La strada sale e la fatica comincia a farsi sentire. C’è l’ennesimo tornante, di fronte, e Francesco richiama le energie accumulate in giorni interi di allenamento, passati anche quelli a sfidare le salite in sella a una bici. Francesco, nella vita, fa altro. E’ uomo di sport, da sempre legato al Nordest, in un continuo tira e molla. Sambenedettese, Pistoiese, Bologna, e sempre Verona, in mezzo tra una e l’altra. Una carriera in crescendo da allenatore, con le tante soddisfazioni di Vicenza (nel 1997 vincerà la Coppa Italia e sarà eliminato dal Chelsea in semifinale di Coppa delle Coppe) fino alla soddisfazione immensa della scorsa stagione, ancora a Nordest. Siamo a Udine, dieci anni dopo. Il campionato non parte bene – l’Udinese sarà ultima fino alla sesta giornata -, ma la famiglia Pozzo decide di mantenere Guidolin alla guida della squadra e le zebrette ricambiano la fiducia e l’impegno del tecnico con un campionato travolgente, chiuso al quarto posto. A Guidolin non scappa nemmeno una parola di contentezza e di soddisfazione. Lavorare sodo, costantemente, ricavare il massimo da ciò che ha a disposizione. Mai una parola fuori luogo, mai un eccesso, mai una lamentela. Le risorse sono quelle, e con quelle si lavora. E il lavoro, infatti, è tattico e muscolare. Le scelte ponderate porteranno alla consacrazione di Alexis Sànchez, passato al Barcellona a fine stagione.
E se sembra che tutto sia finito – oltre a Sànchez la società cederà anche Gokhan Inler, perno del centrocampo, al Napoli e sarà eliminata ai preliminari di Champions dall’Arsenal -, la piccola impresa Pozzo conferma di essere dinamica, di aver creato relazioni interne forti e virtuose, grazie alle quali la cessione dei due gioiellini viene immediatamente riassorbita: alla settima di campionato per l’Udinese è primato in solitaria. Poi, la sorpresa: Totò Di Natale, capitano, leader, trascinatore indiscusso delle zebrette, napoletano, è l’unico candidato italiano al Pallone d’oro. Totò, troppo piccolo per la Nazionale e per i club più blasonati, certezza dell’Udinese.
Capace di grandi risultati avendo a disposizione risorse limitate, con la sua gestione famigliare, oculata e mai spendacciona, con un bilancio da tripla A, questa Udinese sembra il ritratto del Nordest che cerca il riscatto. Grazie anche a investimenti all’estero che permettono di scovare i migliori talenti (lo sappiamo, qua si può aprire una voragine, e per questo rimandiamo al post sulla cantera bergamasca), di farli crescere e valorizzarli, Udine guarda dall’alto verso il basso tutta l’Italia calcistica, la Torino della FIAT, la Milano dell’imprenditore da bere divenuto Presidente del Consiglio e quella del petroliere, la Roma col suo latinorum e quella american style, la Napoli dei tre tenori.
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