Ma Maroni l’esame di Stato dove lo ha fatto?

Mi segnalano dalla provincia di Varese, terra natale del segretario della Lega, una notizia di quelle fulminanti.

Dopo la vicenda di Giannino, ecco il paladino del Nord che l’esame di Stato è andato a farlo al Sud (come la Gelmini).

Fonti:

Mio figlio amava soprattutto le materie letterarie, si portava il vocabolario al mare e se lo sfogliava sotto l’ombrellone. Avrebbe voluto fare il giornalista, poi ha preferito una professione più sicura, per questo si è laureato in Legge. Ha poi passato gli esami di procuratore a L’Aquila.

[tratto da Carlo Zanzi, Maroni l'arciere, Lativa 1994]

La biografia, concordata, la trovate su Google, in particolare qui.

Qualche anno più tardi si laurea e diventa avvocato, non prima di aver sostenuto l’esame di Stato a L’Aquila. Fa il praticante dall’avvocato Calligari di Varese e nel frattempo coltiva molti interessi. Per racimolare qualche quattrino si presenta a Il Giornale di Varese, dove chiede di collaborare; gli propongono una poco allettante corrispondenza da Lozza. Ma poi arriva Bossi e, come vedremo, inizia tutta un’altra storia.

[Tratto da Alessandro Madron, Maroni, Una vita da mediano, Editori Riuniti 2012]

Chissà se anche L’Aquila fa parte della fantomatica Macroregione del Nord, chissà.

P.S.: anche Umberto Ambrosoli è avvocato. L’esame di Stato l’ha sostenuto a Milano. In quell’occasione, conobbe sua moglie.

Pippo Civati

Informazioni su questi ad

Cose che cambiano

ambrosolidi Viola Nicodano

Il leit motiv di questa ultima tornata elettorale doveva essere la voglia di cambiamento. Bene.

C’è un partito che ha cambiato, che si è rinnovato. C’è un partito che è stato modificato dai suoi elettori. Elettori che hanno preteso di poter esprimere una preferenza sui “papabili”, secondo il sistema delle primarie, anche senza dover essere iscritti al partito. Perché l’elettore di centrosinistra lombardo non avrebbe mai votato il “Penati bis” (ter, quater, quinquies…)! Perché per tre volte se l’è trovato candidato, e per tre volte ha lasciato perdere il governo locale…

C’è, così, un partito che oggi presenta volti nuovi. Volti di persone che arrivano dalla società civile: ma non seguendo la moda del momento, per davvero. Persone che, in questi anni, al loro lavoro quotidiano hanno affiancato l’impegno sociale e politico, attuando progetti spontanei di miglioramento delle condizioni sociali (documentati e verificabili). Persone che si candidano nella struttura di partito, è vero, ma solo perché la struttura è rimasta vuota ed è, oggi, in Lombardia, al loro servizio. Persone che per una volta non sono inglobate dal partito, ma inglobano il partito. Finalmente.

E’ con grande soddisfazione, quindi, che quest’anno andrò ad apporre la croce sul simbolo del Partito Democratico alle elezioni regionali.  E penso che i miei concittadini, visto che dicono di desiderare il cambiamento, dovrebbero essere onesti con loro stessi. Criticano le ideologie. Criticano i partiti. Dicono di non volere più ladri. E allora, questa volta, dovrebbero operare in maniera veramente democratica e coscienziosa. Dovrebbero rimanere coerenti ai loro pensieri sul declino dell’Italia. E dare il voto a chi 1) ha cambiato le persone, 2) ha innovato le idee, 3) propone una svolta vera.

Insomma, se volete il cambiamento, siate i primi a cambiare.

A coloro che si rifugiano dietro “l’esperienza” dei candidati antagonisti di Ambrosoli, chiedo: di che esperienza si parla? Esperienza nel malaffare? Nelle mazzette? Nelle spintarelle, nei trota e nelle igieniste che puntano al vitalizio a spese nostre? Bella esperienza, preferisco un novellino!

Altrimenti, se proprio non ce la fate, perché criticate l’ideologia ma siete i primi ad esserne pervasi, vi faccio una proposta. A Genova, i camalli portuali potevano scegliere tra due modalità di pagamento: una paga più alta, ma senza possibilità di lamentarsi; una paga più bassa, ma con il diritto al lamento. Ecco, se proprio volete, votate pure spinti da promesse (false) di rigonfiamento del portafoglio, come negli ultimi anni. Ma poi, dopo, non provate a lamentarvi!

