Mira, radicamento o personalizzazione?

di Alberto Savio 

Il movimento 5 stelle porta a casa Parma, Mira, Comacchio, piazze importanti. Colpisce in particolare Mira*, storica roccaforte della sinistra. Scorrono fiumi di inchiostro per capirne le ragioni: il movimento 5 stelle incarna il nuovo, i giovani in politica, facce nuove, volti genuini, non compromessi col potere ecc. ecc. Volti vincenti, ma senza nome, che scalzano volti perdenti, con nomi importanti. Prendiamo appunto il caso Mira e proviamo a fare qualche ipotesi.

Il Pd a Mira ha conservato un peso politico forte, il dna di quell’elettorato è sempre stato di sinistra. Al primo turno Carpinetti (sostenuto da tutto il csx da Casini a Rifondazione) porta a casa 7848 voti (43.03%) mentre il giovane Maniero (5stelle) 3169 (17.37%).

La lista che ha più voti è ovviamente il PD: 4381 pari al 28.39%, dei quali addirittura 2661 con preferenza per il consiglio comunale. I voti con preferenza sono il 61%, una quota elevatissima che a una prima benevola lettura potrebbe significare il forte radicamento del partito nel territorio e la grandissima popolarità dei candidati consiglieri. Forse, al contrario, testimonia più un lavoro orientato scientificamente alle preferenze personali da parte dei candidati. Un lavoro di propaganda personale (o di corrente) che probabilmente ha offuscato la propaganda di lista, di partito, di candidatura a sindaco. Che percezione ne avranno avuto i cittadini? Di sicuro non la percezione di un gruppo cementato da un forte spirito di squadra e con chiari obiettivi comuni.

Per contro la lista 5 stelle a supporto di Maniero prende 2703 voti pari al 17.51% con 247 preferenze: meno del 10%, ben due candidati del PD superano da soli il totale…

L’affluenza al primo turno è di 19228 votanti su un totale aventi diritto di 31397 (61.24%). Al secondo turno, il clamoroso capovolgimento del risultato: l’affluenza cala al 50.5% (votano in 15854), Carpinetti prende 7334 voti (47.51%), Alvise Maniero prende 8102 (52.49%).

Si parla molto di “personalizzazione”, come fenomeno che sta trasformando profondamente l’offerta politica, a qualsiasi livello. Ma la sta migliorando? La rende più attrattiva? Questo esito elettorale dimostra forse che la “guerra delle preferenze”, alla quale si assiste in molte realtà locali, porta a risultati individuali importanti ma comunica agli elettori uno scarso senso di appartenenza e di coesione.

Il 5 stelle è stato capace invece di comunicare una grande passione e un’adesione convinta ai principi e ai programmi del movimento, che mette in secondo piano le singole candidature: non hanno neppure i classici “santini”, si presentano come squadra e non come somma di singoli candidati che fanno lavoro per se’ e per garantirsi un posto al sole in amministrazione. Forse è così perché il movimento è in fase nascente e poi certe dinamiche saranno inevitabili quando crescerà? Vedremo, può essere, ma intanto è il caso di rifletterci.

*Mira è un comune di 39.000 abitanti, situato in provincia di Venezia, a cavallo del corridoio Padova – Venezia. Rientra nell’area metropolitana di Venezia (ndr).

Quella linea sottile che congiunge Parma e Comacchio

Chi legge On the Nord ricorderà certamente la mia insistenza sul voto al Movimento 5 Stelle, due settimane fa.

comuni a 5 stelle stanno tutti lì, in un quadrilatero a cavallo del Po, tra Emilia Romagna e Veneto. Più padani dei vecchi padani, non scendono dalle montagne e dalle vallate prealpine, sono già lì.

Tra Sarego (vittoria al primo turno), Parma, Mira e Comacchio ho scelto quest’ultimo, situato nella bassa, terra umida e afosa. Ci soffermeremo solo alla fine, velocemente, su Parma.

Se tiriamo una linea, da ovest verso est, congiungendo Comacchio e Parma, nel mezzo troveremo prima Bondeno e poi Guastalla. Quest’ultima, una cittadina di 15mila abitanti “dove si parla un dialetto già macchiato di mantovano”*, è una di quelle roccaforti dove la sinistra ha perso nel giugno 2009 per la prima volta dal dopoguerra. Vinceva Giorgio Benaglia, supportato da Lega Nord, PdL e UdC e il M5S, ai tempi, prendeva già il 6% (al momento del voto Guastalla non raggiungeva di un soffio i 15mila abitanti, perciò niente ballottaggio). Bondeno, invece, è la prima cittadina al di sopra dei 15mila abitanti ad eleggere un sindaco leghista in Emilia. Anche in questo caso era il 2009 e anche in questo caso la tradizione rossa era certificata, tanto che possono essere ammirati “alle pareti lungo il corridoio del municipio quadri del Cremlino, souvenir dei vecchi viaggi d’amicizia italosovietica”*. Siamo a pochi chilometri da Viadana, che sorge, però, sull’altra sponda del Po, quella Lombarda. E’ a Viadana che ebbe sede il primo Parlamento padano.

