Vi ricordate l’orda?

“Anche se io spero che questo momento non debba mai venire, questo problema potrebbe diventare talmente enorme che dovremo porci il problema di usare anche le armi”.

Roberto Castelli, aprile 2011

Castelli, nella dichiarazione resa poco più di un anno fa, faceva riferimento agli sbarchi sulle coste italiane Primavera araba in corso. Come abbiamo già avuto modo di raccontare, si trattava di un dato straordinario solo (solo!) perché in controtendenza, rispetto alla dinamica decrescente degli sbarchi.

Il trend decrescente è stato confermato nel 2012:

Gabriele Del Grande, giornalista e fondatore dell’Osservatorio Fortress Europe, che si occupa di registrare ogni sbarco di migranti avvenuto sulle coste europee dal 1988, non ha dubbi: “Da gennaio a fine maggio 2012 sono arrivate non più di mille persone, come ha comunicato di recente il ministro dell’Interno Cancellieri”, spiega Del Grande, “stiamo parlando di all’incirca 20 barconi: numeri assolutamente trascurabili rispetto a quelli di un anno fa, quando nello stesso periodo erano sbarcate 30mila persone”.

Del Grande parla di una «riduzione drastica ma definitiva», dichiarazione che sembra confermare – ancora una volta – il trend negativo di cui parlavamo, che subisce delle correzioni «fisiologiche» in momenti di particolare criticità, come l’anno scorso. Il mare, negli ultimi due mesi, è stato anche in buone condizioni.

Ma i movimenti di popoli non si fermano comunque, e infatti Del Grande ritiene che possano riscuotere maggiore successo nuove (si fa per dire) forme di migrazioni, via terra, ad esempio attraverso la Turchia.

Il dato drammatico che rimane – mentre in Italia il dibattito si sviluppava sull’onda demagogica ed elettorale, l’onda della paura – ci racconta che «in 24 anni di viaggi della speranza hanno perso la vita 18.278 persone (di cui 2.352 nel 2011)». Forse era questa la «paura» più concreta, e prossima, ma ce ne siamo dimenticati, in questi 24 anni. Scusate il ritardo.

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Gli stranieri in Italia lavorano, eccome

Dal 2007 al 2010 i lavoratori stranieri sono passati da 1,5 milioni a poco più di 2 milioni, passando dal 6,5% al 9,1% del totale degli occupati. E il numero sarebbe sottostimato, perché non vengono conteggiati i lavoratori stagionali e i conviventi con i datori di lavoro – due settori tipici di impiego per gli stranieri – oltre, ovviamente, ai clandestini. Questo è quanto risulta da uno studio della Fondazione Leone Moressa, commissionata da Il Sole 24 Ore.

Il dato riguardante i lavoratori stranieri è in netta controtendenza rispetto ai lavoratori italiani: se i primi sono aumentati del 38,5%, nel quadriennio considerato, i secondi sono calati del 4,3%.

Impressionanti i dati di alcuni settori. Nei servizi sociali e alla persona i lavoratori stranieri rappresentano il 30% del totale e, all’interno di questo 30%, ben l’80% sono donne. Le lavoratrici straniere, d’altra parte, sono il 42% del totale. Altri due settori nei quali si concentra il lavoro straniero sono le costruzioni (18,1%) e alberghi e ristoranti (15,8%).

Quest’ultimo settore – insieme a “saldatori, montatori e lattonieri” e “addetti non qualificati dell’industria” – rientra tra i settori in cui il tasso di sostituzione tra italiani e stranieri è uno a due: per ogni lavoratore italiano che abbandona tale settore, ne entrano due stranieri.

