Corruzione: una priorità che non affronteremo

berlusconi-alfanoNella discussione sulla necessità di varare il Governo guidato da Enrico Letta c’è un tema che mi sta particolarmente caro, ma del quale non si discute più. E pensare che era addirittura uno dei famosi «otto punti di Bersani», più precisamente il quarto:

Legge sulla corruzione, sulla revisione della prescrizione, sul reato di autoriciclaggio; norme efficaci sul falso in bilancio, sul voto di scambio e sul voto di scambio mafioso; nuove norme sulle frodi fiscali.

Negli «otto punti» tali misure venivano messe sotto l’etichetta «voltare pagina sulla giustizia e sull’equità» ed avevano l’obiettivo di rendere più stringente la legge anticorruzione promossa dal Governo Monti nel 2012, da molti giudicata insufficiente e dall’attuazione incerta.

Una normativa che disciplini e punisca con maggiore efficacia i reati legati alla corruzione non può essere considerata, in un Paese come l’Italia, solamente come «voltare pagina sulla giustizia e sull’equità», perché la corruzione è un fatto economico, è l’energia che fa girare i meccanismi che mettono in relazione l’economia reale (quella dei piccoli imprenditori, per dire) con la criminalità organizzata e con chi compete sul mercato in maniera irregolare. La corruzione è una delle cause della crisi della piccola e media impresa italiana, strozzata dal vortice del malaffare, perché non ha conoscenze che contano, perché non vuole cedere alle logiche criminali, perché è dura competere con i colossi che fanno della corruzione una prassi. E’ sufficiente pensare che l’Italia è stata collocata, dal rapporto di Transparency International che fa riferimento all’anno 2012, al settantaduesimo posto nella classifica dei Paesi meno corrotti. Quarantadue punti su una scala da uno a cento, al livello della Tunisia, che di punti ne totalizza quarantuno.

Questo è uno dei dati da cui partire per cambiare il Paese, per dare ossigeno e lavoro. Una riforma a costo zero che sblocca risorse, risorse umane, quelle che hanno fatto e fanno dell’Italia il grande Paese che è. Un Paese dove il lavoro si crea. Sarebbe stata una fantastica «lenzuolata», per dirla alla Bersani: una di quelle azioni capaci di andare oltre la dicotomia classica liberalismo-socialismo, semplicemente perché fa bene a tutti coloro che creano ricchezza attraverso il lavoro.

Tutto questo lo sapevano, lo sanno, anche 195 parlamentari del Partito Democratico che durante la campagna elettorale hanno aderito all’iniziativa «Riparte il futuro», con la quale si proponeva di partire proprio da qui, dalla corruzione.

Tutto chiaro? Bene, ora cancellate tutto. Perché un Governo di cui fa parte il Popolo della Libertà non affronterà mai – mai! – con decisione e fermezza questo problema. Così come tanti altri.

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Cose che cambiano

Tira una brutta aria all’interno del Partito Democratico; lo schema sembra essere «Renzi contro tutti». Si segnalano, nel frattempo, due cose.

La prima è che alla guerra intestina si affianca l’iniziativa costruttiva di Pippo Civati che, ieri, a Parma, ha dialogato con il capogruppo del Movimento 5 Stelle in comune, Marco Bosi. Cose mai viste, eppure così semplici, soprattutto quando ci si trova a parlare di persona, personalmente, oltre i pregiudizi e gli schemi brutti e rigidi che ereditiamo dalla seconda Repubblica. La registrazione la trovate qui ed è fortemente consigliata, mentre di seguito il commento di Marco Bosi e di Mara Mucci, parlamentare del Movimento. Le cose, come diciamo da tempo, si cambiano cambiandole:

Le cose cambiano anche su altri lidi. Perché se nel PD si parla di scissione, nella Lega una piccola scissione è avvenuta oggi. Avevamo già parlato del clima teso all’interno del Carroccio, che oggi è sfociato nell’espulsione di cinque militanti su un totale di diciassette casi esaminati. Tra i cinque, Santino Bozza: consigliere regionale veneto e Bossiano di ferro. Che non l’ha presa bene: «Il problema non è Roberto Maroni o Umberto Bossi, l’unico problema è Flavio Tosi e quanti non hanno a cuore il Veneto» e ha così annunciato la costituzione di un nuovo gruppo in Consiglio regionale:

