Husqvarna, l’economia varesina perde pezzi

Husqvarna-250-WRSi è concretizzato in questi giorni un duro colpo per l’economia varesina, e non solo. Husqvarna, azienda produttrice di motociclette, ha deciso che dello stabilimento che dal 1999 produceva moto a Cassinetta di Biandronno rimarrà solo un punto vendita che occuperà una trentina di persone. Per gli altri 212 dipendenti è già scattata la richiesta di un anno di cassa integrazione straordinaria.

La decisione nasce dalla cessione di Husqvarna, che era posseduta da Bmw, a Pierer Industrie AG di proprietà di Stefan Pierer che, allo stesso tempo, è anche Ceo della Ktm, marchio austriaco di moto che produce modelli in diretta concorrenza con Husqvarna. Di quest’ultima, passa a Ktm anche la rete di vendita negli Stati Uniti.

Quindi, ad acquisizione fatta, l’avveramento di ciò che molto dipendenti temono e denunciano da tempo: la continuità produttiva, fatta di circa 10.000 moto all’anno, non verrà garantita e, anzi, giovedì scorso è arrivato l’annuncio che chiude ogni possibilità: da ottobre 2013 la nuova società “Husqvarna Sportmotorcyle GmbH”, sarà pienamente operativa nella produzione e vendita della nuova gamma. La nuova sede sarà a Mattighofen, in Austria, dove sorge la sede storica di Ktm. A Biandronno, come dicevamo, rimarrà il servizio clienti e di fornitura dei ricambi.

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Solo l’export rallenta la caduta del PIL italiano

Secondo i dati prodotti da Istat, le esportazioni stanno contribuendo in maniera decisiva nel rallentare la caduta del PIL italiano che dura oramai da sette trimestri consecutivi, un nuovo record per l’economia italiana.

Schermata 05-2456434 alle 10.38.53Impressiona particolarmente, nella composizione della riduzione del PIL, il contributo negativo portato dai consumi delle famiglie, che si assesta su livelli decisamente peggiori rispetto a quelli segnati tra il 2008 e il 2009, a seguito del fallimento di Lehman Brothers. Si riducono anche gli investimenti e, come dicevamo, solo l’export tiene. La bilancia commerciale, infatti, mostra valori positivi sia per il calo delle importazioni ma anche grazie a un aumento netto delle esportazioni che nel gennaio 2013 ha recuperato le dimensioni del gennaio 2008.

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«I dati più recenti – scrive l’ISTAT – mostrano come molte imprese, precedentemente orientate al mercato nazionale, abbiano cercato nella domanda estera una compensazione, almeno parziale, alla forte caduta manifestata dalla domanda interna di consumi e investimenti. Tale tendenza appare di particolare rilievo, visto che, a parità di altre condizioni (settore, dimensione, ecc.), le imprese esportatrici presentano una performance superiore rispetto a quelle non presenti sui mercati internazionali». Tra le maggiori difficoltà che le imprese segnalano nell’espansione internazionale troviamo, su tutte, la difficoltà nel comprimere i costi. Ma a questa causa, interna all’azienda, si aggiungono cause esterne quali l’accesso al credito e l’offerta di servizi all’estero.

 

 

Ocse: «è prioritario ridurre le tasse sul lavoro»

«È impossibile per il momento ridurre in modo significativo il livello complessivo dell’imposizione» fiscale in Italia. Al contrario, è possibile «l’eliminazione delle agevolazioni fiscali per incrementare la base imponibile e quindi un ritocco delle aliquote marginali senza impatto sulle entrate». Questo è quanto si legge nel rapporto Ocse sulla situazione dell’economia italiana nel 2013, presentato ieri.

E sulle priorità da affrontare Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse, è lapidario, in barba al surreale dibattito sulla restituzione dell’IMU: «ridurre le tasse sul lavoro è più importante che ridurre l’Imu. […] Considerando che il forte vincolo di bilancio dell’Italia va rispettato, ai fini della credibilità del Paese, bisogna stabilire delle priorità. Noi riteniamo che la scelta fiscale coerente con queste condizioni e con le priorità indicate dal governo italiano sia la riduzione delle imposte sul lavoro. Altre scelte si possono fare più avanti e poi andranno garantite le coperture».