Alcune considerazioni che si possono fare riguardano, da una parte, il settore servizi alla persona e, dall’altra parte, il settore della ristorazione. Il primo è un settore cruciale, come rileva Maurizio Ambrosini, dell’Università Statale di Milano: «Soprattutto qui, il lavoro degli immigrati è una precondizione per l’occupazione degli italiani, anziché un’alternativa». Il secondo settore porta alla memoria i recenti fatti accaduti a Milano, dove il blitz anti-evasione ha portato alla luce numerosi lavoratori in nero, in parte stranieri, in parte clandestini. «Sempre più si insinua il dubbio che gli immigrati si giovino di una sorta di “vantaggio competitivo” – perché si adattano e costano meno – in un mercato del lavoro che registra l’accentuarsi dei suoi tradizionali aspetti di debolezza», ha dichiarato Laura Zanfrini dell’Università Cattolica e Fondazione Ismu. La strada è alzare il livello di guardia e le garanzie a difesa dei lavoratori più deboli e meno rappresentati, perché “adattarsi e costare meno” fa male a tutti, lavoratori italiani e lavoratori stranieri.

Immigrazione: finalmente un caso positivo

La Giunta Comunale di Varese ha approvato in questi giorni un progetto che prevede un periodo di tirocinio lavorativo e interventi di mediazione linguistica e culturale per i 43 profughi presenti a Varese, arrivati dalla Libia quest’estate.

Una vicenda di cui mi sono occupato sin da luglio.
Per la verità la mia proposta era stata accolta con un certo scetticismo (per non dire, derisione) dal Sindaco Fontana. Il quale aveva sostenuto:

“Sarebbe una cosa ottima, ma Civati non è nato prima degli altri: non lo facciamo perchè la legge non lo permette. Ci abbiamo già pensato come Anci Lombardia e abbiamo chiesto al Ministro Roberto Maroni di modificare la legge. Se ci sarà una condivisione e la normativa cambierà potremo farlo, ma solo in quel momento e a condizione che i sindacati siano d’accordo, perchp non dimentichiamo che qualcuno potrebbe vederci uno sfruttamento di manodopera”.

Ma questo fa parte di una piccola soddisfazione personale e politica.

Ciò che più conta è che finalmente sia stata data una risposta seria, precisa e concreta. E in questo un ringraziamento deve andare all’Assessore Angelini che ha preso questa iniziativa.

Presto, quindi, i 43 giovani ospitati all’Hotel Plaza potranno – così come loro stessi avevano chiesto a più riprese attraverso le associazioni che da tempo si occupano di loro – svolgere delle piccole attività di lavoro a favore della comunità cittadina.

 

Questo caso è importante per varie ragioni. Anzitutto perchè si tratta di un segno di disponibilità a lavorare da parte di persone arrivate in Italia: a dimostrazione che è sempre sbagliato demonizzare aprioristicamente l’”immigrato”. Inoltre, questa è la dimostrazione che l’immigrazione, se vista al di fuori dalle barriere ideologiche di questi anni, è un problema dove si possono raggiungere risultati sociali e di buona amministrazione.

L’emergenza strutturale sulle coste italiane

“Anche se io spero che questo momento non debba mai venire, questo problema potrebbe diventare talmente enorme che dovremo porci il problema di usare anche le armi”. Roberto Castelli, ex ministro della Giustizia e attuale Viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, 12 aprile 2011, parlando delle prospettive dell’ondata migratoria generata dalla primavera araba.

“Ma scusate, in Libia non si stanno usando le armi? No, allora, le armi o si possono usare o non si possono usare. Bisogna vedere se si usano bene o si usano male. Noi siamo invasi, c’è gente che viene in Italia senza permesso, violando tutte le regole, beh, a questo punto bisogna usare tutti i mezzi per respingerli. Eventualmente anche le armi”. Francesco Speroni, europarlamentare, 13 aprile 2011.

“Ci riescono in Spagna, Grecia e Croazia. Dovremmo riuscirci anche noi, ma usando il mitra”. Daniele Stival, assessore della Regione Veneto, 24 febbraio 2011.

Se ricordate, era proprio questo il clima che si viveva. Un’orda di invasori e noi che avremmo dovuti essere pronti, fucili in spalla. “Uno tsunami umano”, lo definiva l’ex Presidente del Consiglio.

