele,milano

    • Sottoscrivo.
      Niente di nuovo sul fronte lazial-meridionale. Forestali calabresi della ‘Ndrangheta, falsi spazzini campani, dipendenti-dirigenti siciliani e con loro tutti i vari clientes del palazzo-mafia continuano a dormire sonni tranquilli. Con buona pace per qualsiasi diminuzione della zavorra fiscale sul sistema capital-laburista molecolare della Padania.
      ‘O Professore è un perfetto padano, del resto. Picchia i suoi e se la fa sotto di fronte agli altri.
      Quanto al PD, è sempre molto più Partei Deutschland, piuttosto che Padania Democratica. E si vede.
      … il PDL? What’s PDL?
      E la Lega? Beh, la Lega, come al solito, parassiterà lo scontento, approfittando dell’incapacità della nostra sinistra di difendere i nostri interessi. Nostri del Nord. Senza se e senza ma.

  3. Mi pare grave non ricordare come eccellenza nelle esportazioni dei distretti “italiani” il settore della ‘ndrangheta calabrese, seguito a ruota da quelli della camorra campana e della mafia siciliana.
    Più precisione Stefano, per cortesia: se parliamo di Italia diamo a Don Ciccio quello che è di Don Ciccio… (altrimenti limitiamoci a prendere atto della realtà e parliamo di “distretti padani e tosco-marchigiani”…)

    • Intendi “il declino”?
      Ho letto il libro ma non ricordo se la 1 fosse la secessione o, per l’appunto, il declino.
      In ogni caso, non vedo alternative alle due ipotesi.
      Senza polemiche, ma per me la “terza via” (riscossa contadina per intenderci) non è praticabile. Le differenze abissali di vedute, soprattutto di fondo, fra commensali contadini mi confermano questa opinione, all’indomani di un piacevole evento conviviale svoltosi ieri sera a Milano.
      Ripeto, senza polemiche.

      • Mi permetto di correggere Luca: il declino non SARA’ graduale, E’ graduale, lo è da tempo. Direi almeno da quando questo paese non ha più potuto alimentare gli appetiti voraci del “Patto” (per rimanere al lessico casatiano), dunque primi anni Novanta. E infatti non ce ne accorgiamo.

        E sono anche d’accordo con Ale, benché con una postilla. La costruzione di un “fronte contadino” ha tempi talmente lunghi da renderli del tutto incompatibili con i tempi del declino italiano e con quelli della crisi globale. E’ evidente che l’unica strada percorribile nel breve (che non vuol dire facilmente percorribile) sia ridurre i costi, soprattutto viste le resistenze e i boicottaggi (peraltro prevedibili) cui è andata in contro l’applicazione di un federalismo fiscale vero. E gli unici costi che mi sembra possibile (che non vuol dire facilmente possibile) tagliare sono quelli del “Palazzo” e degli “Assistiti”. Cioè, guadagnare l’indipendenza delle aree a più alta concentrazione di “Contadini”, pur continuando ad alimentare i “Luigini” e verosimilmente parte delle “Mafie” (che sono una struttura internazionalizzata).

        La postilla è che la costruzione di un “fronte contadino” resta comunque un obiettivo politico valido, dal mio punto di vista, benché meno impellente e urgente. In qualche modo un’evoluzione del più sano e normale conflitto di classe, meccanismo principe dell’innovazione sociale ed economica, oltre che di giustizia.

        daniele,milano

  4. p.s.: ho saltato un passaggio. Volevo dire “almeno da quando questo paese non ha più potuto alimentare gli appetiti voraci del “Patto” (per rimanere al lessico casatiano)” ESPANDENDO IL DEBITO PUBBLICO.

  5. Pingback: Il problema è tutto lo Statuto dei Lavoratori | un blog per conservarsi

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