Ma quali maghi del web…

(Viaggio digitale nell’universo a 5 stelle)

Il MoVimento 5 Stelle è sicuramente l’argomento del momento e ci sono buone ragioni perché lo sia. Non sto ad analizzare i contenuti della loro proposta politica, per certi versi rivoluzionaria e condivisibile. Voglio invece affrontare il core business del loro sistema di comunicazione, cioè il web e come lo usano. È infatti opinione comune che il M5S utilizzi la rete al massimo della sua potenzialità, anzi, sovrappone di fatto il sistema con le persone che lo utilizzano. Uno dei libri di Grillo Davide Casaleggio, pubblicizzato ampiamente sul suo blog, si intitola infatti “Tu sei Rete”: gli attivisti stessi sono (dovrebbero) quindi essere gli strumenti di comunicazione del movimento, che avviene (avverrebbe) su Internet. Chiedo scusa per i condizionali tra parentesi, ma è per rimarcare la differenza tra la teoria e la realtà. La strategia però è chiara, ma è soprattutto rivoluzionaria e anticipatrice, perché in futuro funzionerà così per tutti.

Breve storia del M5S, così ci chiariamo un po’ le idee. Tutto nasce da una serie di eventi spontanei che porta alla nascita del movimento Amici di Beppe Grillo, che nel 2005, su invito dello stesso Grillo, si organizzano su scala territoriale utilizzando il social network americano MeetUp per tenersi in contatto tra loro e organizzare eventi. I vari gruppi territoriali prendono appunto il nome di MeetUp e saranno l’incubatore, di lì a qualche anno, del MoVimento 5 Stelle (la V maiuscola sta per Vaffanculo). Il nome non è farina del sacco di Grillo, ma dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, che ogni anno assegna il premio nazionale “Comuni a 5 stelle” a quelle amministrazioni che si sono particolarmente distinte nella diffusione di nuove consapevolezze e stili di vita all’insegna della sostenibilità, sperimentando buone pratiche attraverso l’attuazione di progetti concreti, ed economicamente vantaggiosi, legati alla gestione del territorio, all’efficienza e al risparmio energetico, a nuovi stili di vita e alla partecipazione attiva dei cittadini (dallo Statuto dell’Associazione dei Comuni Virtuosi). Insomma, Grillo preleva un programma politico già fatto e lo trasporta nel M5S, poi elabora e deposita il marchio che da quel momento appartiene a lui. Attenzione, appartiene a lui e basta, non al movimento, questo vuol dire che tutti quelli che vogliono organizzare una lista civica ispirata ai principi del M5S devono avere la sua personale approvazione. È la base di un sistema politico verticistico senza paragoni in Italia e forse nel mondo, in cui è stimolata la partecipazione diretta dei cittadini per quanto riguarda la gestione territoriale locale, ma in cui le decisioni relative all’organizzazione interna del movimento vengono prese da una sola persona. Beh, diciamo due. Grillo e Casaleggio, il consulente aziendale e mago del web che da anni fa coppia fissa con Beppe Grillo, che gli organizza il blog e che ha avuto l’idea dei MeetUp e dello stesso M5S. Ci sarebbe qualcosina da dire sulle relazioni di Casaleggio con la grande industria delle multinazionali, ma per il momento lasciamo perdere. Torniamo invece a beppegrillo.com, il sito da cui è partito tutto, una vera corazzata e l’unico sito che può competere con i migliori blog (e non solo) internazionali per numero di accessi. Indubbiamente vengono trattati argomenti molto sentiti e questo non può che essere un suo merito. Il sito di Grillo, tra le altre cose, è anche l’organizzatore del movimento, ma soprattutto l’unico vero punto di riferimento dei suoi attivisti e dei suoi simpatizzanti. Il sistema quindi è verticistico e anche fortemente centralizzato, checché se ne dica.