Cosa è rimasto di tutto ciò? Sono rimasti 51.811 migranti, sbarcati sulle nostre coste nei primi 7 mesi del 2011 (Fondazione ISMU), per scemare nei mesi successivi. “Un vero e proprio boom rispetto all’anno precedente in cui se ne contano in tutto 4.402”, scrivevano i giornali, partendo dai dati giusti (quelli proposti nella tabella qui sotto) ma giungendo alla conclusione sbagliata. Il dato straordinario, infatti, era proprio quello del 2010, che confermava un trend discendente degli sbarchi, considerando che nel 2009 questi erano stati poco meno di 10mila. La crisi si faceva sentire e l’Italia era un paese sempre meno attraente, anche per i migranti.

Anno Sbarchi (Ministero dell’Interno)
1998 38159
1999 49999
2000 26817
2001 20143
2002 23719
2003 14331
2004 13635
2005 22939
2006 22016
2007 20165
2008 36951
2009 9573
2010 4406

Se guardiamo ai dati a partire dal 1998 e fino al 2009 possiamo osservare come il numero di migranti sbarcati sulle nostre coste sia oscillato tra (poco meno di) 10mila e 50mila e, guardacaso, il dato più elevato è incoincidenza di un’altra crisi, la guerra in Kosovo. Il 1999, tra l’altro, era stato preceduto da un anno caratterizzato da un numero elevato di sbarchi (oltre 38mila) e da un 1997 particolarmente critico, a causa dei disordini in Albania: se in quei casi si potevano abbozzare argomenti sulla “saturazione” della capacità di accoglienza dell’Italia, lo stesso discorso non si può fare per il 2011, preceduto da due anni di bassa pressione sulle coste (meno di 15mila sbarchi in due anni).

Torniamo all’Albania, per dare una dimensione agli sbarchi del 2011: tra il 7 e l’8 marzo 1991 arrivarono, nei porti di Brindisi, Bari ed Otranto, 25.708 albanesi, dei quali circa 20mila solo a Bari. Per farsi un’idea: 20mila in un giorno a Bari nel 1991 contro 22mila – stimati dalla Caritas – nei primi 4 mesi del 2011. E, nel 1991, arrivarono altri 20mila migranti albanesi in agosto. Stesse cifre nel 1997, anno funestato dal drammatico incidente nel canale di Otranto, nel quale morirono 88 persone. Ai tempi, Silvio Berlusconi, commentò così l’accaduto:

“Vorrei che tutti gli italiani avessero avuto l’incontro che ho avuto io con questa gente che ha perso tre figli, che ha perso la moglie, che sperava di venir qui a trovare un paese libero e democratico in cui poter lavorare, in cui potersi affermare. Ecco queste son cose che noi non possiamo permettere che succedano più nel nostro paese”.

Altroché “orda”, quella dei primi mesi del 2011. A fronte di uno dei più grandi sconvolgimenti politici che abbia riguardato il Mediterraneo viene confermata la falsa emergenza, o meglio, “l’emergenza strutturale” che vede il nostro paese incapace di affrontare con serietà la questione migratoria.

I dati, vogliamo i dati!

Stavo leggendo alcune cose interessanti sulle nuove migrazioni (che probabilmente confluiranno in un post) quando mi sono imbattuto in questa lettera al direttore di Varese News, il cui passaggio centrale è:

Ma nessuno pensa al lombardo puro sangue che, a causa di disgrazie familiari, economiche, sociali, si trova a dover sopravvivere con uno stipendio misero e inadeguato alle sue esigenze?

Fino a poco tempo fa c’erano i servizi assistenziali, i servizi sociali, i servizi di opere benefiche che ci pensavano, oggi queste risorse non sono piu’ sufficienti per far vivere decorosamente uno di noi, perchè? Perché ormai sono dirottate verso i meno abbienti che oggi, più degli altri, risultano essere gli extra comunitari. Le attenzioni, le sovvenzioni,  gli sguardi delle pubbliche amministrazioni, sono rivolte prima a loro e poi, se c’e’ spazio, tempo e soldi, ai cittadini residenti.

Ci sono poi dei passaggi periferici che preferisco non riportare.

