La vendita delle attività dello Stato, e la sostenibilità del debito

Come sempre, quando si tratta di questioni così, la premessa è che non sono un economista. Cerco solamente di fare qualche conto.

Una delle strategia per ridurre il peso del debito pubblico, enunciato dal ministro dell’Economia Grilli sul Corriere, è la vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi all’anno, una quota vicina all’1% del Prodotto Interno Lordo, così da riportare il rapporto debito/PIL sotto la soglia del 100. Sicuramente esistono patrimoni di proprietà dello Stato e degli Enti Locali che non generano reddito, che magari sono sfitti, e quindi, per uno Stato che sta rischiando di morire schiacciato dal peso degli interessi sul debito che è costretto a pagare, liberarsi di questo ulteriore peso è sicuramente doveroso. Un elenco lo si trova su un articolo odierno di Antonella Baccaro:

Di certo della lista faranno parte molte caserme, come la Sani, quella bolognese che si trova in pieno centro, o il vecchio carcere militare di Forte Boccea e l’ex caserma di via Guido Reni, entrambe a Roma. E poi due magazzini, quelli di via Papareschi e di via del Porto fluviale, sempre nella Capitale.

Nella maggior parte dei casi si pescherà dalla cosiddetta white list, l’elenco di 13 mila immobili che in base al decreto di due anni fa sul federalismo demaniale sarebbero dovuti passare dallo Stato agli enti locali. Per questi immobili il ricavato del conferimento al fondo che verrà istituito dalla Cassa depositi e prestiti sarà destinato per tre quarti all’abbattimento del debito del Comune e per un quarto alla riduzione del debito pubblico nazionale.

Ma nel piano potrebbero entrare anche altri immobili che non fanno parte di quella lista. Per quelli tuttora di proprietà dello Stato l’incasso servirà tutto a far scendere il debito nazionale, mentre per quelli interamente dei Comuni il valore dell’immobile assegnato sarà destinato tutto all’ente locale, ma diviso in due parti: un quarto come liquidità, tre quarti come partecipazione al fondo immobiliare che avrà il compito di valorizzare e mettere a reddito tutti i beni da dismettere.

Fin qui tutto bene, tutto molto lineare. I problemi sorgono, invece, quando si affronta il nodo di attività che, sulla carta, dovrebbero generare reddito. Nello stesso articolo, infatti, si legge:

Ma il primo risultato tangibile, del valore di circa mezzo punto di Pil, è quello che verrà colto con il passaggio immediato delle quote di Fintecna, Sace e Simest dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti, operazione che dovrebbe fruttare circa 10 miliardi. Cifra cui bisogna sottrarre quella parte di risorse che il decreto sulle dismissioni ha destinato al pagamento dei crediti della pubblica amministrazione.

L’esborso della Cdp di una prima tranche sarà subitaneo: 6 miliardi già entro luglio. A giorni si conoscerà il nome dell’advisor (consulente) che realizzerà la due diligence (valutazione) delle tre società che porteranno alla Cassa depositi e prestiti, controllata dal Tesoro per il 70% e per il resto dalle fondazioni bancarie, una buona dote di liquidità e di utili: solo Sace ne ha fatti per 3,4 miliardi a partire dal 2004, quando è stata trasformata in società per azioni, e ha distribuito all’azionista 2,3 miliardi di dividendi.

Pur tralasciando l’accortezza secondo la quale non è mai troppo furbo vendere in un momento in cui la Borsa sguazza in acque bassissime, perché si rischia di operare delle svendite, qui sopra c’è scritto che Sace ha fatto 3,4 miliardi di utili a partire dal 2004, distribuendo 2,3 miliardi di dividendi. Lo Stato, attraverso la vendita delle quote detenute dal Tesoro alla Cassa Depositi e Prestiti, rinuncia al 30% dei dividendi che in futuro gli sarebbero spettati. E non si capisce perché. Soprattutto considerando che abbattere lo stock del debito è importante, certo, ma è ancora più importante assicurare flussi in entrata che rendano, in prospettiva, sostenibile il debito. Perché è sulle prospettive di sostenibilità che i mercati investono. La questione ricorda quella della vendita di quote di SEA, da parte del Comune di Milano. Fare cassa all’istante, senza guardare al medio termine.

