Diventare grandi e guardare dall’alto

Profilo di Città Alta, di Vania Russo – L’Eco di Bergamo

Uno dei temi che fa parte del piccolo bando che abbiamo proposto alcuni giorni fa riguarda il rapporto tra centro e periferia dello Statoche si chiama patto di stabilità, che sono i piccoli comuni costretti a fare cassa svendendo il territorio, che si chiama anche spending review, scrivevamo.

Il testo di Roberto Balzani – sindaco di Forlì e docente di Storia contemporanea – Cinque anni di solitudine ci dà una grossa mano nel rovesciare il tavolo, così da poterlo guardare da un’altra prospettiva. Dal basso, dai piedi, dalla provincia e dalle città, verso l’alto. Ma il paradosso – e qui viene il bello – è che la visione dal basso non va a discapito della prospettiva, della visione ma, anzi, la favorisce. Vuoi perché chi ci governa e chi amministra le nostre città e le nostre province sembra appiattito sul presente, schiacciato dalla volontà di fare presto e subito, vuoi perché la «sindrome di Renato Serra» (la partecipe identificazione con un destino collettivo, che è poi il vento profondo, risorgimentale, che riempie di senso le cose, che dà ragione alla passione) sembra offrire una speranza, la speranza di restituire prospettiva all’azione politica.

In questo caso, parliamo dei comuni e delle province italiane, che ci troviamo a dover gestire in un contesto in cui le risorse finanziarie cominciano ad apparire limitate e, allo stesso tempo, senza che ci sia la volontà di chi ora ci amministra di riformare qualcosa.

Per guardare le cose dall’alto, bisogna diventare grandi, devono diventare grandi sia i piccoli comuni – che sono tanti in questo Paese – che le province – che sono troppissime. Senza demagogia, ma con visione prospettica, perché abbiamo la necessità di una programmazione superiore aise vogliamo godere della vista dall’alto, ma che venga realizzata sulla base di rapporti di forza differenti: se il comune deve mediare con tutti gli altri comuni, e tutti gli altri comuni devono mediare con la provincia, e la provincia con un’altra provincia che a sua volta media con i suoi comuni che mediano tra di loro, alla fine prevale l’elemento negoziale e non quello strategico, prevale l’arcigna rivendicazione di un ruolo invece che la visione complessiva.

E chi le farà queste cose? Chi troverà gli equilibri ottimali? Balzani risponde: noi, gli amministrati. O, perlomeno, chi ci starà, chi si metterà al servizio, perché gli strumenti ci sono e le cose è meglio farle prima che tutto sia precipitato. Perché, di questo passo, esploderà l’asimmetria tra spazio della rappresentanza e spazio della gestione

E il vento profondo cosa ci piglia con tutto ciò? Ci piglia che è una grande occasione, quella di ripensare i rapporti tra enti locali, per . Possiamo essere noi, gli amministrati, a identificare i bisogni e le aspirazioni di autonomia dell’autentica realtà periferica italiana lasciando da parte la difesa accanita di una presunta identità, come vorrebbero i neoregionalismi tradizionalistici e irrazionalistici in questo primo scorcio di secolo, con l’unico fine di far combaciare lo spazio amministrativo con lo spazio socioeconomico, onde ridurre gli sprechi (di tempo e di risorse) ed inutili negoziazioni.

I territori possono e debbono essere raccontati attraverso la memoria culturale [...] ma possono e debbono essere governati da una visioneEcco, se avete una visione da proporre, un’idea che tenete nel cassetto da tanto tempo, qualche dato, qualche numero, è il momento di tirarli fuori e spedirli a onthenord@gmail.com.

A chi fosse interessato consiglio il blog Bene in Comune, di Roberto Rampi.

Centralizzare per risparmiare?

Oscar Giannino, oggi su Panorama, sostiene che una grossa fetta di spesa pubblica sia da tagliare. Federalismo? No, tutto il contrario:

Si ripete che tagli alla spesa sono tagli ai servizi ai cittadini: penosa menzogna, visto che la spesa per welfare è meno della metà degli oltre 50 punti di pil, e le sole forniture sanitarie costano 5 punti di pil cioè il doppio di 7 anni fa, perché ogni ospedale e asl ne rifiuta la centralizzazione.