La lettrice conclude la lettera chiedendo l’apertura di un dibattito serio. La mia risposta è stata questa:

Egregio Direttore,
ho letto con attenzione la lettera della signora Mariapia riguardante le risorse destinate agli immigrati, che, stando alla ricostruzione della lettrice, sarebbero sottratte ai “lombardi puro sangue”. Pur non condividendo tale espressione, riconosco, come anche lei ha fatto, che Mariapia ha posto la questione con garbo ed è questo che mi ha stimolato nel formulare una risposta, cogliendo l’invito a una seria riflessione.
Perché questa riflessione sia obiettiva – come la stessa Mariapia auspica – e di portata generale, credo che sia corretto partire da dei dati, evitando di mettere alla base del ragionamento singole esperienze, che potrebbero non essere completamente rappresentative della realtà generale.
I dati che propongo sono tratti dalle edizioni 2010 e 2011 del Dossier Caritas Migrantes, nella cui sintesi ad uso della stampa si legge che “il saldo tra i versamenti degli immigrati all’erario e le spese pubbliche sostenute a loro favore è ampiamente positivo (1,5 miliardi di euro secondo una stima del Dossier) e questa somma, secondo altri calcoli sarebbe ancora più elevata”. Il dato è effettivamente sconvolgente; da ciò risulterebbe che il contributo degli immigrati regolari allo stato sociale è ampiamente positivo, dando alla collettività più di quanto ricevano (Il Dossier stima circa 10 miliardi di uscite a fronte di oltre 11 miliardi di entrate). Certo, il dato non tiene conto degli irregolari, ma questi sono una netta minoranza, ammontando a circa 420mila (un decimo del totale) e, con andamento altalenante, in diminuzione rispetto ai primi anni 2000 (dati: Fondazione ISMU). Volendo fare un calcolo spannometrico, potremmo sostenere che le spese a favore degli irregolari potrebbero essere coperte dall’avanzo generato dai regolari. Però questo è, appunto, solo un calcolo spannometrico.
In tempi di crisi, manovre e riforma delle pensioni, vorrei inoltre citare un altro dato. Gli immigrati sono in larghissima parte in età lavorativa. Solamente il 22% di essi ha meno di 18 anni e solamente il 2,3% ha un’età superiore ai 65 anni (Istat). In ragione di ciò nel Dossier Caritas Migrantes 2011 si legge che “il sistema pensionistico regge anche grazie agli oltre 7 miliardi annui di contributi pensionistici pagati dagli immigrati”.
Non credo di avere in tasca delle certezze assolute, ma credo che sia giusto confrontarsi con questi dati se si vuole affrontare una seria riflessione.

Ringrazio il Direttore per l’ospitalità e l’ascolto e ringrazio Mariapia per gli stimoli offerti.

L’emergenza Rom non esiste

In Italia, l’emergenza Rom non esiste. Di conseguenza sono illegittimi i commissari nominati per affrontarla a Roma, Napoli, Milano, Torino e Venezia. Nella sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimo lo stato di emergenza si legge:

Da un sereno e approfondito esame della documentazione versata in atti relativa alla fase preparatoria e antecedente l’adozione del decreto presidenziale de quo, non si evincono precisi dati fattuali che autorizzino ad affermare l’esistenza di un “rapporto eziologico” (per usare la terminologia del primo giudice) fra l’insistenza sul territorio di insediamenti nomadi e una straordinaria ed eccezionale turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica nelle aree interessate.

Il riferimento a “gravi episodi che mettono in pericolo l’ordine e la sicurezza pubblica” non risulta supportato da una seria e puntuale analisi dell’incidenza sui territori del fenomeno considerato (quale sarebbe, in ipotesi, uno studio che documentasse l’oggettivo incremento di determinate tipologie di reati nelle zone interessate dagli insediamenti nomadi), ma soltanto dal richiamo di specifici e isolati episodi i quali, per quanto eclatanti e all’epoca non privi di risonanza sociale e mediatica, non possono dirsi ex se idonei a dimostrare l’asserita eccezionalità e straordinarietà della situazione. [...] Restano connotati da carattere occasionale ed eccezionale, non valendo pertanto a legittimare l’affermazione dell’esistenza di una “situazione”.