«Un gruppo – rileva – non per stare all’angolo ma per far entrare tutti gli altri leghisti, mettendo così in evidenza la solitudine di Tosi, unico vero artefice della sconfitta elettorale della Lega in Veneto». «Tosi da fascista qual è – sottolinea – per correre ai ripari ha sguinzagliato i suoi caporalini in giro per il Veneto, ha registrato il dissenso nei suoi confronti e ha cominciato a colpire. Ora tocca a noi aspettarlo al varco – aggiunge – quando caleranno i tesseramenti, quando si vedrà il voto delle amministrative senza il nostro appoggio».

Contro Tosi l’asse Treviso-Venezia-Vicenza.
 «Tosi non ha capito – dice Bozza – che contro di lui non ci sono solo quattro gatti, ma c’è addirittura un asse tra Treviso, Venezia e Vicenza. Tosi fa la voce grossa – conclude Bozza – perché sa di essere un uomo finito che trova la spalla solo di qualcuno che però sta in Lombardia, non nel Veneto».

«La porcata di fine legislatura» e la questione della credibilità

Vito Crimi e Roberta Lombardi, capogruppo 5 Stella a Senato e Camera.

Vito Crimi e Roberta Lombardi, capogruppo 5 Stella a Senato e Camera.

Nella relazione dell’attività del Gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle di martedì 26 marzo, la capogruppo Roberta Lombardi ha attaccato duramente una parte della relazione del Governo sui pagamenti dei debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese. La Lombardi ha definito questa una «porcata di fine legislatura». Un’espressione colorita, che Beppe Grillo ha rilanciato sul suo blog, pubblicando la video-relazione e dando al post il titolo «porcata di fine legislatura», appunto.

Dario Di Vico ha notato l’azzardata dichiarazione della capogruppo grillina immediatamente, tanto che ieri, sul Corriere, scriveva:

Il tutto è avvenuto con un video di quattro minuti postato sul blog di Beppe Grillo nel quale Lombardi, più che dichiarare, in realtà recita. Ed è questo, infatti, il tratto saliente di parecchie delle sortite dei grillini nella fase iniziale della legislatura. Più che analizzare i problemi i neo-parlamentari troppo spesso recitano. Forse copiano Grillo, ma se il comico genovese ha dalla sua un’indiscussa e pluriennale professionalità scenica, i suoi replicanti francamente non lo valgono. Farebbero bene a restare “cittadini della porta accanto” e discutere i dossier nel merito. Nel caso in questione, poi, i Cinque Stelle partono da un attacco alle banche ma finiscono per opporsi a un provvedimento urgente atteso come il pane da quegli imprenditori ed artigiani che specie nel Nord Est li hanno votati copiosamente.

Ma più precisamente, di cosa si tratta? Per una spiegazione più tecnica della questione si è dovuto aspettare un post de La Voce nel quale Angelo Baglioni e Tito Boeri spiegano efficacemente perché le critiche avanzate da Lombardi sono del tutto infondate.

Le critiche si muovono sostanzialmente su due livelli:

  1. Una parte dei soldi stanziati dal provvedimento voluto dal Governo finiranno direttamente nelle tasche delle banche. Una «regalìa», la definisce Lombardi;
  2. Questo provvedimento, facendo salire il rapporto deficit/PIL al 2,9%, azzera le risorse da destinare alla crescita, non potendo sforare la soglia del 3%.

Le risposte sono, in realtà, molto semplici:

  1. Nella stessa nota letta da Lombardi c’è scritto che «una parte dei pagamenti alle imprese confluirà immediatamente al settore creditizio, in quanto una quota del portafoglio di debiti risulta già ceduto (pro solvendo o pro soluto) alle banche» e Baglioni e Boeri spiegano che si tratta di «rimborsare le banche perché i debiti della Pa di cui si parla sono in parte stati già ceduti dalle imprese alle banche. Ora, non si vede in nome di quale principio bisognerebbe penalizzare proprio quelle (poche) banche che hanno in (rarissime occasioni) accettato di anticipare alle imprese i loro crediti verso la pubblica amministrazione». E a quanto ammonterebbe questa cifra? A circa 3 milioni di euro, su un totale di 40 miliardi di provvedimento.
  2. Per quanto riguarda la soglia del 3%, «bisogna ricordare che la flessibilità concessa dalla UE è legata solo a interventi straordinari legati alla restituzione di debiti pregressi: non può essere utilizzata in altre (peraltro imprecisate) direzioni».