Ne deriva che, secondo Giannino, se l’acquisto di forniture sanitarie fosse centralizzato, dando minore autonomia al singolo centro di spesa, le cose potrebbero andare meglio. Detta così, sembra molto semplice, e in fondo non ci si discosta molto dal principio dei costi standard. Sarà vero?

L’idea di Giannino, tra l’altro, è fortemente in contrasto con quanto ha sostenuto pochi giorni fa Michele Boldrin su Linkiesta:

Non c’è alternativa al federalismo fiscale, piaccia o meno alle anime belle che anche oggi insorgeranno contro questa affermazione. Il federalismo cretinoide della Lega Nord va abolito, certo. Ma chiunque pensi che l’Italia possa smettere di declinare senza cambiare la struttura del proprio stato ed adottare un vero federalismo fiscale su base territoriale è un illuso. O un parassita che mente sapendo di mentire.

Update: Tito Boeri, oggi, su Repubblica, scrive che “se necessario, la spending review dovrà mettere paletti al decentramento, come quelli che vengono chiesti al governo spagnolo nei confronti delle autonomie regionali”.

Il patriottismo non è nazionalismo

Sull’eterna discussione tra nazionalismo e patriottismo che portiamo avanti su questo blog, costantemente ravvivata dalle mire indipendentiste, dall’unitarismo considerato come continuità storica del fascismo, dall’accusa rivolta al centrosinistra di essere diventato nazionalista, contro la libertà dei popoli, riporto alcuni passaggi da “Salviamo l’Italia”, di Paul Ginsborg:

Nel maggio 1945 George Orwell, nell’articolo Notes on nationalism, tracciò una prima importante distinzione tra i due termini. Per «patriottismo» egli intende la devozione a un particolare luogo o stile di vita «che si reputa migliore del mondo ma che non si vuole imporre agli altri». Esso ha una connotazione essenzialmente difensiva, sotto il profilo sia militare sia culturale. Il nazionalismo, invece, «è inscindibile dal desiderio di potere». E’ per sua stessa natura aggressivo ed espansionista, esige che i suoi adepti dissolvano in esso la propria individualità sospendendo la capacità di giudizio. Il patriottismo per Orwell è espressione di un affetto intimo, mentre il nazionalismo è espressione, a sua volta, di un odio a stento trattenuto, proiettato all’esterno.

In tal modo ella [Simone Weil] collegava l’amor patrio ai valori cristiani di umiltà e compassione, aggiungendo inoltre elementi fondamentali quali la necessità di rispettare la diversità – diversità regionale in primo luogo -, di combattere la xenofobia, di garantire il pluralismo di opinioni («A un paese come il nostro la varietà e il ribollimento delle idee non può mai fare del male»); infine di aiutare il patriottismo a trovare espressione nella quotidianità, «ininterrotta, in qualsiasi occasione, persino in quelle più banali».

Egli [Carlo Rosselli] aveva a cuore l’ideale del patriottismo e voleva salvarlo da due diversi, pericolosi nemici. Uno era il nazionalismo fascista, che aveva trasformato l’amore per la patria in espansionismo aggressivo, e gli eroi del Risorgimento in protofascisti. L’altro era l’internazionalismo marxista, che puntava a minimizzare l’importanza dell’amor patrio in nome di più vaste lealtà. Non era un bene, sosteneva Rosselli nel 1935, accettare un internazionalismo che significava «asservimento alla politica russa». L’internazionalismo era un obiettivo prezioso, ma «per esistere deve salire dal basso verso l’alto, farsi positivo, vivere prima nella personalità singola, nella classe, nella patria». [...] Così, nella visione del socialismo liberale di Rosselli, «l’attaccamento alla patria» meritava onore. Era il fondamento, non l’antitesi, dell’internazionalismo, nonché la preziosa base della futura Europa democratica costruita dal basso.

Emergenza spread: gli enti locali pagano il pareggio di bilancio

E’ brutto linkare un articolo senza commentare, ma lo faccio lo stesso.