Gran parte dei MeetUp aveva a suo tempo aperto i propri siti, che dall’ottobre 2009 in poi, con la nascita ufficiale del movimento, sono diventati i siti locali del M5S. Non tutti però, alcuni sono rimasti fermi al concetto di MeetUp, a volte per scelta, altri invece sono in paziente attesa dell’imprimatur concesso da sua santità Beppe Grillo, che prima di concederlo vuole essere sicuro che sia tutto in regola. Sto esagerando? A suo tempo venne fondato il MeetUp 533, che esiste ancora. Si tratta di un MeetUp riservato ai soli responsabili (chiamati organizer) dei MeetUp locali e che ha il compito di organizzarne le attività, possibilmente aiutandosi a vicenda. Non si sa bene quanto funzioni perché non è una cosa granché trasparente, anzi, all’inizio non era nemmeno accessibile. Comunque, giusto per rendere l’idea, il MeetUp 533 si era a un certo punto posto il problema di elaborare un regolamento generale dei MeetUp. Tra le varie proposte c’era anche quella di inserire l’articolo: solo chi giura fedeltà a Beppe può iscriversi al MeetUp. Solo chi giura fedeltà. La cosa non ha avuto seguito, i MeetUp locali rimangono delle isole autogestite con molte luci e qualche ombra, ma la vicenda è comunque inquietante. Di quali ombre sto parlando? Lascio la parola a Nicoletta Selis, a lungo organizer grillina: Io faccio parte di uno di questi MeetUp Amici di Beppe Grillo. Avendo fatto attività politica in un piccolo partito e credendo moltissimo nell’ambientalismo, nella giustizia e nella legalità ho pensato fosse un modo per riavvicinarmi alla politica nell’ottica del movimento. La cosa strana però è che per far parte di un MeetUp di Grillo bisogna pagare una quota mensile. A pensarci, anche in un partito o in un’associazione si paga una tessera. Ma qui è una quota mensile, neanche piccola. In nome degli ideali grilleschi in cui ci identifichiamo, l’abbiamo sopportato, ma è stato l’inizio di una serie di elementi che nel tempo sono emersi e ci fanno essere sempre più critici nei confronti del nostro amico Grillo. Nei MeetUp si iscrivono tantissime persone e dietro un nick name rigorosamente protetto puoi scrivere valanghe di post e non fare alcuna attività concreta. È il bello di internet che impegna ore del tuo tempo a scrivere per animare un gruppo dove il tasso di attivisti è bassissimo, e in alcuni casi inesistente. Lo sport preferito sembra essere quello di litigare e parlar male degli altri, e per decidere dove e quando incontrarsi si impiegano decine di post. Nei MeetUp non esistono regole di democrazia interna, ha ragione chi paga, perché pagando si diventa Organizer, ossia responsabile del gruppo. Poco importa se gli altri non sono d’accordo e se non vieni eletto. Da quel momento puoi decidere tutto, cancellare membri, e post indesiderati. [Fonte]

I siti locali del movimento servono quindi a organizzare gli attivisti, ma non servono come riferimento per i simpatizzanti. Volete una prova? Il 3 luglio ho fatto una “fotografia” della presenza sul web del M5S e ho scoperto, con mia sorpresa, l’arretratezza del movimento su questo tema. Esiste un sito nazionale (che dipende, come anche tutti quelli locali, dal sito di Beppe Grillo) che ospita un forum di discussioni e poco altro. Poi ci sono i siti regionali. Più o meno. Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia e Sardegna non hanno un sito regionale. La Calabria è ferma al MeetUp regionale. In quello della Toscana non è postato niente (c’è un video del 2011), mentre quello della Valle d’Aosta è aggiornato al dicembre del 2010. Negli altri la frequenza degli aggiornamenti e dei nuovi post è settimanale o peggio, in pochi casi (Emilia Romagna, Abruzzo, Molise e Campania) la frequenza è più serrata. Il sito della Lombardia invece lavora “a progetto”. Al momento insistono sulle dimissioni di Formigoni, da buoni ultimi rispetto a tutte le altre forze politiche di opposizione. Non ho proseguito per andare a vedere i siti provinciali ma mi riprometto di farlo.