Per avere un’idea di quanto sia urgente ridurre le tasse sul lavoro, Il Sole 24 Ore ha prodotto questo grafico, che disegna l’andamento del costo del lavoro nelle principali economie mondiali a partire dal 2000 e poi, nella parte inferiore, abbozza un’implicita correlazione con la crescita del PIL reale:

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Qualcuno ha detto IMU?

imuCome saprete, ieri, nel discorso con il quale Enrico Letta ha chiesto la fiducia per il Governo da lui guidato, si è parlato di IMU. Letta ne ha parlato precisamente, dichiarando:

E poi bisogna superare l’attuale sistema di tassazione della prima casa: intanto con lo stop ai pagamenti di giugno per dare il tempo a Governo e Parlamento di elaborare insieme e applicare rapidamente una riforma complessiva che dia ossigeno alle famiglie, soprattutto quelle meno abbienti.

Quindi: stop ai pagamenti di giugno. Poi si apre all’interpretazione e alle prove di forza tra i gruppi parlamentari. Perché se ieri i berlusconiani già parlavano di abolizione dell’IMU e sua restituzione – così come annunciato in campagna elettorale -, già quest’oggi due ministri democratici hanno placato gli animi trionfalistici dei parlamentari PdL. «L’Imu non verrà tolta, ci sarà una proroga per la rata di giugno», ha dichiarato Dario Franceschini, al quale ha fatto eco Graziano Delrio: «L’Imu verrà sospesa per la rata di giugno con l’impegno ad alleggerirla soprattutto per i meno abbienti. Il lavoro sarà fatto con il Parlamento, non possiamo sapere il punto di approdo».

Silvio Berlusconi, quel tale che sembra ancora determinante per i destini del Paese, per il consenso popolare di cui gode – insieme al suo partito, di cui è proprietario – ha prontamente risposto: «Certo che sono fiducioso sia sull’abolizione che sulla restituzione. Non sosterremmo un governo che non attua queste misure né lo sosterremmo dall’esterno. Abbiamo preso un impegno con gli elettori e vogliamo mantenerlo».

Uno scontro prevedibilissimo, che muove dall’argomento più stupido possibile, lo stesso adottato da Berlusconi in campagna elettorale: «la tassa sulla prima casa è una tassa odiosa». Come se agli italiani interessi quali tasse pagare e non quanti Euro rimangono nelle loro tasche a fine mese – e forse agli italiani interessa proprio questo, ma è un altro discorso. In questo senso le critiche sono diverse:

  • come scrive nFA, «per rilanciare l’economia invece è meglio tagliare certe tasse piuttosto che altre. Da questo punto di vista prima di tagliare l’IMU sarebbbe meglio ridurre le tasse sul reddito, che disincentivano il lavoro, e l’IRAP, che disincentiva sia il lavoro che l’innovazione e l’impresa. Sarebbe possibile tagliare queste imposte con identiche consequenze sul portafoglio dei lavoratori del taglio dell’IMU, ma con benefici maggiori nel medio-lungo periodo». 
  • sempre come scrive nFA, «ci sono poi conseguenze distributive. L’IMU colpisce solo i proprietari di case, escludendo la fascia più povera della popolazione, che vive in affitto. […] Al contrario le imposte sul reddito sono progressive, ed è possibile modularle beneficiando diversamente i percettori di redditi bassi e alti. Ma ciò che è importante è che anche se  tagliando le imposte sui redditi si benificiassero di più i redditi alti, si favorirebbero le persone più produttive e innovative beneficiando indirettamente l’economia (e potenzialmente anche i percettori di redditi più bassi). Al contrario, abolendo l’IMU indiscriminatamente, si favorisce solo il possesso di case più grandi, senza alcun effetto per chi non le possiede».
  • e infine, con la scelta di bloccare il pagamento dell’IMU di giugno si rischia di mandare in crisi i bilanci di tanti comuni, soprattutto quelli piccoli, come spiega Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio.

Tutte cose che andiamo dicendo da tempo.

Partire dall’IMU per discutere di riforma fiscale è il primo grave errore di questo Governo. E la prima vittoria di Silvio Berlusconi.

Corruzione: una priorità che non affronteremo

berlusconi-alfanoNella discussione sulla necessità di varare il Governo guidato da Enrico Letta c’è un tema che mi sta particolarmente caro, ma del quale non si discute più. E pensare che era addirittura uno dei famosi «otto punti di Bersani», più precisamente il quarto:

Legge sulla corruzione, sulla revisione della prescrizione, sul reato di autoriciclaggio; norme efficaci sul falso in bilancio, sul voto di scambio e sul voto di scambio mafioso; nuove norme sulle frodi fiscali.

Negli «otto punti» tali misure venivano messe sotto l’etichetta «voltare pagina sulla giustizia e sull’equità» ed avevano l’obiettivo di rendere più stringente la legge anticorruzione promossa dal Governo Monti nel 2012, da molti giudicata insufficiente e dall’attuazione incerta.