Le cose cambiano, quando si passa dall’attivismo da social network o da blog all’attivismo nelle Istituzioni. E forse è proprio il mito del «cittadino qualsiasi» nelle Istituzioni che non funziona, perché è inutile negarlo, ma spesso ci si trova di fronte a questioni complicate e, allo stesso tempo, potenzialmente distruttive. Bloccare tale provvedimento significherebbe negare una boccata d’ossigeno alle tante piccole imprese che anche il M5S cerca di rappresentare e che, delusi da Lega e PdL, spesso lo hanno votato. 

Ieri, nel colloquio tra Bersani e i rappresentanti del M5S, Crimi e Lombardi, questi ultimi hanno più volte ripetuto che il Governo 5 Stelle sarebbe un Governo della credibilità, perché i partiti non sarebbero più credibili. E se è innegabile che i partiti hanno perso una dose di credibilità, è altrettanto innegabile che la purezza di spirito e il semplice fatto di non avere esperienza non sono elementi che concorrono a formare la credibilità: la credibilità si acquisisce sul campo, proponendo soluzioni complesse a problemi complesse e prendendo i successivi, complessi, provvedimenti. Sventolare quintali di credibilità, anche alla luce di critiche superficiali e raffazzonate come quella di Lombardi, non avendo ancora avuto la possibilità di agire sul campo appare fuori luogo.

Si è aperta – da più di un mese, oramai – l’occasione storica di far coincidere la novità e l’esperienza. La novità di idee rappresentate dagli eletti 5 stelle ma anche i tanti nuovi eletti del Partito Democratico, associate anche a una dose di sano movimentismo. L’esperienza di chi queste cose le conosce perché ha già avuto a che farci. Sarebbe un peccato sprecarla, eppure.

#UnGovernoPerIlPaese

La piccola risposta di OntheNord al simpatico Beppe Grillo, che si diverte un sacco a trollare il Partito Democratico. E, in effetti, è sempre divertente trollare il Partito Democratico, non fosse altro che c’è un intero Paese che rischia di andare a sbattere:

easelly_visual (1)P.s. la battaglia metà parlamentari a metà prezzo è una battaglia che condivido da tempi non sospetti.

 

Il Bersani ruspante

Il Bersani presidenziale, in gessato e ingessato, ha perso simpatia senza guadagnare carisma. Smaltita l’emozione delle primarie, il partito strafavorito sta iniziando a rinculare nei sondaggi. Servirebbero Renzi e il pullman dell’Ulivo: qualcuno o qualcosa che parli ai cuori e alle pance. Lei, Bersani, è un politico del Novecento (lo dico a suo merito), più credibile come amministratore pubblico che come seduttore appassionato. Il suo problema è che non dà mai un titolo. Invece le campagne vivono di slogan, messaggi semplici, frasi a effetto.

Questa mattina mi hanno segnalato un breve scritto di Gramellini (penso sia il «Buongiorno») in cui l’autore dà dei consigli non richiesti a Bersani. Ecco, io non so se serva Renzi. Anzi, credo di no, semplicemente perché Bersani ha vinto le primarie, e tre milioni (abbondanti) di elettori scelgono meglio di me e Gramellini. Non credo neanche che il Partito Democratico stia rinculando nei sondaggi così tanto da poter parlare di «rinculo», appunto, ma penso che ci sia un sondaggio di Mannheimer, dell’altro giorno, che descrive le difficoltà del centrosinistra in Lombardia (che – guarda un po’ – non è diventata all’improvviso una «regione rossa»). Credo, invece, che ci voglia il Bersani più ruspante e meno in-gessato, quello che abbiamo visto durante la campagna elettorale per le primarie. Perché, come scrive Civati, a questo giro le elezioni si vincono nella «microprovincia» e non nella «macroregione», sia le Regionali che le Politiche:

Troppo milanese la campagna del centrosinistra per le Regionali: lo abbiamo detto tempo fa, ora lo dicono tutti.