Luigi Marattin su noisefromamerika.org, analizza le correzioni dei conti pubblici effettuate nel 2011 sotto “l’emergenza spread”.
La domanda: tra i tre macro-comparti dell’amministrazione pubblica (statale, locale, previdenziale), quale ottiene i benefici delle maggiori tasse? Quale invece viene costretto ad un maggior taglio delle spese?

Una semplice analisi dei dati della Ragioneria Generale dello Stato ci rivela che lo Stato avoca a sè l’88,5% delle nuove maggiori entrate, mentre è responsabile solo del 15,25% della riduzione totale di spesa pubblica, la quale corrisponde appena allo 0,8% del bilancio dello Stato di parte corrente. Quasi la metà dei tagli di spesa è sopportata dalle amministrazioni locali.
La sola analisi del decreto “Salva-Italia” (DL 201 dello scorso dicembre) ci consegna un quadro ancor più squilibrato in relazione a come il cammino verso il pareggio di bilancio sia articolato tra i vari livelli di governo della cosa pubblica.

Buona lettura: Su quali spalle pubbliche grava davvero il pareggio di bilancio.

p.s.
L’analisi su chi paga e chi ci guadagna con l’IMU (Imposta “Municipale” Unica): IMU – Imposta Montiana Unica

Una Lombardia rossocrociata?

E’ partita una petizione online che si prefigge l’obiettivo di raccogliere 500mila firme per chiedere al governo italiano di indire un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera. Un’iniziativa che ha fatto seguito alle recenti dichiarazioni di Ueli Maurer, ministro della Difesa svizzero, che ha affermato che per i suoi connazionali «annettere la Lombardia non sarebbe un problema, dato che rappresenta circa il 90% del totale di tutti gli scambi commerciali con il nostro Paese». Non sappiamo se gli autori della petizione raggiungeranno la quota di firme prefissa. Possiamo solo dire che un referendum di questo genere appare improponibile, e che comunque, seppure online, i ticinesi su questa soluzione si sono già espressi, ma negativamente.

P.S. anche per On the Nord

I sogni della Svizzera nel cuore dell’Europa

L’annessione della Lombardia non sarebbe affatto un problema. Stiamo già affrontando discorsi simili coi due Länder tedeschi del Baden-Württemberg e della Baviera.

Ueli Maurer, Ministro della Difesa della Svizzera

Come sono cari, gentili e generosi gli Svizzeri. Potreste chiedere anche Catalogna e Rodano Alpi se si vogliono unire, no?

IMU – Imposta Montiana Unica

Dell’IMU, l’Imposta Municipale Unica, si è già discusso in questo blog, in particolare del decreto del 4/12/2011 del Governo Monti che ne ha anticipato l’applicazione al 2012. L’IMU era nata nel disegno “federalista” di Calderoli come l’imposta principale con cui si sarebbero finanziati i Comuni, sostituendo i trasferimenti statali. Monti l’ha introdotta anticipatamente nella forma di imposta comunale patrimoniale sugli immobili con un’ampia compartecipazione statale.

In breve
Per i proprietari, l’IMU montiana si presenta come un’imposta che colpisce gli immobili con un’aliquota dello 0,4% sull’abitazione principale (“prima casa”) e dello 0.76% sugli altri immobili, con una franchigia (uno “sconto”) sulla prima casa di 200 euro. Il Comune in cui è ubicato l’immobile potrà aumentare o diminuire l’aliquota dell’imposta sulla prima casa di ±0.2% (aliquota minima: 0.2%; massima: 0.4%) e quella sugli altri immobili di ±0.3% (min: 0.36%; max: 1.06%).

L’IMU montiana non si configura però come un duello tra proprietari ed erario, ma come una lotta a tre: proprietari, erario statale ed erari comunali. Come cambiano i rapporti tra questi tre attori a seguito di questa imposta?

Proprietari vs Stato
Il decreto prevede una “riserva a favore dello Stato di una quota dell’imposta pari alla metà dell’importo calcolato applicando alla base imponibile di tutti gli immobili diversi dall’abitazione principale e delle relative pertinenze l’aliquota di base”.
Poiché la metà dell’aliquota di base per gli “immobili diversi” è 0.38% (=0.76%/2) e il patrimonio immobiliare di questo tipo è valutato a 2 368 miliardi di euro, si ottiene che questo tipo di proprietari dovrà versare allo Stato un totale di 9 miliardi di euro.