Su Facebook le cose non vanno tanto meglio. Ci sono alcune pagine dedicate alle organizzazioni regionali, che hanno dai 28 like del Veneto ai 1689 della Lombardia, e alcuni gruppi che vanno dagli 11 iscritti della Campania agli 822 delle Marche. La pagina nazionale conta invece 25245 like. Sono, complessivamente, numeri ridicoli, e lo sono ancora di più se pensiamo che il movimento ha sfiorato il 20% dei consensi su scala nazionale, che equivale a milioni di persone che voterebbero M5S alle prossime elezioni. Dove si trovano quindi queste persone? Di certo non sul web, dove invece, secondo quello che ci dicono, avremmo dovuti trovarli. Ai vari forum, sia nazionali che locali, partecipano invece più o meno le stesse persone, che di fatto si parlano tra di loro e si dicono le stesse cose. Non vale dire che gli attivisti sono pochi ma quello che conta sono i simpatizzanti/elettori, perché uno dei punti fermi del movimento, una delle 5 stelle, è proprio la democrazia partecipativa, concetto che a me piace da impazzire. Senza partecipazione il movimento cessa di essere quello che vuole essere e diventa un partito come tutti gli altri, fallendo quindi nel suo intento.

Ma torniamo al web perché voglio concludere con una chicca, regalata ancora dal MeetUp 533. Un ragazzo chiede il motivo per cui il suo sito non aveva ancora avuto la certificazione e Carlo Cardarelli, uno dei responsabili, il 6 maggio 2012 risponde così: La cosa credo dipenda esclusivamente da “Casaleggio & Associati” che cura il sito di Beppe. Comunque, prova ad inviare la richiesta tramite posta ordinaria a Beppe Grillo – Casella Postale 1757, 20121 Milano.

Posta ordinaria! Non ci posso credere. Sarebbero questi i maghi del web?

Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (seconda parte)

di Andrea Drezzadore

“Il Veneto è una regione di centrodestra”

Questo slogan-assunto è la giustificazione dietro a cui si sono succedute in questi anni vicende ed eventi che, ben lungi dallo scalfire questa supremazia, hanno portato la classe dirigente PD ad operare scelte che questa supremazia l’hanno rafforzata, rendendoci sempre meno credibile come una scelta alternativa e fornendo terreno fertile a chiunque, anche senza altro merito, ora si presenti come del tutto estraneo sia alle attuali forze di Governo, che a quelle che sono (fintamente?) all’opposizione. Come il M5S.

Ma per prima cosa partiamo dai numeri e dal loro evolversi storico.

Tra le Regionali del 1995 e quelle del 2010 si sono svolte in Veneto ben 11 consultazioni che hanno chiamato tutto il nostro corpo elettorale al voto  (4 Regionali, 4 Politiche, 3 Europee), tutte e 11 senza sovrapposizioni nello stesso anno. Se ne hanno quindi 11 fotografie, ad intervalli di tempo quasi regolari, che costituiscono una sorta di film sull’evoluzione delle scelte di voto nel Veneto.

Ma andiamo a vederla questa evoluzione del voto (pur nell’avvertenza che 3 tipi di voto diversi con  4 meccanismi elettorali differenti non sono perfettamente comparabili).

Risparmiando la sfilza di numeri nel corpo di questo pezzo (ma per chi vuole approfondire i link sono alla fine), si possono evidenziare alcuni dati inequivocabili:

  1. nelle Politiche (1996, 2001, 2006) i Partiti futuri costituenti il PD presentandosi divisi alla Camera hanno perso una consistente quota elettorale (3-4%) rispetto a quella ottenuta unitariamente al Senato, dato che si ripete omogeneamente in tutt’Italia;
  2. all’inizio del periodo (1995) le forze che poi hanno fatto parte dell’Ulivo prima e del PD poi contavano su oltre il 30% dei consensi arrivando al picco massimo del 33,8 (Senato 2001); nel 2010 il PD di poco ha superato il 20%;
  3. dal 1996 in poi i DS (prima PDS) sono sempre stati minoritari rispetto alla Margherita e ai suoi precursori;
  4. pur essendo, seppur di poco, aumentati gli aventi diritto al voto, nel 2010 il PD ha preso i voti che da solo prendeva il PDS nel 1995 (poco più di 450 mila) con una perdita secca di 300 mila voti, anche a voler considera i soli consensi dell’allora PPI, non volendovi aggiungere altri apporti;
  5. rilevante è il crollo elettorale del PDS che in un solo anno tra il 1995 e il 1996 passa dal 16,5%  all’11,8, perdendo quasi un terzo del proprio consenso, non recuperandolo più e attestandosi in seguito sempre attorno a quella percentuale.