In un solo colpo viene mandata all’aria la politica – costruita su una finta emergenza – del fu Governo Berlusconi, e in particolare del Ministro dell’Interno Maroni, del sindaco di Roma, Alemanno, e dell’ex sindaco di Milano, Moratti.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Dal capoluogo lombardo l’ex vicesindaco De Corato prevede che «i quartieri di Milano torneranno a riempirsi di rom», mentre Matteo Salvini, consigliere del Carroccio, l’ha definita «una sentenza da marziani». L’assessore alla Sicurezza della giunta di Pisapia, Granelli, ha invece dichiarato: «la nostra intenzione è di continuare con il contrasto agli insediamenti abusivi e con il superamento dei campi nomadi».

La Consulta Rom e Sinti di Milano accoglie con piacere la notizia: «la sentenza dichiara illegittimo lo stato di emergenza rom, decretato sull’onda di nulla se non di un uso strumentale dei rom come capro espiatorio e di una rincorsa elettorale dell’onda razzista».

Indovina chi sono i primi

Lo stereotipo, lo sappiamo, è il seguente:

Oltre a essere uno stereotipo smentito dai dati, succede che esistano comunità Sikh – che sarebbero quelli vestiti di bianco con il pugnale – che, per la voglia di integrarsi meglio con il Paese che li ospita, non rispettino la fila e si mettano davanti a tutti. Succede a San Bonifacio (Verona), dove la comunità Sikh – che conta 500 persone, per raggiungere le 1.500 nel comprensorio a cavallo tra Verona e Vicenza – ha deciso di iscriversi in massa all’AVIS e di donare il sangue.

«Tutto è nato nel corso della recente festa delle associazioni», spiega Olivo Zampieri, presidente dell’Avis locale, «quando un gruppo di giovani indiani si è avvicinato al gazebo chiedendo di poter iscrivere all’Avis quanti più possibile di loro, sicuramente attorno al centinaio».

Da parte loro hanno spiegato:

«Vogliamo iscriverci all’Avis e donare il sangue non solo per motivi umanitari, ma anche per poter meglio integrare la nostra comunità con il Paese che ci ospita».

Da notare che non è la prima volta che comunità Sikh – sempre quelli col pugnale e i denti digrignati, la barba alla talebano e cattivi con gli anziani – compiono gesti simili. Qualche mese fa succedeva a Mantova.

Le pensioni ringraziano gli immigrati

Un manifesto che mi ha sempre colpito, per la disinformazione che contiene, è questo:

Il dossier Caritas – Migrantes 2011 dice delle cose molto semplici:

Il sistema pensionistico regge anche grazie agli immigrati. Ovviamente, il problema della sua sostenibilità potrebbe ripresentarsi in futuro, perché anche gli immigrati invecchiano. Il dato inattaccabile è che senza gli immigrati in questo preciso momento saremmo più in difficoltà di quanto già non siamo. Forse conviene ripensare il sistema, al più presto, e ringraziare chi ha procrastinato l’implosione.

Inoltre, il contributo degli immigrati regolari allo stato sociale è positivo. Danno alla collettività più di quanto ricevano:

Un altro dato interessante, che sfata il mito dell’invasione dei musulmani, è che gli immigrati sono per il 53,9% cristiani e per il 32,9% musulmani.

A livello territoriale gli immigrati sono così distribuiti: Nord-Ovest 35%, Nord-Est 26,3%, Centro 25,2%, Sud e Isole 13,5%.

La Lombardia è la regione dove si concentra la maggior parte di immigrati. Quest’anno, per la prima volta, gli immigrati residenti in Lombardia sono più di un milione, su un totale di quattro milioni e mezzo. Di conseguenza in Lombardia c’è un cittadino straniero ogni dieci italiani, contro la media nazionale di uno ogni tredici.

Se fossero loro al Governo

Le rivolte che si stanno verificando nei Cie di tutto il Paese sono il risultato dell’inerzia dell’Unione europea e dei messaggi catastrofici che continua a lanciare imperterrito il centrosinistra.