Proprietari: -2 368 x 0.38%= -9 miliardi ( -180€ procapite)
Stato:           -2 368 x 0.38%= +9 miliardi ( +180€ procapite)

Proprietari vs Comuni
Il rapporto tra proprietari e Comuni è complesso: i Comuni possono variare considerevolmente le aliquote da applicare sugli immobili, esiste inoltre una franchigia di 200 euro per l’imposta sulla prima casa.
La franchigia di 200 euro per immobile è stata approssimativamente valutata a 3.8 miliardi di euro totali: questo valore andrà quindi sottratto al totale dell’imposta gravante sulle prime case.

Se i Comuni applicheranno l’aliquota base (0.4% per la prima casa e 0.76% per gli altri immobili), l’introito che avranno sarà uguale a 1 892 miliardi (valore complessivo delle prime case) moltiplicato per 0.4% sottratto di 3.8 miliardi di franchigia, sommato a 2 368 miliardi (altri immobili) moltiplicato per 0.38% (aliquota dello 0.76% ma sottratta dello 0.38% che va allo Stato!), che è:

1 892*0.4%-3.8+2 368*0.38% =12.8 miliardi di euro

A questi 12.8 miliardi vanno però sottratti 10.8 miliardi corrispondenti ai mancati introiti dell’ICI e delle imposte sui redditi fondiari di immobili non locati che non verranno più corrisposti ai Comuni, dato che queste imposte sono state soppresse. Le entrate in più per i Comuni derivanti dall’imposizione dell’IMU all’aliquota di base saranno quindi di 2 miliardi di euro.

Nel caso in cui i Comuni applicassero le aliquote massime, l’introito totale netto (sottratto sempre della franchigia e degli introiti ICI) per i Comuni è di 12.9 miliardi di euro, mentre se applicassero le aliquote minime, i Comuni si troverebbero in perdita di -8.9 miliardi di euro!

Aliquote base:        Proprietari: -2 Miliardi ( -30€ procapite)
                                  Comuni:      +2 Miliardi ( +30€ procapite)
Aliquote minime:   Proprietari: +8.9 Miliardi ( +150 € procapite)
                                  Comuni:      -8.9 Miliardi ( -150 € procapite)
Aliquote massime: Proprietari: -12.9 Miliardi ( -215 € procapite)
                                  Comuni:      +12.9 Miliardi ( +215 € procapite)

Comuni vs Stato
Il terzo confronto è tra erari comunali e l’erario statale. Il comma 17 (un vero capolavoro del centralesimo italiano) prevede che:

“All’incremento di entrata per i comuni stimato in euro 2.000 milioni annui corrisponde una riduzione di pari importo delle risorse erariali assegnate a valere sui fondi sperimentale di riequilibrio e perequativo”

Traduco: dato che è ingiusto che l’IMU (così come congeniata dallo Stato) permetta ai Comuni di sgraffignare ai cittadini 2 miliardi di euro in più di quanto non facessero con l’ICI, allora questi 2 miliardi di euro vanno giustamente riconsegnati allo Stato, attraverso il taglio i trasferimenti al fondo perequativo dei Comuni.
In sostanza l’IMU prevede anche che, attraverso il taglio del fondo perequativo, lo Stato si riappropri di 2 miliardi che erano destinati a essere trasferiti ai Comuni (cui poi si dovrebbero aggiungere anche i tagli ai trasferimenti ordinari ai Comuni, MA tralascio…).

Comuni: -2 miliardi (-30€ procapite)
Stato:     +2 miliardi (+30€ procapite)

E’ la somma che fa il totale
Tiriamo le somme:

Aliquota base:
Proprietari:-9 mld (allo Stato)–2 mld (ai Comuni) = -11 mld di euro (-180€ procapite)
Comuni: +2 mld (dai proprietari)–2 mld (allo Stato) = 0
Stato:+9 mld (dai proprietari)+2 mld (dai Comuni) = 11 mld di euro (+180€ procapite)

Ricapitolando: all’aliquota di base (così fissata dallo Stato), l’Imposta Municipale Unica fornisce allo Stato 11 miliardi di euro in più e ai Comuni una maggior capacità di spesa di ben zero euro. Più che Municipale: l’Imposta Montiana Unica.