Poi c’è Parma, e poco oltre Busseto. 7000 abitanti, patria di Giuseppe Verdi, uno dei pochissimi comuni a Sud del Po che nel 1992 fu conquistato dalla Lega. Forse è cominciato tutto da qui, da Busseto, nel 1992. Forse non era la Lega, forse non era nemmeno la secessione e il Parlamento padano era un feticcio. La strada, però, sarebbe continuata, fino a Comacchio.

Busseto, Parma, Guastalla, Bondeno e Comacchio.

A Comacchio, nel 2000, vinse il centrosinistra al primo turno, con il 53,9%, voti che incrementarono nel 2005 fino al 60,4%. Nel 2010 la prima incertezza: vince il centrodestra, al secondo turno. La legislatura si conclude dopo pochi mesi: a fine 2011 si insedia il commissario prefettizio.

Il resto è storia recentissima, che però merita un approfondimento. Il primo turno delle amministrative appena concluse vede in vantaggio una coalizione composta da PD, UdC e due liste civiche. La coalizione ottiene 4.075 voti (36,5%). Il M5S va al ballottaggio avendo ottenuto 2.489 voti (22,3%). Il totale dei voti validi sarà pari a 11.170 voti.

Se ai 11.170 voti totali del primo turno sottraiamo i voti ottenuti dal centro(centro)sinistra otteniamo 7.095. Questo avrebbe potuto essere il risultato ottimale per il M5S, se fosse riuscito a confermare tutti i suoi voti e, inoltre, a guadagnare il voto di tutti gli altri elettori che non avevano votato il centro(centro)sinistra al primo turno. Bene, il M5S, al secondo turno, ha ottenuto 7.663 voti: più del suo potenziale teorico stimato sulla base del primo turno. Un risultato straordinario.

Per quanto riguarda Parma, ParmaSera rileva alcuni dati molto interessanti sulle singole sezioni:

Nessun quartiere vinto, né “pareggiato” con almeno il 50% dei voti. E’ uno dei tanti dati emblematici di questo ballottaggio. Un numero su tutti: 46,26% per Bernazzoli contro il 53,74%. Dove? Al Montanara, da sempre bastione rosso della città. [...] Questo, comunque, resta il risultato migliore di Bernazzoli nell’analisi del voto suddivisa per quartieri. E’ pur vero che Pizzarotti sbanca nei quartieri tradizionalmente più a destra: 67,91% contro 32,09% nel Parma Centro, 61,49% contro 38,51% al Cittadella. [...] Più contenuto, ma sempre dilagante, il successo di Pizzarotti in altri quartieri storici della sinistra. Molinetto: 57,79% contro il 42,21%; Oltretorrente: 57,35% contro 42,65%; Pablo: 54,98% contro 45,02%.

E le dinamiche tra primo e secondo turno, come fa notare Non una cosa seria, sono molto simili a quelle di Comacchio.

Ora, se volete possiamo dare un peso a queste cose, oppure possiamo dire che il M5S è robaccia di destra. Ah, no, scusate, lo abbiamo già fatto:

Io rispetto sempre gli elettori per cui auguro al sindaco di Parma di fare benissimo, ma se il centrodestra va a votare per Grillo qui c’è la confusione massima. Nessuno mi dica che questo è il cambiamento.

Rosy Bindi, presidente PD

L’analisi del voto su Parma deve tenere conto del fatto che non si tratta di una città qualunque, ma un capoluogo dove ha sempre vinto il centrodestra, mentre il centrosinistra è sempre stato all’opposizione. Vuol dire che l’elettorato del centrodestra ha preferito il candidato grillino ed è una scelta che deve far riflettere non solo noi ma soprattutto il centrodestra che non è andato nemmeno al ballottaggio.

Enrico Letta, vicesegretario PD

*Avanti Po, Paolo Stefanini, Il Saggiatore, Milano, 2010.

La piazza è piena, c’è Grillo sul palco

Finito il comizio, le persone abbandonano il campo sportivo.