E invece le elezioni si vincono nei piccoli e medi comuni (e nelle piccole e medie imprese), dove la crisi del centrosinistra è iniziata molto prima della crisi economica.

Ed è venuto il momento di riscattarsi, anche in quei territori ‘irredenti’, soprattutto al Nord, dove la strada si alza e scendono i consensi, dove la metropoli, a poco a poco, si allontana.

Per questo, lasciamo da parte lo snobismo da Cerchia dei Navigli, i salotti e i circoli intellettuali che votano già a sinistra. E frequentiamo quei toponimi in -ago e in -ate, cari a Gadda, che tanta fortuna hanno avuto in una campagna recente (lo strano caso della moschea di Sucate, che tutti ricorderete). E che ci parlano anche di tanti amministratori del Pd, di tante esperienze, di molti candidati che potranno fare la loro parte, soprattutto se ci sarà la copertura politica e mediatica di un partito che proprio alla provincia del Paese deve saper parlare.

Quando si tenne l’assemblea nazionale “fuori sede”, vicino a Varese, tutti i massimi dirigenti del nostro partito parlarono di «profondo Nord», nemmeno fosse il Saskatchewan. E invece eravamo in un capannone a Busto Arsizio.

Ecco, vorrei e farei una campagna prealpina e valligiana, che muova dal basso e dalla Bassa. Per frequentare la provincia, senza essere provinciali. Per fare mente locale, senza abbandonarsi al localismo che ci ha devastati in questi anni. Per dare spazio alla relazione politica con i «contadini», che sono parecchio stanchi dei «luigini», come abbiamo più volte cercato di spiegare anche in questa sede (ad esempio, qui).

Il mio è anche un consiglio a Umberto Ambrosoli, proprio come scrissi pochi giorni fa.

P.S.: Una mano, in questa campagna, può arrivare dal breve resoconto sull’operato della Lega, «Un Po di contraddizioni. Il libro verde della Lega».

Teatri pieni, province vuote

Leggo sui social network di una straordinaria affluenza al Teatro Dal Verme, a Milano, dove questa sera Umberto Ambrosoli inaugura la campagna elettorale per la corsa alla Presidenza della Lombardia. Una lunga, lunghissima fila, all’ingresso. Ed effettivamente sembra proprio che ci sia il pienone:

553210_10200146561448653_1218981776_nBene. Vorrei, però, far notare che in provincia di Varese nessuno sa niente dell’apertura della campagna elettorale di Ambrosoli, e non voglio immaginare in Valcamonica, per dire.

Da queste parti ci sono i seipertre di Roberto Maroni. Non dimentichiamo la provincia, ecco.

 

Differenze nell’affluenza alle primarie tra il 2005 e il 2012

Mentre aspettiamo i risultati del ballottaggio, vi offro una lettura territoriale sull’affluenza alle primarie del centrosinistra confrontando le mitiche “primarie di Prodi” del 2005 con il primo turno delle primarie 2012.

Alle primarie del 2005 parteciparono 4 290 388 persone in Italia, alle primarie del 2012 ne sono state contate 3 105 902. Più di un milione di persone in meno, pari ad un -27.6%.
Come si è distribuito livello territoriale questo calo dell’affluenza?

L’unica provincia che ha mostrato un forte aumento è stata quella di Messina con un +34.8% (non vorrei che il dato fosse sbagliato, ma La Provincia di Messina conferma il dato di circa 30 000 voti nel 2012). Tre province mostrano un elettorato stabile: Firenze, Barletta-Andria-Trani e Vibo Valentia. Tutte le altre mostrano un segno negativo. Ma non tutte allo stesso modo.