Faccio notare che il Governo lascia però grande capacità di manovra ai Comuni grazie alla manipolazione delle aliquote. Se i Comuni volessero applicare le aliquote massime, avrebbero un introito aggiuntivo di ben 10.9 miliardi di euro (praticamente il doppio di quanto introitano ora attraverso l’ICI, 180 € procapite in più), viceversa se volessero essere magnanimi verso i cittadini già vessati dall’IMU statale (180 € procapite di imposta statale!), potrebbero scegliere di tagliare le proprie entrate di 10.9 milardi di euro.

Se mi sbalio con i conti corigeretemi!
Fonte: ilsole24ore.com dati rielaborati.

Lo spopolamento dell’Alto Piave

La crisi nel Bellunese si fa sentire non solo economicamente, ma anche demograficamente.

Per il terzo anno consecutivo la Provincia di Belluno perde abitanti: -366 abitanti nel 2011 rispetto all’anno precedente, con un tasso di crescita negativo dello -0,07%. Il dato non sembra preoccupante di per se, se non lo si confronta con il tasso di crescita regionale veneto che segna un solido +0,55%.

La montagna è sicuramente un ambiente difficile: i giovani si spostano in pianura, dove c’è un’economia più aperta, una cultura più moderna, una società meno chiusa nel familismo, più anticonformista… almeno così direbbe il luogo comune.

Non è così: le province confinanti, e morfologicamente del tutto analoghe, del Trentino e dell’Alto Adige presentano tassi di crescita annuali del +0,97% e +0,91%, tassi tra i più alti d’Italia, simili a province ultra-urbanizzate, come Milano o Roma.

Che succede? Com’è che una certa montagna attira abitanti tanto quanto le più grandi città?

La differenza tra Belluno e Trento ha un nome: Statuto Speciale, il magico strumento che conferisce un’autonomia decisionale e finanziaria enormemente più alta all’Alta Valle dell’Adige, rispetto a quella del Piave.

Su spinta del Partito Democratico (data l’opposizione di Galan (PdL), e il titubare di Zaia (Lega)), a tentare di dare maggiore autonomia decisionale al territorio bellunese è il nuovo Statuto regionale del Veneto che all’art 15 conferisce alla Regione il potere di devolvere propri poteri e risorse alla Provincia di Belluno. Un articolo su cui il Governo italiano ha chiesto spiegazioni.

I Bellunesi sono infatti rappresentati a Venezia tanto quanto gli altri Veneti, ma la necessità della devoluzione me l’ha spiegata in poche parole un Democratico bellunese: “In Regione le necessità del Bellunese valgono 3 consiglieri su 60, quelle dei Trentini valgono 35 su 35″.

Sull’autonomia finanziaria speciale che consente alle Province di Trento e Bolzano di trattenere il 90% degli introiti da IRPEF, IRES, IVA, tasse di successione, sulle lotterie, le concessioni governative, sui tabacchi, le accise sui carburanti, etc. etc., ha voce in capitolo solo il Parlamento italiano.

Quindici anni in due commi

Questo decreto è irricevibile, siamo molto preoccupati significa che non potremo più usare la liquidità per circa 9 miliardi di euro. Vuol dire che un Comune di 80-90 mila abitanti non potrà più disporre di qualcosa come 300-500 mila euro frutto finora degli interessi bancari.

Uno degli attacchi più decisi, oltre a quelli di matrice leghista, ai commi 8 e 9 dell’art. 35 del decreto liberalizzazioni proviene da Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci. A seguire, Flavio Zanonato, sindaco di Padova, anch’egli democratico, anch’egli dell’Anci:

Una nuova botta all’autonomia dei Comuni: un’altra dimostrazione che in questo Paese il federalismo si pratica solo a parole, per essere poi puntualmente smentito dai fatti.