Una normativa che disciplini e punisca con maggiore efficacia i reati legati alla corruzione non può essere considerata, in un Paese come l’Italia, solamente come «voltare pagina sulla giustizia e sull’equità», perché la corruzione è un fatto economico, è l’energia che fa girare i meccanismi che mettono in relazione l’economia reale (quella dei piccoli imprenditori, per dire) con la criminalità organizzata e con chi compete sul mercato in maniera irregolare. La corruzione è una delle cause della crisi della piccola e media impresa italiana, strozzata dal vortice del malaffare, perché non ha conoscenze che contano, perché non vuole cedere alle logiche criminali, perché è dura competere con i colossi che fanno della corruzione una prassi. E’ sufficiente pensare che l’Italia è stata collocata, dal rapporto di Transparency International che fa riferimento all’anno 2012, al settantaduesimo posto nella classifica dei Paesi meno corrotti. Quarantadue punti su una scala da uno a cento, al livello della Tunisia, che di punti ne totalizza quarantuno.

Questo è uno dei dati da cui partire per cambiare il Paese, per dare ossigeno e lavoro. Una riforma a costo zero che sblocca risorse, risorse umane, quelle che hanno fatto e fanno dell’Italia il grande Paese che è. Un Paese dove il lavoro si crea. Sarebbe stata una fantastica «lenzuolata», per dirla alla Bersani: una di quelle azioni capaci di andare oltre la dicotomia classica liberalismo-socialismo, semplicemente perché fa bene a tutti coloro che creano ricchezza attraverso il lavoro.

Tutto questo lo sapevano, lo sanno, anche 195 parlamentari del Partito Democratico che durante la campagna elettorale hanno aderito all’iniziativa «Riparte il futuro», con la quale si proponeva di partire proprio da qui, dalla corruzione.

Tutto chiaro? Bene, ora cancellate tutto. Perché un Governo di cui fa parte il Popolo della Libertà non affronterà mai – mai! – con decisione e fermezza questo problema. Così come tanti altri.

«La porcata di fine legislatura» e la questione della credibilità

Vito Crimi e Roberta Lombardi, capogruppo 5 Stella a Senato e Camera.

Vito Crimi e Roberta Lombardi, capogruppo 5 Stella a Senato e Camera.

Nella relazione dell’attività del Gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle di martedì 26 marzo, la capogruppo Roberta Lombardi ha attaccato duramente una parte della relazione del Governo sui pagamenti dei debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese. La Lombardi ha definito questa una «porcata di fine legislatura». Un’espressione colorita, che Beppe Grillo ha rilanciato sul suo blog, pubblicando la video-relazione e dando al post il titolo «porcata di fine legislatura», appunto.

Dario Di Vico ha notato l’azzardata dichiarazione della capogruppo grillina immediatamente, tanto che ieri, sul Corriere, scriveva:

Il tutto è avvenuto con un video di quattro minuti postato sul blog di Beppe Grillo nel quale Lombardi, più che dichiarare, in realtà recita. Ed è questo, infatti, il tratto saliente di parecchie delle sortite dei grillini nella fase iniziale della legislatura. Più che analizzare i problemi i neo-parlamentari troppo spesso recitano. Forse copiano Grillo, ma se il comico genovese ha dalla sua un’indiscussa e pluriennale professionalità scenica, i suoi replicanti francamente non lo valgono. Farebbero bene a restare “cittadini della porta accanto” e discutere i dossier nel merito. Nel caso in questione, poi, i Cinque Stelle partono da un attacco alle banche ma finiscono per opporsi a un provvedimento urgente atteso come il pane da quegli imprenditori ed artigiani che specie nel Nord Est li hanno votati copiosamente.

Ma più precisamente, di cosa si tratta? Per una spiegazione più tecnica della questione si è dovuto aspettare un post de La Voce nel quale Angelo Baglioni e Tito Boeri spiegano efficacemente perché le critiche avanzate da Lombardi sono del tutto infondate.

Le critiche si muovono sostanzialmente su due livelli:

  1. Una parte dei soldi stanziati dal provvedimento voluto dal Governo finiranno direttamente nelle tasche delle banche. Una «regalìa», la definisce Lombardi;
  2. Questo provvedimento, facendo salire il rapporto deficit/PIL al 2,9%, azzera le risorse da destinare alla crescita, non potendo sforare la soglia del 3%.