Lo dichiara Nicola Molteni, Lega Nord.

La demagogia di Pier Luigi Bersani non conosce davvero limiti: sappiamo tutti che con la sinistra al governo le rivolte di Lampedusa si sarebbero verificate in tutto il Paese.

Lo dichiara Marco Maggioni, sempre della Lega Nord.

Ho cercato Pisapia, ma questa volta non l’hanno nominato.

E se non ne avete abbastanza, c’è sempre Radio Padania Libera. Anche se si dice si siano accontentati di un solo milanese, libero.

Oltre il buonismo

Sabato ho visitato l’Hotel Plaza assieme a Thierry Dieng dell’Associazione Ubuntu che da anni si occupa della convivenza tra stranieri immigrati e italiani. In questo albergo cittadino sono ospitati dal 1 giugno una quarantina di profughi giunti dalla Libia dopo lo scoppio delle ostilità.

Lo ho voluto fare anche per rendermi conto di persona dello stato in cui vivevano queste persone dopo che il Sindaco Fontana mi aveva spiegato, non senza irritazione, che i profughi durante la giornata non erano abbandonati a loro stessi ma che anzi frequentavano corsi di lingua.

Senza dubbio i gestori dell’Hotel Plaza li ospitano senza lesinare loro ciò che potevano offrir loro, anzitutto pasti adeguati e un “tetto” sopra la testa.

Questi ragazzi, tuttavia, vivono la giornata nella sostanziale inattività – al di là di quello che afferma il Sindaco. Spesso passano i pomeriggi nel vicino campetto di Masnago, ma per la maggior parte della giornata non hanno niente da fare. Non possono spostarsi per la città, non tanto perché non hanno la possibilità di farlo (hanno, infatti, assoluta libertà di uscire e di muoversi in città), quanto perché non hanno soldi per pagare il biglietto dell’autobus. Per questo stesso motivo non acquistano niente in città.

Non voglio svolgere un ragionamento che possa essere etichettato approssimativamente di “pietismo” o “buonismo”. Non è di questo che parlo: parlo di quaranta persone che costano allo Stato 46 euro a notte e che dovranno attendere probabilmente alcuni mesi prima di ottenere una definizione giuridica della loro permanenza. In questa attesa (superiore ai cinque mesi) non possono svolgere alcun lavoro.

Mi chiedo tuttavia se non possa essere una cosa utile prima ancora che “buona” cercare di valorizzare queste energie offrendo loro la possibilità di essere impiegate in qualche attività, appunto, utile. Di solito si parla di attività socialmente “utili”. Penso ad iniziative semplici come, ad esempio, la manutenzione del verde pubblico dei parchi cittadini e degli spazi comunali. Penso poi alle molte associazioni e enti che senza dubbio hanno bisogno di un aiuto. Un apporto che potrebbe essere dato sostanzialmente gratuitamente. In qualche casola disponibilità di questi enti e associazioni potrebbe tutt’al più conceder loro un contributo per fare qualche piccolo acquisto.

Una domanda al Comune e alla città che non mi sarei permesso di fare se non fosse venuta proprio da loro; Patrick, ad esempio, mi ha chiesto di “avere qualche cosa da fare, perché una giornata vuota è molto lunga”.

Non sarebbe quindi difficile offrire loro questa possibilità. Questo potrebbe essere anzitutto il modo per ridurre la possibilità che la noia e l’esasperante attesa porti queste persone a mettersi in conflitto con la cittadinanza. Sarebbe, poi, un modo per mostrare come questi profughi arrivati dai famosi “barconi” siano anzitutto persone di buona volontà e desiderosi di costruirsi una vita decente e “in pace”. Un modo per sfatare l’odioso luogo comune che indica i barconi come una minaccia inarrestabile per il nostro Paese, una minaccia da scacciare anche con le armi.

Insomma, un modo per dimostrare che non esiste un “noi” e un “loro” e per far uscire queste persone dall’indifferenza e la paura che li addita all’arrivo nelle nostre città come un pericolo.

PS Anche per Onthenord