Come oramai saprete, i commi sopra citati prevedono la scomparsa delle tesorerie comunali e il trasferimento delle risorse dei Comuni, lì depositate, alla tesoreria statale.

Di cosa stiamo parlando, quando parliamo di tesoreria unica? Il regime di tesoreria unica è stato introdotto nel 1984 e prevedeva che tutte le risorse dei Comuni fossero versate alla Banca d’Italia, su due conti separati. Su un conto, infruttifero, confluivano tutte le risorse trasferite dallo Stato. Sull’altro conto, fruttifero, confluivano le risorse prelevate direttamente dagli Enti locali. Quando il Comune doveva effettuare un pagamento, era tenuto a prelevare prima le risorse dal conto fruttifero. E’ necessario specificare che, ai tempi, la maggior parte delle risorse dei Comuni erano intermediate dallo Stato e finivano perciò sul conto infruttifero. Di conseguenza, gli Enti locali avevano una capacità di gestione della propria liquidità praticamente nulla, così come era praticamente nulla la possibilità di percepire degli interessi su questa stessa liquidità.

Nel 1997 è stato introdotto il regime di “tesoreria mista”, che nel 2008 è stato esteso a tutti gli Enti locali. Il sistema è misto perché prevede che le entrate provenienti dallo Stato finiscano su conti speciali presso le tesorerie provinciali, gestite dalla Banca d’Italia, mentre tutte le altre entrate possono essere depositate presso i tesorieri dell’Ente locale.

I vantaggi della gestione della liquidità comunale tramite una propria tesoreria sono diversi. In primo luogo, un maggior controllo delle risorse liquide può permettere una migliore capacità di pianificazione nell’uso delle stesse. In secondo luogo, la possibilità di rivolgersi al mercato ha permesso ai Comuni di beneficiare di migliori tassi di interesse, mettendo “a gara” la gestione di capitali, alle volte, piuttosto consistenti. C’è da dire che, in alcuni casi, i Comuni hanno abusato di tale possibilità, avventurandosi nel felice mondo dei derivati. Infine, alcuni osservatori hanno rilevato come la vicinanza geografica abbia reso più semplice i pagamenti.

Il decreto liberalizzazioni sancisce, di fatto, il ritorno al sistema di tesoreria unica. Perché? Perché, attraverso questa manovra, lo Stato centrale contabilizza gli 8,6 miliardi di euro al momento depositati presso le tesorerie degli Enti locali sul proprio bilancio, “a copertura”, per accrescere le garanzie della Tesoreria. In questo modo lo Stato potrà ridurre il ricorso ai mercati per finanziarsi, risparmiando, sugli interessi che dovrebbe pagare, 300 milioni (circa) nel 2012, 150 nel 2013 e altri 150 nel 2014.

Lo Stato spenderà queste risorse per ripianare dei debiti, magari prodotti da comuni poco virtuosi o dalla stessa amministrazione statale? Sul punto c’è molta confusione. In linea di principio, no. Abbiamo chiesto al responsabile Economia del Partito Democratico, Stefano Fassina, il quale ci ha garantito:

Le risorse rimangono, fino all’ultimo euro, del comune che le versa. Cambia la tesoreria, ma non c’è appropriazione di fondi. È una centralizzazione che aiuta il Tesoro nella gestione del debito, ma è pur sempre una centralizzazione.

Quali sono le cose che non tornano, perciò? In primo luogo, ciò che, da anni, non torna è il patto di stabilità interno. Qualche manciata di miliardi di euro depositati presso le tesorerie degli Enti locali e non spendibili sono il problema centrale. Da ciò discende un secondo problema: gli Enti locali virtuosi, che hanno dei risparmi presso le proprie tesorerie, per anni si sono impegnati nel rispettare il patto di stabilità, con la promessa che queste risorse, prima o poi, saranno rese disponibili. Con questo provvedimento non si tocca il patto di stabilità e inoltre si privano le autonomie della possibilità di gestire come vogliono queste risorse e quindi di percepire interessi superiori. Al contrario, queste stesse risorse verranno utilizzate per garantire la Tesoreria statale, risparmiando allo Stato il pagamento di interessi derivanti dall’emissione di debito: nella sostanza, tolgo maggiori entrate agli Enti locali e diminuisco le uscite dello Stato centrale (una sorta di scambio di flussi derivanti dagli interessi, uno swap Enti locali – Stato centrale), con buona pace dei Comuni che quelle risorse le hanno accumulate tagliando prestazioni e servizi e a tutto vantaggio di chi, invece, ha contribuito alla crescita del debito pubblico (sia esso statale o degli Enti locali).