Mercoledì sera sono stato a Garbagnate Milanese. 27.000 abitanti, provincia di Milano. “Siete in 27.000 qui a Garbagante, ma se togliamo i terroni rimanete in 18″, ha esordito Beppe Grillo. Sì, sono andato ad ascoltare Grillo e, soprattutto, a farmi un giro in mezzo a quel popolo incazzato e auto-organizzato che sono i suoi attivisti ed elettori. A Garbagnate sarà ballottaggio tra centrosinistra e M5S. Non che questi ultimi abbiano proprio sfondato, sia chiaro, ma 1.347 voti (10,6%), una novantina in più della coalizione targata PdL, sono bastati per giocarsi il secondo turno contro i 5.500 voti di Pier Mauro Pioli, un veterano della politica locale: vice sindaco di Garbagnate dal 1980 al 1985 e sindaco dal 1985 al 2002 – Consigliere provinciale dal 2004 al 2009. “Si candida per la quinta volta, ha 74 anni: se va bene, ancora sei mesi può tirare avanti”, butta lì Grillo, tra le risate e i vaffa.

Matteo Afker, il candidato sindaco grillino, invece, ha aggiustato il tiro, quando è stato il suo turno. Dice di avere molto da imparare da persone come Pioli, ma che ora basta, non se ne può più.

Mi sono appuntato un po’ di cose, tra le quali:

  • A detta di Grillo, la “politica” dovrebbe ringraziare il M5S per il miracolo che sta compiendo. Perché se negli altri Paesi europei gli estremisti stanno riempiendo il vuoto lasciato dai partiti, in Italia ci stanno pensando i cittadini: “studenti, laureati, operai, incensurati, massaie”. Si ritengono “l’unica chance per evitare la dittatura”. Allo stesso tempo i politici, prima di andare via, “devono fare i conti con i cittadini”.
  • I media nazionali, come già sapevamo, sono il male assoluto, e infatti Grillo li sbeffeggia, ci scherza, ci gioca, con le telecamere: “la TV sta morendo e i giornali sono finiti”. E sono disonesti, perché compiono “atti di violenza facendo domande sulla politica nazionale ai militanti”. Raccontano balle, ma “più balle raccontano e più ci rendono forti”. Anche i “sondaggini telefonici” sono truccati e per dimostrarlo, si va al voto per alzata di mano: “quanti di voi – seguaci di Grillo – domani voterebbero PdL o Pdmenoelle?”. Zero, nessuno alza la mano. Nessuno. Neanche io. C’è da fidarsi, allora: i partiti sono morti e sepolti.
  • I ragazzi dietro a Grillo, per sua stessa ammissione, non hanno molta esperienza. Forse non ne hanno proprio. Ma hanno facce pulite e hanno quel simbolo, là dietro, sinonimo di garanzia. “Vi faranno la raccolta differenziata”, dice Grillo. Ma la raccolta differenziata, stando a ciò che dice la Provincia, a Garbagnate Milanese già si fa. E si farà il bilancio partecipato: “renderemo pubbliche cose che sono già pubbliche ma che non vengono messe a disposizione dei cittadini”, garantisce Afker, il quale, dato che non se ne intende di bilanci, chiede l’aiuto dei presenti. Ed è tutto molto bello, molto. Ma là fuori ci sono 27.000 abitanti.
  • Gli assessori della possibile giunta verranno scelti attraverso un procedimento che sfrutta la rete: chiunque di voi può inviare il proprio CV ai ragazzi di Garbagnate, che poi sarà votato. L’unica condizione è non avere tessere di partito in tasca.
  • E’ intervenuto anche Mattia Calise, candidato sindaco a Milano l’estate scorsa e ora consigliere comunale. Ho come avuto l’impressione che abbia studiato a tavolino gestualità, retorica e dizione guardando i video di Beppe Grillo. Sostiene che a Milano gli stanno fregando le parole tipiche del M5S e che, supportato da una squadra di specialisti, sul bilancio “tiriamo delle cannonate a Tabacci-due-poltrone che se le ricorda”.

E’ stato un trionfo. Il campo da calcio era pieno, le tribune piene. Ho fatto fatica a trovare parcheggio. Ho camminato un po’, sembrava la strada per andare da Lampugnano a San Siro. Dai balconi di un ecomostro le persone ascoltavano. Che poi, persone. Ragazzi come me, che dopo il comizio bevono una Beck’s, che lasciano pulito il campo da gioco, cercando il contenitore esatto per la cartaccia, diverso da quello per la lattina. Spontaneismo giovane e anche un po’ ribelle e passione politica, la migliore passione politica, che spero non vada sprecata.

Un ultimo appunto. Negli ultimi giorni, in molte realtà locali, il PdL ha invitato i propri elettori a votare il M5S, laddove sarà al ballottaggio con il centrosinistra. Ho letto diversi commenti, scritti con l’indice alzato. Questa non è la dimostrazione che il M5S è di destra, questa non è la dimostrazione di nulla.