Le risposte sono, in realtà, molto semplici:

  1. Nella stessa nota letta da Lombardi c’è scritto che «una parte dei pagamenti alle imprese confluirà immediatamente al settore creditizio, in quanto una quota del portafoglio di debiti risulta già ceduto (pro solvendo o pro soluto) alle banche» e Baglioni e Boeri spiegano che si tratta di «rimborsare le banche perché i debiti della Pa di cui si parla sono in parte stati già ceduti dalle imprese alle banche. Ora, non si vede in nome di quale principio bisognerebbe penalizzare proprio quelle (poche) banche che hanno in (rarissime occasioni) accettato di anticipare alle imprese i loro crediti verso la pubblica amministrazione». E a quanto ammonterebbe questa cifra? A circa 3 milioni di euro, su un totale di 40 miliardi di provvedimento.
  2. Per quanto riguarda la soglia del 3%, «bisogna ricordare che la flessibilità concessa dalla UE è legata solo a interventi straordinari legati alla restituzione di debiti pregressi: non può essere utilizzata in altre (peraltro imprecisate) direzioni».

Le cose cambiano, quando si passa dall’attivismo da social network o da blog all’attivismo nelle Istituzioni. E forse è proprio il mito del «cittadino qualsiasi» nelle Istituzioni che non funziona, perché è inutile negarlo, ma spesso ci si trova di fronte a questioni complicate e, allo stesso tempo, potenzialmente distruttive. Bloccare tale provvedimento significherebbe negare una boccata d’ossigeno alle tante piccole imprese che anche il M5S cerca di rappresentare e che, delusi da Lega e PdL, spesso lo hanno votato. 

Ieri, nel colloquio tra Bersani e i rappresentanti del M5S, Crimi e Lombardi, questi ultimi hanno più volte ripetuto che il Governo 5 Stelle sarebbe un Governo della credibilità, perché i partiti non sarebbero più credibili. E se è innegabile che i partiti hanno perso una dose di credibilità, è altrettanto innegabile che la purezza di spirito e il semplice fatto di non avere esperienza non sono elementi che concorrono a formare la credibilità: la credibilità si acquisisce sul campo, proponendo soluzioni complesse a problemi complesse e prendendo i successivi, complessi, provvedimenti. Sventolare quintali di credibilità, anche alla luce di critiche superficiali e raffazzonate come quella di Lombardi, non avendo ancora avuto la possibilità di agire sul campo appare fuori luogo.

Si è aperta – da più di un mese, oramai – l’occasione storica di far coincidere la novità e l’esperienza. La novità di idee rappresentate dagli eletti 5 stelle ma anche i tanti nuovi eletti del Partito Democratico, associate anche a una dose di sano movimentismo. L’esperienza di chi queste cose le conosce perché ha già avuto a che farci. Sarebbe un peccato sprecarla, eppure.

Pedemontana, la storia infinita rischia di fermarsi a Lomazzo

Da qualche mese l’autostrada Pedemontana torna a far parlare di sè. Se dopo decenni di dibattito sembrava che, questa volta, non ci fossero dubbi sulla sua realizzazione, ora, a cantieri aperti e a terreni sventrati, l’incubo è quello dell’insufficiente copertura finanziaria. L’ipotesi che sembra farsi strada, al momento, è quella del «tracciato corto»: le due tangenzialine delle città di Varese e Como e 22 Km di autostrada che collegherebbero l’autostrada A8 con la A9, punto. Un progetto che costerebbe 1,4 miliardi, contro gli oltre 80 Km e 5 miliardi di spesa previsti dal progetto originario, quello che avrebbe portato da Malpensa a Bergamo.

Nel quadrato rosso la prima tratta di Pedemontana: dalla A8 alla A9.

Nel quadrato rosso la prima tratta di Pedemontana: dalla A8 alla A9.

Il rischio dei giorni appena passati è stato di interrompere i lavori, da un momento all’altro, lasciando 1.700 addetti a casa già da fine marzo. Al momento, però, la crisi di liquidità di cui soffrono le casse di Pedemontana S.p.A. sembra essere stata scongiurata nel breve periodo, garantendo l’apertura dei cantieri fino a giugno.

Ma quale è stato il nodo da sciogliere per sbloccare i finanziamenti? Affinché i lavori non si bloccassero era necessario un aumento di capitale di Pedemontana S.p.A. di circa 100 milioni di euro, per il rinnovo del prestito ponte di 200 milioni. La società Pedemontana è detenuta da Milano Serravalle per il 68%, Equiter S.p.A. per il 20% (società di Intesa San Paolo), Banca Infrastrutture Innovazione Sviluppo S.p.A. per il 6% (sempre Intesa San Paolo) e UBI Banca S.p.A. per il 5%. Milano Serravalle ha da subito deliberato l’aumento di capitale per la quota a lei riconducibile (68 milioni), mentre gli altri enti no. A quel punto la stessa Milano Serravalle ha dato la disponibilità per la copertura dei 32 milioni mancanti, a condizione che il Governo intensificasse il prestito pubblico per Pedemontana, «passando subito dalla copertura del 35% dei costi già sostenuti all’80 percento». Milano Serravalle ha quindi versato l’integrazione di 32 milioni, salendo al 79% di Pedemontana.