Risulta quindi evidente quanto il progetto costituente del PD fosse necessario e sentito dagli elettori come fase nuova e di superamento dei vecchi partiti e delle loro liturgie, come momento centrale e “luogo politico” di sintesi per un soggetto nuovo. Risulta ancor più evidente come il progetto, così come declinato finora, non stia per niente funzionando essendosi ridotto ad una sorta di duopolio, mentre aveva la chiara ambizione di rappresentare ben altro e ben altri soggetti; inoltre viene da domandarsi come mai in questo duopolio de facto, il ruolo di guida è dato al socio che era di minoranza…

Per fare questo bisogna prendere in esame ulteriori situazioni, con casi concreti, protagonisti e protagonismi, vizi (politici) confessati e inconfessabili, pratiche poco ortodosse e convergenze sospette.

Materiale per la prossima puntata. 

Dati elettorali:

La prima parte è qui.

La cattiva strada

«Alla parata militare 
sputò negli occhi a un innocente 
e quando lui chiese “perché ” 
lui gli rispose “questo è niente 
e adesso è ora che io vada” 
e l’innocente lo seguì, 
senza le armi lo seguì 
sulla sua cattiva strada».

Sulla parata militare del 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica, e sul #no2giugno, forse occorre una brevissima riflessione. Perché la Repubblica è l’elemento cardine del nostro vivere: un simbolo, concreto e non campato per aria, ma che tocchiamo tutti i giorni, con i suoi limiti e difetti, con i suoi pregi. E’ giusto ricordarsi di Lei, perché attorno a Lei ci stringiamo e perché abbiamo bisogno anche dei simboli, per riconoscerci.

Ora, l’interrogativo è quale sia il senso della parata militare. A prescindere dal terremoto. Abbiamo bisogno delle forze armate, per festeggiare? Non potrebbe essere un altro gesto, a fare bene alla collettività italiana? Un gesto solidale, appunto. Che ci spinga, magari, anche a ripensare sul senso dello stare insieme, in un’unica Repubblica, alla quale, in un modo o nell’altro, tutti vogliamo bene. Nonostante le incazzature.

«Un momento per riflettere sui costi della difesa, sul disarmo, sul modello culturale e ideale che vogliamo dare a questo Paese», ha scritto Pippo. Per avviarci sulla «cattiva strada», che tanto cattiva, forse, non è.

La redazione di OnTheNord, pur consapevole del fatto che eventuali risparmi per l’annullamento della parata del 2 giugno non potrebbero certamente compensare i costi e i danni derivanti dal terremoto che ha straziato ampie zone della Pianura Padana, ritiene tuttavia giusto associarsi alla richiesta di non far svolgere la manifestazione militare sui Fori Imperiali. In un momento di lutto e di paura, di incertezza e di diffusa sfiducia nelle istituzioni, è bene che la Festa della Repubblica venga celebrata soltanto con gesti simbolici, come avvenne nel lontano 1976 dopo il sisma friulano. In questo momento non servono nè applausi, nè saluti militari, nè fanfare, per quanto sobrie possano essere, per celebrare il referendum di 66 anni fa. Servono aiuti economici e gesti concreti, presenza massiccia dei militari nei luoghi del disastro, al fianco della popolazione civile e dei tantissimi amministratori locali che si stanno prodigando in ogni modo per essere davvero vicini ai propri concittadini. La Festa della Repubblica si deve celebrare in Emilia, oggi, fra i mattoni e i calcinacci, nel fango e nelle tendopoli, là dove la natura ha unito nel sacrificio capannoni e chiese. Là si deve festeggiare, con i fatti e il silenzio testardo di chi non si arrende e resiste. Là, non a Roma su un viale alberato.

Dalla “questione settentrionale” alla “questione Veneto” (prima parte)

di Andrea Drezzadore

Quanto si è evidenziato nei giorni scorsi è stato un autentico choc per il PD Veneto che a lungo si è cullato, per giustificare la sua inerzia, nella scusante che è tutto il territorio del Nord ad essere politicamente difficile e intrinsecamente di centrodestra, beandosi poi del fatto di non essere neppure il fanalino di coda di quest’area geografica, posto di diritto spettante alla Lombardia.