Questo non è un post sul M5S

E’ un post sull’astensione. Forse.

Siccome l’argomento è molto interessante, faremo un rapidissimo strappo alla regola. Avete capito bene, ancora Movimento 5 Stelle.

Nel post precedente avevo accennato al fatto che non sembrava ci fosse particolare evidenza di un qualche effetto positivo sull’affluenza alle urne (per positivo intendo quindi una maggiore affluenza) dato dalla possibilità di mettere una croce sul simbolo grillino.

Ho ripreso in mano i dati e ho cercato campioni che potessero essere significativi e coerenti tra di loro. Mi sono quindi rivolto alle regioni nelle quali si sono presentate più liste M5S, cioè Veneto, Lombardia e Piemonte, utilizzando le categorie dimensionali individuate nel post precedente, ovviamente quelle più ampie ed “equilibrate” (non i Comuni micro, per dire, dove si è presentata una lista M5S in meno di un comune su cento). I risultati sono i seguenti.

Per quanto riguarda il Veneto ho preso come riferimento i comuni con abitanti compresi tra 5.000 e 14.999, in totale 39: in 12 di questi c’era un candidato grillino. Rispetto alle precedenti amministrative, nei comuni senza candidato grillino l’affluenza alle urne è diminuita del 10,2%, mentre nei comuni dove si poteva votare un candidato grillino è diminuita del 10,5%. E ricordiamo che il risultato medio del M5S in questi comuni è stato del 15%.

Per il Piemonte, stessa categoria di comuni: 14 in totale di cui 4 con candidato grillino. Paradossalmente, nei comuni dove non si presentava il M5S la partecipazione al voto è diminuita del 6,5%, mentre in quelli dove si presentava è diminuita dell’8,6%. Risultato medio dei grillini in questa categoria pari a 16,4%.

Infine, per la Lombardia ho considerato i comuni medio-grandi, 26, di cui 11 con lista grillina. Non ho scelto i comuni medi, come per Veneto e Piemonte, perché solamente in uno su 39 di questi c’era un candidato M5S. Anche in questo caso, il risultato è il medesimo. Dove non c’era la possibilità di votare il Movimento l’astensione è aumentata dell’11,8%, dove questa possibilità c’era del 12,2%. Risultato medio pari all’8,9%.

Con tutti i limiti imposti da un campione limitato come quello preso in considerazione (ma che d’altra parte è l’unico possibile), con tutti i limiti delle elezioni amministrative, con tutti i limiti della statistica e con tutti i limiti miei, a me non sembra che il Movimento 5 Stelle riesca a recuperare l’astensionismo. I flussi di voto, come dicevo nel post precedente, dovrebbero essere interni alle parti politiche. Ed è anche difficile ipotizzare che vi sia stato una sorta di ricambio: nuovi astensionisti che escono e vecchi astensionisti che tornano a votare M5S, perché le percentuali sono troppo simili. Avendo i grillini ottenuto risultati piuttosto sostanziosi, se questi fossero stati determinati dal ritorno al voto dei vecchi astensionisti, dove il M5S non era presente il mancato ritorno al voto della stessa categoria avrebbero pesato notevolmente sull’affluenza.

Le ultimissime cose sul voto al M5S

Dopo i post dei giorni scorsi e dopo questo, prometto che la finisco.

Ho messo in fila un bel po’ di numeri, per la precisione tutti i risultati del M5S in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagnia, Toscana, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ho tralasciato Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige perché il lavoro era tanto e, nonostante l’aiuto del compagno Excel, ho dovuto fare delle scelte.

Ho diviso i comuni nelle seguenti categorie (prendendo spunto da qui):

  • Comuni micro, con popolazione inferiore ai 3.000 abitanti;
  • Comuni piccoli, con popolazione compresa tra 3.000 e 4.999 abitanti;
  • Comuni medi, con popolazione compresa tra 5.000 e 14.999 abitanti;
  • Comuni medio-grandi, con popolazione compresa tra 15.000 e 50.000 abitanti;
  • Comuni grandi, con popolazione superiore a 50.000 abitanti.

La prima conclusione è che esistono due linee di frattura nel voto a Beppe Grillo. Una prima riguardante le dimensioni del comune al voto e una seconda regionale.

Al crescere del numero di abitanti, cresce il numero di liste del M5S. Nei 141 comuni micro, solamente in uno si è presentata una lista del movimento, pari allo 0,7% del totale. L’incidenza percentuale cresce progressivamente, in maniera quasi perfettamente geometrica: 7,1%, 14,6%, 58,9% fino al 100% dei comuni con più di 50.000 abitanti.