La questione, depurata dagli interessi partitici, è questa. Sembra invece molto azzardato sostenere che questi soldi siano già stati spesi e che questi soldi sono stati scippati (semmai è stato scippato un surplus di futuri interessi che su questi soldi sarebbero maturati), come sembra molto azzardato sostenere che per gli Enti locali non cambia nulla, e sembra anche azzardato escludere, come conseguenza dell’ultima affermazione, che non sia in ballo la responsabilizzazione delle autonomie locali.

Una nota finale per il Partito Democratico: se si vuole fare il federalismo delle buone pratiche, se si vogliono riportare al centro i Comuni, se si vuole fare il partito dei sindaci, se vogliamo dimenticare anni di “L’Abruzzo? Un peso morto” e si vuole riprende quel cammino del quale le tesorerie comunali non erano che una tappa (“è una procedura  che  riporta  gli  Enti locali  indietro  di  15  anni” – ci ha scritto il senatore Musi). Se si vuole, dicevo… Ecco.

 

La botte piena

Stanno facendo molto scalpore, giù al Nord, i commi 8 e 9 dell’articolo 35 del decreto liberalizzazioni. Vediamo cosa prevedono:

Art. 35
Misure per la tempestivita’ dei pagamenti, per l’estinzione dei debiti pregressi delle amministrazioni statali, nonche’ disposizioni in materia di tesoreria unica.

8. Ai fini della tutela dell’unita’ economica della Repubblica e del coordinamento della finanza pubblica, a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 dicembre 2014, il regime di tesoreria unica previsto dall’articolo 7 del decreto legislativo 7 agosto 1997, n. 279 e’ sospeso. Nello stesso periodo agli enti e organismi pubblici soggetti al regime di tesoreria unica ai sensi del citato articolo 7 si applicano le disposizioni di cui all’articolo 1 della legge 29 ottobre 1984, n. 720 e le relative norme amministrative di attuazione. Restano escluse dall’applicazione della presente disposizione le disponibilita’ dei predetti enti e organismi pubblici rivenienti da operazioni di mutuo, prestito e ogni altra forma di indebitamento non sorrette da alcun contributo in conto capitale o in conto interessi da parte dello Stato, delle
regioni e delle altre pubbliche amministrazioni.

9. Entro il 29 febbraio 2012 i tesorieri o cassieri degli enti ed organismi pubblici di cui al comma 8 provvedono a versare il 50 per cento delle disponibilita’ liquide esigibili depositate presso gli stessi alla data di entrata in vigore del presente decreto sulle rispettive contabilita’ speciali, sottoconto fruttifero, aperte presso la tesoreria statale. Il versamento della quota rimanente deve essere effettuato entro il 16 aprile 2012. Gli eventuali investimenti finanziari individuati con decreto del Ministro dell’Economia e delle finanze – Dipartimento del Tesoro da emanare entro il 30 aprile 2012, sono smobilizzati, ad eccezione di quelli in titoli di Stato italiani, entro il 30 giugno 2012 e le relative risorse versate sulle contabilita’ speciali aperte presso la tesoreria statale. Gli enti provvedono al riversamento presso i tesorieri e cassieri delle somme depositate presso soggetti diversi dagli stessi tesorieri o cassieri entro il 15 marzo 2012.