Tutti coloro che (interessatamente) hanno sostenuto queste analisi, che servono da premessa alla non-azione politica di tutti questi anni, sono stati sbugiardati d’un colpo dalle ultime Amministrative, mostrando che il “re è nudo” e che ora dovrà giustificare tutte le scelte conservative e tatticistiche di questi sciagurati anni, tutti i freni che sono stati posti alle spinte di innovazione e di coraggio politico con la scusa di contenere il danno, per ritrovarsi ora che PdL e Lega sono alle corde, incapaci di intercettarne un solo voto, che invece si ripartisce tra astensionismo e M5S.

Proprio mentre in Lombardia cadono roccaforti come Monza e Como, nel Veneto si riconfermano, al primo turno e con ampio margine, Verona e Cittadella, regni di Tosi e dell’astro nascente del leghismo bossiano, Bitonci. Non è il centrosinistra o il PD a beneficiare del crollo pidiellino e della Lega, ma chi sa meglio interpretare l’istanza di rinnovamento che spira fortissima, quale sia la bandiera sotto cui si ammanta.

Alcune vicende sono paradigmatiche.

A Belluno vince il centrosinistra con Jacopo Massaro, un 38enne ex capogruppo del PD al comune… ed ex PD. Sì, perché dopo aver chiesto ripetutamente le primarie che gli sono state rifiutate (chi si esprime contro le primarie è Sergio Reolon, 61enne da circa 40 anni funzionario politico e di partito) è dovuto uscire dal partito per correre con una lista civica, arrivando al primo turno ad un’incollatura dalla candidata “ufficiale” del centrosinistra, Claudia Bettiol, avvocato cinquantenne PD già vicepresidente della provincia, sostenuta dal PD e IdV, mentre il sindaco uscente del cdx si fermava poco sopra il 20% contro il 25% circa di Bettiol e Massaro. A pochi giorni dal ballottaggio, Massaro presenta la sua squadra di futuri assessori (nel caso di vittoria) composta da donne e uomini in ugual numero, giovani e meno giovani, rappresentanti delle comunità locali, senza alcun politico di professione. Con il risultato di vincere al ballottaggio con oltre il 62% dei consensi, lasciando tutto l’apparato del PD (e dell’IdV…) a riflettere sui suoi errori…

Mira è storicamente una roccaforte della sinistra, ancorché recentemente un po’ sbiadita, nel veneziano. Qui si presentano il sindaco uscente, Michele Carpinetti del PD (46enne funzionario sindacale CGIL in aspettativa), largo vincitore delle primarie di metà marzo, ma con un difficile rapporto con molti esponenti della sua maggioranza, sostenuto da un’amplissima coalizione che va dalla Federazione della Sinistra all’UdC, passando per IdV, SeL, una civica e ovviamente il PD. Poi un frastagliamento di liste, con PdL e Lega che corrono separate, altri 4 candidati civici e il M5S solitario come sempre. Al ballottaggio arrivano Carpinetti e Alvise Maniero, 26enne esponente del M5S laureando in Scienza Politiche all’Università di Padova, staccatissimo (43% a 17%). Al ballottaggio vince Maniero con il 52,5%. Se qualcuno pensa che sia stato il centrodestra a votare per il grillino è bene che rifletta sul fatto che Carpinetti al ballottaggio ha perso oltre 500 voti rispetto al primo turno (oltre il 6% del suo elettorato) cosa unica e rara oltre che significativa…

San Giovanni in Lupatoto nel veronese è comune in cui è preponderante il centrodestra, tranne una parentesi 2002/2007 con una vittoria di stretta misura di un candidato della Margherita. Nel 2007 colui che diventerà sindaco (Fabrizio Zerman) poteva permettersi il lusso di non apparentarsi al ballottaggio con la lista di Forza Italia (suo il 17%) e di vincere lo stesso con il 57% contro il sindaco uscente. In questa tornata si presentano candidati Federico Vantini, architetto 34enne del PD, vincitore delle primarie con un voto quasi plebiscitario, a capo di una coalizione che comprende tutto il centrosinistra e una civica; il sindaco uscente (Lega + civiche); il PdL (con le solite civiche a corredo); l’UdC solitaria così come da soli corrono M5S e una lista dell’ex sindaco margheritino. Il primo turno consegna una ampio margine a Zerman (36,5%, che incassa anche il 5% dell’apparentamento con l’UdC ) su Vantini (19%) di poco avanti al M5S, alla civica e al PdL (addirittura quinto su sei candidati…). Ma al ballottaggio matura la sorpresa, con Vantini che vince con il 51,15%, spacca il PdL, il cui candidato ufficiale appoggia Zerman e conquista un comune che sembrava inespugnabile.