La proporzionalità appena illustrata ha però delle particolarità regionali. Cominciamo col dire che il maggior numero di liste a cinque stelle rispetto ai comuni al voto si riscontra in Veneto: nel 30,2% dei comuni al voto ve ne era una, e su un campione molto ampio, 26 su 86. Campione molto simile ma percentuali molto diverse per il Piemonte: in 15 comuni su 82, 18,3%. In Lombardia, infine, troviamo un candidato grillino solamente nel 12,8% dei comuni, e anche in questo caso il campione è molto ampio (16 comuni su 125). Nelle altre regioni il campione, invece, è probabilmente troppo ristretto per essere statisticamente rilevante: 4 su 18 in Emilia Romagna (22,2%), 2 su 25 in Friuli Venezia Giulia (8%), 2 su 18 in Liguria (11,1%, Genova e La Spezia), 6 su 30 in Toscana (20%).

Ad ogni modo, il dato del Veneto è sicuramente straordinario: campione più alto possibile e percentuale maggiore. Per capirne il motivo dobbiamo guardare nuovamente alle dimensioni. In Veneto  è andata al voto solamente una città con più di 50.000 abitanti, laddove le liste del M5S si sono presentate in tutti i casi (4 su 4 in Lombardia, 3 su 3 in Piemonte). La differenza, dicevamo, la fanno i comuni medi e medio-grandi. In Piemonte il tasso di presenza dei cinque stelle in questi comuni è stato, rispettivamente, pari a 28,6% e 75%. In Lombardia a 2,6% (un solo comune su 39) e 43%. In Veneto si raggiunge il 30,8% (12 su 39) e il 92,3% (ben 12 comuni su 13 compresi tra 15.000 e 50.000 abitanti).

Anche per quanto riguarda i risultati delle liste M5S il Veneto è stato terra di conquista. Considerando sempre i comuni medi e medio grandi, la media dei risultati percentuali in questa regione è stata pari a 15,1% e 14%. Il Piemonte regge il confronto (16,4% e 11,5%) mentre la Lombardia è parecchio indietro (7% e 8,9%).

Questa è la differenza. Se nel resto del Nord i grillini hanno preso d’assalto le città, in Veneto hanno già dilagato in provincia. Ed è questo il motivo che un po’ mi preoccupa, perché ho l’impressione che sia proprio quel voto lì, che si attacca e difficilmente va via, perché con il passare del tempo diventa ideologia, e adorazione.

Un ultimo dato, che non saprei spiegare con i numeri ma che ho riscontrato raccogliendo e confrontando i dati sull’affluenza a queste e alle precedenti amministrative, è che non mi sembra ci sia evidenza di alcuna particolare capacità del M5S di recuperare l’astensione: dove si è presentato, non sembra aver influito in alcun modo su questa variabile. Un motivo in più per smetterla con la storia dell’antipolitica.

Grazie a Franco per il suo contributo.

I numeri del voto, secondo l’Istituto Cattaneo

L’Istituto Cattaneo viene in nostro soccorso con alcuni numeri. E i numeri, nudi e crudi, sono importanti, perché l’astensionismo può far perdere facilmente la bussola.

Il primo quadro – per il quale può essere scivoloso parlare di «tenuta» del Partito Democratico – ci restituisce partiti in perdita (assoluta) su tutti i fronti:

Il Partito Democratico, infatti, ha perso circa 90mila voti nelle 24 città considerate, pari a circa il 30%. A subire gli arretramenti più gravi, però, sono Lega, IdV e PdL, praticamente sempre oltre il 50% (tranne al Sud per il PdL, dove registra -40%, e Lega, non pervenuta). C’è comunque da dire che, a occhio e croce, le elezioni comunali sono caratterizzate da una maggiore presenza di liste civiche all’interno di una coalizione, rispetto alle elezioni regionali. Di conseguenza, non sono tutti voti “bruciati”: una parte di essi sarà confluito nelle civiche. Il discorso non vale per il M5S, che si presenta praticamente sempre da solo.

Da panico l’arretramento della Lega nelle regioni rosse, cosa di cui, su questo blog, abbiamo già scritto. Le cifre dicono -79% dei voti assoluti. L’arretramento della Lega, inoltre, è stato maggiore nei comuni con più di 15mila abitanti che nei comuni più piccoli.