Ieri ne ho molto brevemente discusso con Gianluca Pini, deputato della Lega, che alla lista delle cose da vendere aggiunge le spiagge. Oltre a non essere un peso – nel senso che non sono sfitte, il reddito che producono sarà una miseria, ma perlomeno non è negativo -, sono il più classico dei beni pubblici, da preservare, a mio modesto parere:

Ecco, forse, qual era il problema.

P.S. Mi fanno notare un altro problema:

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Un pensiero su “La vendita delle attività dello Stato, e la sostenibilità del debito

  1. In Italia vi sono novemila enti che, attraverso ottantamila amministratori gestiscono circa 600 miliardi di patrimonio immobiliare pubblico. Quel patrimonio vendibile per intenderci.
    La sola amministrazione costa allo stato 2,5 MLD/annui. I costi di manutenzione normalmente si aggirano sul 3% (un parametro di estimo per la valutazione immobiliare). Inoltre sono da aggiungerci le imposte: supponiamo un 0,6%. Il costo di questa parte del patrimonio immobilare ammonta dunque a ca. 24 MLD annui. E’ tuttavia necessaria un’ulteriore spesa: la svalutazione conseguente al mancato adeguamento alle normative, su risparmio energetico e sull’impiantistica di parte degli immobili considerati. Supponiamo prudentemente che solo il 30% degli immobili siano soggetti a tali carenze, con una svalutazione di 10%. Sono altri 18 MLD.Siamo dunque ad un costo che supera mediamente i 30 MLD/annui.
    La valutazione commerciale di un immobile può farsi immediatamente consultando le associazioni provinciali degli agenti immobiliari. Questi ultimi sono i veri terminali dei prezzi di compravendita, e quindi del reale valore di mercato.
    La preoccupazione dei più di svendere in una fase inattiva di mercato, è ragionevole per un privato che non ha particolari esigenza di liquidità. Non così per lo stato italiano, indebitatissimo e totalmente carente di liquidità.Tanto che le centinaia di MLD €, presi a prestito dalle banche italiane dalla BCE, sono stati quasi totalmente assorbiti dall’acquisto di titoli del tesoro;pena il rischio di non pagare gli stipendi statali,gli sprechi, gli emolumenti e indennità parlamentari,gli enti inutili, i finanziamenti a pioggia alle grandi imprese che non pagano i debiti alle banche; e naturalmente la sanità, le scuole, gli asili,ecc…,ecc….
    Di fronte a questa scenario catastrofico, dopo otto mesi di governo dei tecnici, nulla è stato fatto per decidere se vendere, risparmiando sui costi degli immobili, compensando il minor prezzo di mercato.Nel frattempo il debito nazionale è aumentato; così come il costo, stante lo spread altissimo che genera rendimenti (costo) vicino al 6% sui debiti a lungo termine. Cioè ulteriore debito che pagheranno le attuali giovani generazioni precarie, disoccupate, senza speranza.
    Dopo le lacrime sui pensionati,l’affranto sulla disoccupazione giovanile, aspettiamo l’atto di contrizione per i neonati.
    E D’Alema dice: oltre Monti, con Monti. La Bindi si preoccupa di impedire i matrimoni tra gay.
    Bersani attende speranzoso Casini, come se dovesse per forza sposarlo.
    A loro non frega niente che il debito va riportato al 60% del PIL,entro 15-20 anni max. Sono, degli attuali 1.966 MLD, ben 1.066 MLD. con tranche di 53,3MLD annui, oltre interessi. Grilli pensa di cavarsela con 15-20 MLD/annui? Il contagio dalla Spagna è già alla frontiera. Monti si appresta a chiedere l’intervento dello scudo. Ma la corte tedesca deciderà in settembre se la Germania può accettare l’intervento. Speriamo che i money market fund vadano in ferie anche loro, in agosto.

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