La copertura finanziaria anticipata dallo Stato per coprire i costi già sostenuti permetterà – molto probabilmente – di completare il primo tratto, la bretella tra A8 e A9, ma «è chiaro – scrive Il Sole 24 Ore - che se le risorse pubbliche vengono erogate in gran parte per il primo tratto, diminuiranno per il secondo», e così via. C’è un piccolo particolare che si spera non influisca sulla realizzazione di questa bretella: la prima tratta di Pedemontana, realizzata da una cordata guidata da Impregilo, si ferma a pochi metri dalla A9, perché l’allacciamento fa parte della seconda tratta, che spetta all’austriaca Strabag.

In tutto questo, come vanno le cose all’interno di Pedemontana? Un articolo de Il cittadino di Monza e Brianza, firmato da Davide Perego, racconta la curiosa gestione della società, a cominciare dai vertici. Da Maurizio Agnoloni, per la precisione, presidente di Milano Serravalle e amministratore delegato di Pedemontana:

A queste due poltrone, già prestigiose e soprattutto remunerative, il 4 marzo scorso ha aggiunto pure quella di presidente di Tangenziali esterne di Milano (Tem), anch’essa partecipata dalla Serravalle (su questa società è aperto un bando per la vendita dell’82,4 per cento del capitale. La gara si chiuderà a luglio ed è stata indetta dopo il fallimento dei precedenti tentativi di cessione, con cui Provincia e Comune hanno cercato di sistemare i propri bilanci.). Insomma, il controllore coincide con il controllato. E i soldi sono, come al solito, quelli di tutti: Agnoloni, con i suoi tre incarichi, prende ogni anno qualcosa come 280mila euro. Premi esclusi, ovviamente.

Ma chi è Agnoloni? E’ un avvocato di professione. Uomo molto vicino al presidente della Provincia di Milano Guido Podestà e amico di Denis Verdini, Agnoloni è stato coinvolto nell’inchiesta Btp-Credito Fiorentino.

Amico di Podestà, si diceva. Più di un amico, forse. Visto che l’inquilino di Palazzo Isimbardi ha affidato proprio allo studio legale Agnoloni la ristrutturazione della holding di famiglia, la «Roly», detenuta all’80% dalla moglie di Podestà, Noevia Zanella.

Dai vertici, alla base – si fa per dire – del carrozzone, dove oltre ai costi del Consiglio di amministrazione (261mila euro nel 2011) e del Collegio sindacale (359mila euro), troviamo consulenze legali per 114mila euro, «altre consulenze» per 14mila euro, 433mila euro per «collaborazioni e consulenze», 54mila euro per materiali di consumo, 36mila per le telefonate dei dipendenti e 10mila per quelle dei dirigenti. Sempre nel 2011, diminuisce fino ad azzerarsi la voce «Eventi», che nel 2010, ammontava a 537mila euro, 300mila dei quali spesi per la posa della prima pietra, a Cassano Magnago.

Oramai i ritardi e le difficoltà di Pedemontana sono candidamente ammessi anche dal nuovo presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, secondo il quale «quest’opera non è finalizzata all’Expo, io ritengo plausibilmente che una buona parte dell’opera sarà pronta per il 2015, ma non sarà esaurita nel 2015». Peccato che non fosse così fino a pochi mesi fa, quando il suo predecessore, con il quale più volte è stata ostentata la continuità politica, nel dicembre 2012 dichiarava che «la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali di competenza di Regione Lombardia per Expo Milano 2015 procede senza alcun ritardo […] Non ci sono problemi né per Pedemontana, né per Brebemi, né per Tem. Alcune di queste opere saranno pronte nel 2013 e nei primi mesi del 2014. Chi verrà dopo di noi dovrà prendere queste opere e rispettare il cronoprogramma fissato tra il 2013 e il 2015».

Se l’ambizione era collegare Malpensa ad Orio al Serio, possiamo ritenerci soddisfatti, calcolando i danni ambientali, della bretella Cassano Magnago – Lomazzo? Risponditore automatico: no.

Qui sotto una galleria di immagini dalla Valle Olona, primissimi chilometri di Pedemontana:

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photo Matteo Colombo