Chi, invece, registra un saldo netto positivo è il Movimento 5 Stelle a nord e al centro. Ad Alessandria si registra +275%, a Verona +198%, Parma +155%, Monza +147% e così via. Gli stessi risultati non sono stati ottenuti al sud, dove, nei comuni con più di 15mila abitanti, i voti a favore dei grillini sono stati compresi tra lo 0,9% e il 7,1% del totale. Ben lontano dalle doppie cifre registrate nel resto di Italia.

E ora, la domanda delle domande: da dove ha preso i voti il Movimento 5 Stelle? E non perché ci interessi capire se i grillini sono di destra o di sinistra, se sono leghisti o fascisti o entrambi, ma perché ci interessa capire qual è il filo conduttore. Qual è il malessere. L’Istituto Cattaneo ha preso come riferimento la città di Parma, dove il Movimento è al ballottaggio con il centrosinistra. La seguente tabella risponde alla domanda: 100 elettori di ciascuna lista indicata nella prima riga, come hanno votato nel 2012?

Per farla breve, secondo l’Istituto Cattaneo, a Parma di 100 elettori della Lega nel 2010, ben 38,5 hanno votato M5S. E ben 54,3 cittadini su 100 che nel 2010 hanno votato l’Italia dei Valori, questo weekend hanno votato M5S. Poi ci sono i voti ai soli presidenti, ma effettivamente sono poco indicativi per poter trarre delle conclusioni, che sono le stesse alle quali siamo giunti col post precedente.

La nuova secessione del NordEst

Ieri abbiamo detto del successo del Movimento 5 Stelle in Emilia Romagna, dove sembra aver bloccato – o essersi sostituito – l’avanzata dell’onda verde del Po, e in Veneto, con la conquista del primo Consiglio comunale, quello di Sarego.

In Veneto, Sarego non è un caso isolato. Le terre della secessione leggera lanciano, venti anni dopo, ancora una volta messaggi inequivocabili, di insofferenza. Messaggi pacifici ma comunque determinati e fermi, contro il sistema. Che se nel 1997 si faceva irruzione in piazza San Marco con il tanko, quindici anni dopo, forse, è sufficiente un vaffa, non in piazza, ma mormorato a denti stretti nella cabina elettorale della scuola elementare di Vigonza (21%) o di San Giovanni Lupatoto (15%), o di un altro dei molti centri di medie dimensioni dove il messaggio di Beppe Grillo ha sfondato. Contro il sistema, contro i partiti corrotti e contro lo Stato corrotto. A Conselve (27%), a Thiene (18%), a Rosà (16%), a Marcon (19%), a Mira (18%), a Mirano (19%), a Santa Maria di Sala (16%). Ma anche a Belluno (11%), a Feltre (10%) e, perché no, anche a Verona (9%), considerando lo strapotere di Tosi. In quasi tutti i casi prima della Lega, e sempre prima del partito indipendentista più quotato, Veneto Stato.

Per farsi un’idea geografica, può essere utile seguire il Beppe Grillo Tour (elettorale) 2012; nella mappa qui sotto (che vi consiglio di guardare allargata) ho riportato tutte le tappe.


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In primo luogo, non sono state toccate tutte le regioni italiane e alcune sono state toccate solamente en passant. In secondo luogo, possiamo notare una particolare concentrazione di tappe nel nord Italia, più precisamente nella fascia pedemontana, e una densità notevole proprio in Veneto. Evidentemente, avendo a disposizione una quantità limitata di energie, Beppe Grillo ha deciso di investirle così, riscuotendo un grande successo a Est, ma solamente buoni risultati a Ovest. Facendo un giro in Piemonte, infatti, troviamo 16% a Grugliasco, 13% a Caselle Torinese, 12% ad Alessandria e Acqui Terme, 11% a Chivasso, 8% (circa) ad Asti, Cuneo, Mondovì, Borgomanero. Ottimi risultati, ma lontani diversi punti percentuali dal Veneto.

E’ questa la nuova secessione del nordest, ancor più leggera e delicata, perché rinuncia alle fratture territoriali. E c’è un filo ingarbugliato, da Parma a Belluno, che sfuma dal rosso al verde. E a capo del filo, a sciogliere il gomitolo e a raccogliere il consenso, un movimento con poca esperienza, autofinanziato, che ora mira al bersaglio grosso: le politiche. Dando risposte a istanze che toccano dal vivo i cittadini, dalla preservazione dei beni comuni a uno Stato che sia più trasparente ed efficiente, soprattutto nei rapporti che intrattiene con i partiti (ci sono anche cose un po’ buttate lì, come una sragionata uscita dall’Euro). Sono quelle cose che in passato abbiamo confuso con il “radicamento territoriale” e con i gazebo, e che ora rischiamo di confondere con i blog e l’indignazione da social network. Ed erano allora voti-costola-della-sinistra e ora voti-che-al-ballottaggio-rientreranno, dimenticandosi delle regionali in Piemonte, ad esempio, e dimenticandosi che ciò che manca sono le semplicissime azioni esemplari e i nuovi interpreti, prima di qualsiasi calcolo strategico.