Differenza Affluenza per Provincia 2

Al Nord (del Po) le province che mostrano una maggiore perdita di votanti (colore verde chiaro) sono le province tradizionalmente più a sinistra: Trieste e Gorizia nel Friuli/Venezia Giulia, Venezia e Rovigo in Veneto, Trento, Mantova e Cremona in Lombardia, Torino in Piemonte, Genova e La Spezia in Liguria.
Al contrario le province che perdono di meno sono quelle più a destra (colore verde scuro): Bergamo e Sondrio in Lombardia, Cuneo in Piemonte, Imperia in Liguria.
Sembra che in questa parte d’Italia sia andato a votare prevalentemente lo “zoccolo duro” dell’elettorato di centrosinistra, quello più stabile.
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Nelle “regioni rosse” del Centro-Nord la situazione cambia, in Emilia la provincia con la minor perdita di voti è naturalemente Piacenza, luogo d’origine del segretario PD Pierluigi Bersani. In Toscana la provincia che perde di più è Lucca, tradizionalmente più a destra. Firenze, di cui è sindaco Matteo Renzi, mantiene gli stessi voti del 2005 (colore grigio). In più, altre province che mantengono comunque un alto numero di voti, sono Siena, Prato, Pistoia, Arezzo e Grosseto. La Toscana è la Regione che ha perso meno votanti tra 2005 e 2012: -13%, come la Basilicata. In Umbria e Marche la perdita di voti è invece in linea con la media nazionale.
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Al Centro-Sud la situazione cambia di nuovo. Sono riconoscibili tre zone.
La prima zona, che comprende Lazio, Abruzzo, Molise e Nord della Campania, cui si aggiunge la Sardegna, mostra la più grande perdita di votanti (colore verde chiaro).
La seconda zona, che comprende Salerno, Basilicata e Calabria, mostra invece la minor perdita di voti (color verde scuro e grigio).
Come già detto da Stefano, in entrambe queste zone al primo turno ha vinto Bersani. Ma c’è un però: come ho scritto nell’ultimo post, nella prima zona (verde chiaro) è andato particolarmente forte Nichi Vendola, mentre nella seconda zona (verde scuro) Bersani non ha avuto rivali.
A Sud delle “regioni rosse” l’alta percentuale di votanti ha premiato Pierluigi Bersani.
La terza zona è costituita dalla Puglia, dove le poche perdite nell’affluenza sono probabilmente dovute alla candidatura del governatore locale Nichi Vendola (ne avremo conferma definitiva dopo il ballottaggio: la Puglia sarà probabilmente la regione del Centro-Sud che perderà più votanti tra primo e secondo turno delle primarie 2012)
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Il comportamente elettorale della Sicilia è per me un mistero di fede, e non commento nulla. Lo si accetti così com’è.

Meglio che vado a votare, va.
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Note: I dati 2012 sono stati presi da qui (copia dei risultati ufficiosi comparsi – e scomparsi- nel sito del comitato ItaliaBeneComune). I dati 2005 da qui. Per i dati 2012: i dati forniti per la Provincia di Padova e per la Provincia di Massa e Carrara sono errati, per la mia mappa li ho corretti con i dati trovati rispettivamente su il Mattino e su il Tirreno. Altri dati erronei sono responsabilità del comitato nazionale Italia Bene Comune.

L’affluenza alle primarie del centrosinistra

Domani c’è il secondo turno delle primarie del centrosinistra.
Stefano ha già analizzato qui: la distribuzione territoriale del voto, che ha visto Bersani vincere in quasi tutta Italia, con l’eccezione: 1) della Toscana, di parte di Umbria e Marche e di alcune province “ex-bianche” del Nord che sono andate a Renzi e 2) di tre province pugliesi andate a Vendola.

Da quel che ne so, se molti si son chiesti “chi ha vinto dove”, nessuno si è chiesto “chi ha votato dove”. Per cui ecco una mappa dell’affluenza al voto per provincia.

Affluenza per Provincia 4Come dato nazionale, l’affluenza è stata del 6,6%.

A livello territoriale, niente di nuovo.
Le province con più alta affluenza sono nella “regioni rosse” del centronord:  Emilia-Romagna, Umbria, Toscana con la tradizionale e secolare eccezione di Lucca.

Firenze, la provincia con la più alta affluenza, al 20,3%, Bolzano quella con la più bassa, all’1,7%.

Al Sud ben sopra la media nazionale la Basilicata. Sopra la media anche le grandi città di Roma e Milano.

