Quanto è internazionale la Lombardia dei piccoli

Ai tempi della crisi del debitoe di bilancia commerciale – che sta colpendo l’eurozona, le esportazioni lombarde, nel 2011, sono cresciute dell’8,4%, toccando il livello record, negli utlimi dieci anni, di 104 miliardi di euro. Ciò è quanto risulta dal rapporto annuale sull’internazionalizzazione delle imprese lombarde di Confindustria.

A farla da padrone sono le imprese industriali (77%) operanti soprattutto nel settore manifatturiero, della meccanica, dei trasporti, della moda ed elettronico. Il dato che – nonostante non sia una novità – stupisce sempre riguarda le dimensioni delle imprese che esportano: il 48,1% ha meno di 15 dipendenti e il 76,6% ha meno di 50 dipendenti. Sorprendente perché indicativo di una capacità di diversificazione dei mercati di sbocco e quindi di pensiero strategico nel lungo periodo, fondamentale per limitare i danni in un contesto – quello attuale – in cui il mercato interno non garantisce performance di livello.

Sorprendente perché per conquistare mercati esteri spesso sono necessari investimenti coraggiosi, effettuati o scegliendo «di andare nei grandi paesi dove ci sono piccoli margini», oppure di «prendere una valigia e partire per mercati sconosciuti e piccoli»: scelte coraggiose e alle volte vincenti, ma che potrebbero essere gestite meglio, prendendo spunto, ad esempio, da chi – scrive Dario Di Vico – si dice sia solo bravo a «sguinzagliare in giro per il mondo i propri trendsetter per cercare nuove idee da replicare». Quel che abbiamo da imparare, da Ikea, non è di certo il Made in Italy, quanto la capacità di fare sistema: «se c’era un sistema  Paese – scrive sempre Di Vico – che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro. Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui».

Certo, chiedere a un’impresa con 15 dipendenti di fare la Decathlon è un po’ difficile, ma potrebbe essere perlomeno auspicabile che, al fine di evitare avventure in terra straniera troppo rischiose, o di trarne il maggiore profitto possibile e non margini risicati, le piccole imprese operassero secondo una logica cooperativa. Purtroppo, sempre dal rapporto di Confindustria emerge che solamente il 30% delle imprese interpellate sarebbe disposto a prendere in esame l’ipotesi di aggregarsi ad altre imprese per affrontare la sfida dell’internazionalizzazione. Il dato non è incoraggiante, soprattutto se pensiamo che sono solamente poco più di trecento, in tutta Italia, le reti di impresa.

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2 pensieri su “Quanto è internazionale la Lombardia dei piccoli

  1. Io Stefano ci andrei cauto con la logica dell’aggregazione. E’ un vecchio cavallo di battaglia dai tempi di Amato, ovvero di una certa sinistra dirigista e un po’ boiarda che vede sempre e comunque male il modello padano di capitalismo molecolare e diffuso, quello che perfino Clinton, durante il suo mandato nei ’90s, venne a studiare ed elogiare. Parlare di logica cooperativa non è certo la stessa cosa di parlare di fusioni e incorporazioni, tuttavia il nostro modello è molto più danneggiato dallo stato italiano, dalle sue leggi, dalla sua burocrazia e, soprattutto, dalle sue tasse, piuttosto che dalle proprie dimensioni ridotte e dalla propria vocazione “individualistica” e un po’ anarchica. Insomma, è sempre una questione di priorità; sarebbe meglio che chi si occupa di cosa pubblica, prima di tentare suggerimenti di politica industriale, si occupasse di quanto male può fare proprio lo stato. Questa non è una critica personale a te, ma a tanti che stanno nel tuo partito.
    A margine segnalo questo interessante report del Sole24Ore sulla capacità bresciana di globalizzarsi:
    http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=1AYQY8
    Ciao,
    Alex

    • In realtà sono pressoché d’accordo. Non critico la capacità di internazionalizzazione della piccola impresa, ma penso che un modello maggiormente strutturato – che non comporti necessariamente l’aggregazione, anzi, anche solo a livello di “rete” – possa essere utile per ampliare i margini di profitto in campo internazionale.
      Ciao,
      stefano

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