E’ ancora tutto in divenire

Perché forse, come in Francia, stiamo aspettando le 20. Di conseguenza, questo post verrà aggiornato. Qualche considerazione, però, possiamo cominciare a farla.

Il PdL è scomparso.

E anche la Lega Nord non se la passa troppo bene. Perché c’è Verona, con Tosi tra il 55% e il 60%, ma con circa il 40% dei voti raccolti dalla lista civica “Per Verona”, mentre la Lega non arriva al 10%. C’è Verona, ma c’è soprattutto la mitica provincia, quella di Varese, in particolare, dove troviamo feudi che non lo sono più, come Gerenzano e Sumirago, dove la Lega perde dopo 20 e 17 anni di governo, rispettivamente. Dove troviamo culle che non lo sono più, come Cassano Magnago, che diede i natali all’Umberto, dove la Lega – secondo le proiezioni di On the Nord – non andrà al ballottaggio: primo il centrosinistra di Mauro Zaffaroni, che stacca di misura il PdL e che stacca in maniera decisa il Carroccio.  C’è Besozzo, del sindaco e senatore Fabio Rizzi (maroniano, non ricandidato), dove ha vinto una lista civica di centrosinistra. C’è Tradate, avviata anch’essa al ballottaggio, anche se in questo caso la Lega del sindaco Candiani (ex segretario provinciale, altro maroniano non ricandidato) rimane in corsa per il ballottaggio. Candiani non perde comunque l’occasione per scaricare le colpe sulla crisi della Lega: “i cittadini hanno dato la loro opinione riguardo ai kuli nudi e alle lauree in Albania, qualcuno ci dovrà riflettere”.

E c’è un’altra provincia, lontana, a Nordest. Vicenza. Sarego, per la precisione. 6.500 abitanti. Dove il Movimento 5 Stelle ha eletto il suo primo sindaco. Più di Genova, più di Parma, questo è il dato da portare a casa. Perché il fatto che sia successo in Veneto non è un caso, e coincidenza vuole che a Sarego, dal 2012, abbia sede il Parlamento padano. C’è anche Parma, certo, dove l’avanzata del M5S sembra coincidere con la frenata della Lega oltre il Po, proprio come fu Bologna l’anno scorso. E se torniamo a Verona, troviamo un Veneto Stato impalpabile, sotto lo 0,5%, quasi a dirci che non è l’indipendenza che si vuole, al Nord, ma le cose fatte bene. A confermare questa idea troviamo il risultato di un movimento giovane ma già ben strutturato, ProLombardia Indipendenza, il cui candidato sindaco a Gussago, in provincia di Brescia, ha ottenuto il 2,7%.

L’avanzata del Movimento 5 Stelle in Emilia Romagna è confermata dai risultati di altri comuni, oltre Parma. A Piacenza niente ballottaggio, ma 10% tondo tondo. A Budrio e Comacchio, invece, sarà ballottaggio con il centrosinistra, avendo raggiunto rispettivamente il 20% e il 21% delle preferenze. A Comacchio la lista dei grillini è addirittura la più votata. In tutte queste località la Lega Nord ha oscillato tra il 2% e il 6%, mentre il PdL va dal 4,5% di Parma al 21% di Piacenza. Interessante, dando uno sguardo ai risultati delle principali città, notare come il M5S non abbia assolutamente ottenuto gli stessi risultati in Toscana.

Un comune dell’alto milanese, dal valore fortemente simbolico per la Lega, offre altri spunti di riflessione sul risultato del movimento di Beppe Grillo. Si tratta di Legnano, dove il Carroccio – quello originale – sfila per le vie della città l’ultima domenica di maggio. Bene, il ballottaggio sarà tra centrodestra e centrosinistra, ma il 14% ottenuto dal candidato sindaco del Movimento ha scaraventato giù dal podio il candidato leghista, fermo al 10%. Da sottolineare, inoltre, che la lista dei grillini si sta giocando all’ultimo voto il primato di lista più votata della città.

Non molto lontano da Legnano, a Garbagnate Milanese, il M5S andrà al ballottaggio con il centrosinistra. Lo spread tra i due schieramenti è consistente (centrosinistra al 43% contro il 10,5% del Movimento 5 Stelle). Lega e PdL entrambi fermi all’8%.