In tutto questo, una lezione si può cogliere.

Il PD non ha perso la capacità di vincere anche nel Veneto, ma solo a patto di saper essere l’alfiere e il promotore del rinnovamento (Vantini ne fa il main slogan della sua campagna elettorale), sacrificando i suoi “numi tutelari” che troppe volte non la vogliono sapere di mettersi da parte e di eterodirigere ogni cosa.

Ora, il passo successivo è di chiedersi come mai il PD del Veneto nella sua classe dirigente si sia ridotto (e abbia ridotto il PD) in questo stato.

Per far questo bisognerebbe fare un’analisi su alcuni fatti e vicende che risalgono ad alcuni anni fa per lambire i giorni nostri… e per far questo ci vuole una nuova puntata.

Mira, radicamento o personalizzazione?

di Alberto Savio 

Il movimento 5 stelle porta a casa Parma, Mira, Comacchio, piazze importanti. Colpisce in particolare Mira*, storica roccaforte della sinistra. Scorrono fiumi di inchiostro per capirne le ragioni: il movimento 5 stelle incarna il nuovo, i giovani in politica, facce nuove, volti genuini, non compromessi col potere ecc. ecc. Volti vincenti, ma senza nome, che scalzano volti perdenti, con nomi importanti. Prendiamo appunto il caso Mira e proviamo a fare qualche ipotesi.

Il Pd a Mira ha conservato un peso politico forte, il dna di quell’elettorato è sempre stato di sinistra. Al primo turno Carpinetti (sostenuto da tutto il csx da Casini a Rifondazione) porta a casa 7848 voti (43.03%) mentre il giovane Maniero (5stelle) 3169 (17.37%).

La lista che ha più voti è ovviamente il PD: 4381 pari al 28.39%, dei quali addirittura 2661 con preferenza per il consiglio comunale. I voti con preferenza sono il 61%, una quota elevatissima che a una prima benevola lettura potrebbe significare il forte radicamento del partito nel territorio e la grandissima popolarità dei candidati consiglieri. Forse, al contrario, testimonia più un lavoro orientato scientificamente alle preferenze personali da parte dei candidati. Un lavoro di propaganda personale (o di corrente) che probabilmente ha offuscato la propaganda di lista, di partito, di candidatura a sindaco. Che percezione ne avranno avuto i cittadini? Di sicuro non la percezione di un gruppo cementato da un forte spirito di squadra e con chiari obiettivi comuni.

Per contro la lista 5 stelle a supporto di Maniero prende 2703 voti pari al 17.51% con 247 preferenze: meno del 10%, ben due candidati del PD superano da soli il totale…

L’affluenza al primo turno è di 19228 votanti su un totale aventi diritto di 31397 (61.24%). Al secondo turno, il clamoroso capovolgimento del risultato: l’affluenza cala al 50.5% (votano in 15854), Carpinetti prende 7334 voti (47.51%), Alvise Maniero prende 8102 (52.49%).

Si parla molto di “personalizzazione”, come fenomeno che sta trasformando profondamente l’offerta politica, a qualsiasi livello. Ma la sta migliorando? La rende più attrattiva? Questo esito elettorale dimostra forse che la “guerra delle preferenze”, alla quale si assiste in molte realtà locali, porta a risultati individuali importanti ma comunica agli elettori uno scarso senso di appartenenza e di coesione.

Il 5 stelle è stato capace invece di comunicare una grande passione e un’adesione convinta ai principi e ai programmi del movimento, che mette in secondo piano le singole candidature: non hanno neppure i classici “santini”, si presentano come squadra e non come somma di singoli candidati che fanno lavoro per se’ e per garantirsi un posto al sole in amministrazione. Forse è così perché il movimento è in fase nascente e poi certe dinamiche saranno inevitabili quando crescerà? Vedremo, può essere, ma intanto è il caso di rifletterci.

*Mira è un comune di 39.000 abitanti, situato in provincia di Venezia, a cavallo del corridoio Padova – Venezia. Rientra nell’area metropolitana di Venezia (ndr).