Il falegname del futuro

Dario Di Vico, oggi sul Corriere, racconta un altro caso di artigiano del futuro, come abbiamo cercato di fare anche su queste pagine. Si tratta di Paolo Ponti, mantovano classe 1971, figlio e nipote di falegnami, laureato in architettura a Firenze. Professione: falegname. Il segreto è la riscoperta dell’esperienza manuale, che si acquisisce solamente attraverso il contatto fisico con il prodotto. In alcuni casi, come questo, la tecnologia può non essere decisiva:

Non ci crederete ma ho copiato i cinesi. Ero da loro e li ho visti far mobili. Applicavano un’organizzazione semplice, zero gerarchie e zero burocrazia. E ho pensato che anche noi a Mantova dovevamo far così. Era inutile comprare software gestionale o altre diavolerie, dovevamo mettere in connessione la testa e le mani dei nostri dipendenti. E avremmo vinto.

Assolutamente paradossale, se pensiamo al patrimonio artigiano tipicamente italiano. L’idea è quindi il superamento della divisione, anche fisica e strutturale, esistente tra il progettista e l’esecutore materiale, tra teoria e pratica.

La nostra generazione ha iniziato l’università disegnando a mano con riga e squadra e ne è uscita usando Apple ma l’intelligenza del collegamento pensiero-mano è insuperabile [...] I progettisti di interni non conoscono i materiali e c’è bisogno dunque che le persone lavorino assieme. Prima da noi i falegnami avevano persino paura di entrare in ufficio, oggi si muovono a loro agio e non stanno ad aspettare che arrivi la scheda dal tecnico.

E sul perché non diventare fornitore Ikea, Paolo ha le idee chiare:

No, grazie. Gli svedesi usano le aziende italiane come limoni. Le spremono e poi le buttano.

E la scelta di fare il falegname, continuando la tradizione, ha anche delle motivazioni “politiche”:

Mi chiedevo: se io smetto che faranno quando mio padre lascerà il campo? Non sono certo rientrato a Mantova per diventar ricco. I soldi vanno fatti, ma il giusto. In fondo, mi sono detto, meglio il falegname che costruire villette rovinando le periferie e consumando territorio.

Comunque, leggete Di Vico, ché il pezzo è davvero bello.

Il sito dell’azienda, invece, lo trovate qui.

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3 pensieri su “Il falegname del futuro

  1. E’ una bella storia, come tante.
    Alcune contraddizioni: i progettisti d’interni o interior design, devono conoscere i materiali, oltrecchè le misure dei mobili per un uso funzionale.
    L’affermazione di non lavorare per i super ricchi viene contraddetta dal lavorare per i fornitori dei super ricchi.
    Queste enfatizzazioni a tutti i costi dell’ artigianato d’antan: testa-mani; semplicità-cinesi ante, dà un senso di forzatura al ritorno del piccolo è bello.
    Penso ed auguro ai Ponti di raddoppiare e triplicare il fatturato ; ne guadagna la responsabilità sociale e relative benefiche conseguenze, anche di ulteriore ritorno economico per l’azienda.
    L’importante è che l’azienda non si indebiti troppo e che mantenga il cashflow come previsto in qualsiasi bilancio che si rispetti. Pensando ad eventuali periodi critici.

    • Sostanzialmente d’accordo.
      Tra l’altro: piccolo è bello (io sottoscrivo), però poi si parla di nanismo economico (a mio parere, sciocchezza). Diciamo che ci sono contraddizioni.
      E ancora: burocrazia zero (d’accordissimo), però poi si sostengono tutte le politiche “green” che si basano pressoché esclusivamente su iperregolamentazione (si pensi alle disgraziatissime norme formigoniane in tema di (d)efficienza energetica degli edifici…). Anche qui, molte contraddizioni.
      Perplessità.

  2. Piccolo è bello perchè le imprese ” piccole” sono una fucina di idee partorite dalla mente dei diretti interessati: imprenditori e operai.
    Piccolo è bello perchè quelle imprese possono commerciare in quegli spazi angusti chiamati nicchie di mercato, per la loro flessibilità genetica, per i ristrettissimi centri decisionali e per una sentita partecipazione dei dipendenti agli obbiettivi dell’imprenditore. Il quale è costretto, naturalmente al contatto/dialogo diretto con le proprie maestranze.Spesso solo una parte li separa.
    Del nanismo economico, ne avevo parlato qui ,in precedenza. Per denunciare una dimensione culturale provinciale del nostro capitalismo. Di una specie di ” volemose bene” tra soci di grande aziende e grandi banche.La grande azienda è necessaria allo sviluppo dell’Italia e complemento della piccola impresa. Purtroppo, le condizioni “politiche” non danno spazio alla libera crescita di tale capitalismo.
    Propongo qui un interessante anali di noiseFromamerika, che ho confrontato con una delle 10 cose di Civati. http://wp.me/p2oV1d-ab
    Come sempre :))

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