E poi, a un certo punto, ho cliccato su Rapallo, scoprendo che il Partito Democratico difficilmente arriverà al 4%, in una coalizione dove SeL non tocca il 2%, così come FdS e una lista civica. Al ballottaggio andrà il centrodestra di Campodonico e una coalizione composta da alcune liste civiche, IdV e UdC, a sostegno di Costa. E questi sono solo tre dei sette candidati sindaco, per un totale di 21 liste. Ho quindi scoperto che alcuni tesserati PD sono stati espulsi dal PD perché hanno scelto di candidarsi con “Liguria Viva” (a sostegno di Costa), lista civica guidata da Ezio Chiesa, ex assessore regionale alle Infrastrutture del PD. Ho scoperto che è stata denunciata una falsa raccolta di firme a sostegno di una fantomatica lista del PD e che il sostegno di alcuni leader nazionali non ha portato benefici. Un discreto grado di confusione.

Bersani in conferenza stampa ha dichiarato: “nei voti di Grillo c’è una componente forte di protesta e credo che nei ballottaggi gli elettori potrebbero ripensare sul loro voto“. Mi permetto di esprimere forti dubbi.

La strategia montiana del PD del Veneto

Le amministrative del 6-7 Maggio sono alle porte e il PD del Veneto si prepara ad afforntarle. Come si sa, a livello comunale, spesso si formano alleanze “atipiche” fra partiti, causate dalle particolarità delle singole comunità e, talvolta, da amicizie e parentele.

Sarà così in Veneto, dove a Jesolo (25.000 abitanti), il PD sosterrà la candidatura del pidiellino Valerio Zoggia. Niente di strano, dato il pessimo stato a livello elettorale del PD locale. A Thiene (23.000 abitanti), il PD si allea con il PdL per sostenere il candidato UDC Gianni Casarotto. Anche a Thiene il centrosinistra non va poi tanto bene.
Sembra inoltre che vi saranno patti di desistenza per i ballottaggi di Belluno, Conegliano, Feltre, Cittadella per approfittare delle divisioni tra PdL e Lega Nord.

Ripeto: niente di poi così strano. In certi Comuni alleanze atipiche sono possibili, e a volte, inevitabili. Atipicità locali, insomma.

Invece sembrerebbe proprio di no. A quanto parebbe dalle parole di Rosanna Filippin, Segretaria del PD del Veneto, le prossime amministrative venete saranno un laboratorio politico.
Nientepopodimeno che l’anticipazione di un progetto di governo, che andrà a coinvolgere PD, UDC, e (parti del) PdL:

La vicenda Monti avrà conseguenze inevitabili sulla ricomposizione della politica, una parte almeno del Pdl può essere coinvolta in un progetto di governo riformista insieme al nostro partito e al Terzo Polo. Nel Veneto, questa nuova prospettiva è immediatamente praticabile dall’esistenza di un forte avversario comune, la Lega.

Ecco: da iscritto del PD del Veneto, mi piacerebbe sapere come se l’è inventata.

Bossi il romano

Giusto un mese fa, in provincia di Treviso, si recavano alle urne, per eleggere il nuovo presidente di provincia, 394.675 cittadini. 226mila persone, il 57,5% del totale, sceglievano Leonardo Muraro, candidato del centrodestra. Tutti gli altri concorrenti, messi assieme, ottenevano quindi quasi 170mila voti.

Al referendum hanno votato 385.000 cittadini, 9mila in meno rispetto alle provinciali. I “sì”, in tutti i quesiti, hanno ottenuto circa il 95%.

Ecco, viene da chiedersi come sia possibile, in una provincia dove Lega Nord e Razza Piave (strettamente legata al Carroccio) ottengono circa il 40% dei consensi un tale risultato, considerando anche l’esplicito invito di Bossi il romano a passare la domenica in montagna, o al lago, o al mare, ma solo a nord del Po. Certo, Zaia è andato a votare e ha scelto quattro sì, ma siete così convinti che Zaia abbia fatto tutto da solo, schierandosi dalla parte opposta del Senatùr? Probabilmente c’è qualcosa che non va, di più profondo, nel rapporto tra base e vertice della Lega. O meglio, forse il partito è di matrice leninista nei rapporti con i quadri e i tesserati. Tutti in fila, obbedienti e pronti all’azione. Ma con gli elettori, che succede? Il diktat di Bossi quanto (non) è stato ascoltato, questo fine settimana? Le cose cambiano, anche a destra. E, forse, è necessario che cambi anche la prospettiva dalla quale guardiamo verso Nord. Perché c’è qualcuno che inizia a guardarsi attorno. E lo fa con sguardo critico, giusto per sfatare un altro mito. Per evitare fraintendimenti: sto parlando di persone, non di partiti.