Su L’Indipendenza non l’hanno presa bene (grassetto loro):

Il linguaggio è ovviamente burocratico, ma la sostanza è questa: in nome “della tutela dell’unità economica della Repubblica”, i soldi degli enti locali depositati presso le tesorerie comunali (ad eccezione dei quattrini derivanti da mutui e da prestiti) devono essere trasferiti, in due tranche del 50% ognuna delle somme esigibili, presso la tesoreria statale. Se inoltre gli enti locali hanno risorse depositate presso soggetti diversi che non siano le tesorerie, li devono far rientrare entro il 15 marzo, in modo che poi possano essere trasferiti alla tesoreria statale.

In altri termini lo Stato mette le mani sui soldi di tutti i comuni e lo fa fino al dicembre 2014. Alla faccia del federalismo definito una necessità dal presidente della Repubblica. Qui siamo alla rapina a mano armata, che non danneggia solo gli enti locali, ma anche le banche del territorio che svolgono le funzioni di tesoreria, le quali si vedono costrette a trasferire tutto a Roma.

Siccome, detta così, appare una rapina, mi sono rivolto al senatore del Partito Democratico Marco Stradiotto (celebre per la sua campagna antifederalista. Sì, ciao), che mi ha segnalato un suo post che risale al 29 gennaio. Le parole magiche, svela Stradiotto, stanno proprio nel nome dell’articolo 35: “Misure per la tempestivita’ dei pagamenti, per l’estinzione dei debiti pregressi delle amministrazioni statali, nonche’ disposizioni in materia di tesoreria unica”. Tempestività dei pagamenti e debiti della pubblica amministrazione: un paio di quei problemi che strangolano le piccole e medie imprese. Il ritorno alla tesoreria unica è la strada (centralista, bisogna dirlo) scelta dal Governo per aggirare i vincoli imposti dal Patto di stabilità:

Situazione : Oltre 60 Miliardi di ritardati pagamenti  in molti casi determinati dalle norme sul patto di stabilità, di fatto si tratta di un debito nascosto sotto il tappeto (situazione ereditata dal precedente Governo).

Qual era la necessità? La prima necessità è quella di sbloccare la situazione iniziando a pagare i fornitori di beni e servizi allentando i vincoli sul patto di stabilità.

Qual è il problema? Le norme sul patto di Stabilità non sono solo un vincolo burocratico ma nel tempo hanno accumulato anche effetti finanziari. Ad esempio gli avanzi degli Enti Locali di fatto sono sulla carta. In quanto  la liquidità relativa a quelle poste di bilancio è già stata usata dallo Stato proprio in virtù della tesoreria unica vigente anche prima dell’entrata in vigore del decreto liberalizzazioni. Quindi il problema del Governo è stato quello di trovare  liquidità senza emettere nuovi titoli di Stato e quindi senza ufficializzare debito ulteriore che andrebbe oltre ai 1.900 Miliardi di € di debito delle pubbliche amministrazioni.

Qual è la soluzione scelta dal Governo? Semplice: recuperare la liquidità giacente inutilmente (in quanto spesso bloccata dal patto di stabilità) nelle tesorerie dei diversi enti territoriali e accumularla tutta in un conto presso la tesoreria statale in modo da avere la liquidità per sbloccare 8,6 Miliardi di ritardati pagamenti senza dover emettere nuovi titoli di Stato.

Cosa cambia per gli Enti Locali: Praticamente nulla i pagamenti ordinati dall’ente territoriale non vengono eseguiti dalla tesoreria comunale ma dalla tesoreria statale. Certo gli enti territoriali non possono più fare alcune operazioni finanziare (alcune molto discutibili) . Vi erano , ad esempio, comuni che avevano lasciato quella liquidità alle Banche sottoscrivendo dei conti a pronto termine.

Cosa devono chiedere gli enti Territoriali? Innanzitutto comprendere che questa misura è una mossa intelligente che permette di iniziare a sboccare il fenomeno dei ritardati pagamenti. Gli Enti territoriali invece di lamentarsi devono chiedere che in cambio venga allentato il patto di stabilità. Infatti grazie a questa rinuncia di autonomia viene creata una disponibilità di liquidità nella tesoreria statale e in cambio gli Enti potrebbero chiedere con forza un allentamento del  patto di Stabilità .

Chi subisce la maggiore penalizzazione? In questo caso le Banche.

Ora, forse, si può fare una valutazione più lucida.