Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (terza parte)

di Andrea Drezzadore

Da un “regno” ad un altro.

Le prime Elezioni Regionali in Veneto si sono svolte il 7/8 giugno 1970 con la vittoria della Dc che ottiene la maggioranza assoluta dei voti.

Nel ventennio successivo 1970-1990, il predominio democristiano, seppur affievolitosi al punto da dover passare da un monocolore a governi di coalizione, non viene mai messo in seria discussione, trovando qualche fibrillazione e cambi di Giunte più per logiche interne alla Dc che non per veri scossoni esterni. La guida della Regione resta sempre saldamente in mano al partito di maggioranza pur negli equilibri di coalizione che si sono succeduti.

Poi con Tangentopoli ciò che sembrava immutato viene stravolto.

Scompaiono di fatto i partiti laici e si disintegra la DC; il nuovo assetto bipolare, introdotto prima con il Mattarellum per le politiche e poi con la Legge Tatarella per le Regionali e l’elezione diretta del Presidente, impone nuove aggregazioni e collocazioni politiche.

Nel Veneto crolla il regno di Gianfranco Cremonese con il suo arresto e con quello del braccio destro del suo predecessore Carlo Bernini che per oltre un decennio avevano retto la Regione (sponda dorotea) e si apre un periodo di instabilità in cui si susseguono 4 Presidenti in 5 anni, con una parentesi di un anno a guida PDS (Giuseppe Pupillo) e poi anche un ingresso in Giunta della Lega (anche con un tale Gian Paolo Gobbo…).

Le elezioni del 1995 sono state la madre di tutti gli errori politici e lo specchio dell’inadeguatezza della classe dirigente del centrosinistra in regione.

All’epoca (come adesso) spirava fortissima una voglia di cambiamento: come avevano dimostrato le Politiche del ’94 e a prescindere che fosse di qualità oppure fallimentare, “nuovo” era “bello”. In un quadro politico in cui Lega e Forza Italia si presentavano divise e contrapposte, il centrosinistra di allora non seppe far di meglio che candidare alla presidenza Ettore Bentsik, già sindaco DC di Padova per quasi un decennio negli anni ’70 e ’80.

Bentsik riuscì nell’impresa di ottenere ben il 3,6% in meno delle liste che lo sostenevano (dato ancor più negativo se si pensa che tradizionalmente i candidati di csx prendono sempre maggiori consensi rispetto alle liste che li appoggiano). Il risultato fu che una regione in bilico divenne di centrodestra. Per poi rimanervi.

Non servì poi candidare personalità forti e slegate dalle mere segreterie di partito come Massimo Cacciari  nel 2000 o imprenditori come Massimo Carraro nel 2005 per invertire il sistema di potere che Galan e la Lega avevano nel frattempo costruito e messo a loro frutto.

Anzi, l’abbandono quasi subito dell’attività politica di Carraro con ancora tutta la legislatura da svolgere lascia l’Ulivo prima e il PD poi senza una guida effettiva sul campo, con tutte le conseguenze che questo comporta.

E si arriva all’approssimarsi del 2010.

La situazione politica è quella che è (il punto forse più basso di popolarità del PD di questi anni), la Lega scalpita avendo consensi e uomini che possono raccoglierlo. Il PD decide di usare la sua arma segreta. In una consultazione che si rivelerà fortemente caratterizzata da profili identitari (Zaia per la Lega; De Poli, fido dell’entourage di Casini, per l’UdC), decide di puntare su Bortolussi leader della CGIA di Mestre che pochi conoscono e che riscuote la diffidenza di molti, in nome di quella spasmodica rincorsa alla piccola impresa e al “centro” che da sola è capace di far vincere le elezioni e che quindi ogni volta viene rincorsa… a 2 mesi dalle elezioni, per poi dimenticarsela per 5 anni.

Con il risultato di perdere 60 (abbondanti) a 30 (scarsi), di avere il candidato presidente (sconfitto) che in Consiglio e in Commissione lavora per conto suo e di non avere (di nuovo!!!) un leader sul campo, ma avendo però salvaguardato le poltrone in virtù di un diabolico meccanismo elettorale (e di una frammentazione) che premia chi perde male rispetto a chi limita i danni (il PD con il 20% ottiene 14 seggi, mentre nel 2005 con il 24% ne otteneva 13…).

Ovviamente di questa scelta lungimirante non vi è alcun responsabile, né la segretaria regionale (arrivata lì per giochi d’equilibrio e non per meriti precedenti), né i veri manovratori occulti, il caminetto veneto che vive sull’asse Padova-Venezia tagliando fuori tutto il resto da ormai vent’anni perché un candidato presidente non può essere di un’altra area (e infatti Pd e Ve se li sono spartiti a rotazione dal 1995), neppure quando è bravo e popolare, neppure quando da solo riesce a prendere a Treviso le preferenze che riescono a prendere assieme 8 candidati consiglieri in tutta la provincia di Padova!

Del Veneto si dice che sia un gigante economico e un nano politico.

Se questa definizione è stata vera a livello generale (con l’eccezione del periodo dei Bisaglia, Gui e Rumor, un politico che in parte almeno bisognerà rivalutare) lo è senz’altro per l’attuale classe dirigente del PD veneto.

E di questi nani (conditi magari da qualche “ballerina”) e dei loro metodi e filosofie se ne parla al prossimo capitolo.

Vedi anche:

Indice delle Giunte del Veneto dal 1970 ad oggi.

Elezioni Regionali Veneto 2010.

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2 pensieri su “Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (terza parte)

  1. Senza dimenticare chi ha voluto Ettore Bentsik candidato nel ’94 al posto di Tina Anselmi (quella più bella che intelligente che è ancora nel Pd).

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