L’affluenza è invece bassa nella zona a Nord del Po. A parte Milano e la Spezia, tutte le province segnano un’affluenza inferiore alla media nazionale. Il centrosinistra sembra continuare ad avere problemi a far partecipare chi vive in questa zona del Paese (che rappresenta il 38% della popolazione italiana e il 46% del PIL nazionale, ma solo il 31% dei votanti alle primarie).

Una situazione comunque non dissimile a quella che vi è a Sud delle Regioni rosse: da Terni in giù vive il 47% della popolazione ma solo il 38% dei votanti alle primarie.

In Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche, le “Regioni rosse” vivono invece il 18% degli italiani e il 34% dei votanti alle primarie.

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In più, per i patiti del genere, un’altra mappa!
Questa mappa mostra le preferenze territoriali dei 5 candidati.
A scanso di equivoci, questa mappa NON mostra quanto forte è un candidato in una determinata provincia: Stefano ha già spiegato che Bersani è il più forte un po’ in tutte le province d’Italia tranne in Toscana, Umbria, Marche, qualche provincia del Nord e tre province pugliesi.
Invece, la mappa mostra, per ogni territorio, quale candidato ha ricevuto una preferenza maggiore rispetto alla media nazionale.

Preferenze Territoriali per ProvinciaCome prevedibile, Laura Puppato mostra un legame particolare con le province trivenete, anche se con qualche eccezione.

Nichi Vendola ha ricevuto una preferenza particolare prevalentemente al Sud: nella sua Puglia, in Molise, in Abruzzo. Ma anche nelle province comprendenti le grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Catania. Come dice l’ANSA, Bersani va più forte di Renzi nelle città, ma questo è probabilmente dovuto alla forza di Vendola.

In qualche modo speculare a Vendola, troviamo Renzi. Matteo Renzi ha ricevuto voti superiori alla media nazionale solo nelle province a Nord di Roma: Toscana, Umbria, Marche ma anche in alcune province “rurali” a Nord del Po.

In controtendenza, Pierluigi Bersani è andato bene un po’ in tutta Italia: Nord e Sud. In alcune province padane, così come in Liguria, Basilicata, Calabria e Sardegna, per gli altri candidati non c’è stata storia.

Altro candidato il cui voto è ben distribuito a livello nazionale è Tabacci. Bruno Tabacci ha fatto male un po’ ovunque con l’unica eccezione di Benevento, dove è riuscito ad arrivare terzo dopo Bersani e Renzi. Ed ad alzare l’affluenza al di sopra della media nazionale.

P.s. I dati ufficiosi del comitato Italia Bene Comune per la provincia di Padova sono sbagliati (i dati sono scomparsi dal sito ufficiale, ma c’è una copia qui). Ho corretto con i dati trovati su il Mattino. Di quest’errore mi sono accorto io, non sono responsabile di eventuali altri errori del comitato.

Nelle terre del nord dove vince Renzi

L’esito del primo turno delle primarie del centrosinistra ci racconta di un Matteo Renzi trionfatore nella sua Toscana, dove è stato capace di portare al voto molti nuovi elettori, e capace di ottenere risultati migliori al nord piuttosto che al sud, dove spesso è stato scavalcato, al secondo posto, da Nichi Vendola. Cosa che possiamo leggere come incapacità di parlare al sud o come buona capacità di parlare al nord.

Se guardiamo ai dati, nella maggior parte delle province del Nord ha vinto Pierluigi Bersani, al primo turno (mappa a cura di Valerio):

Le province in blu del «blocco del nord» dove ha vinto Renzi non sono molte, in realtà: Cuneo e Asti (Piemonte), Como e Lecco (Lombardia), Verona e Vicenza (Veneto) e Pordenone (Friuli Venezia Giulia). Pareggio ad Alessandria (Piemonte).

La provincia che ha attirato da subito la mia attenzione è quella di Cuneo, storicamente, sin dal 1948, bastione della Democrazia Cristiana, e successivamente terra di consensi per la Lega Nord, mosca bianca nel Piemonte. In Lombardia e Veneto, invece, le zone di consenso di DC e Lega sono state sempre maggiori, ma possiamo osservare che nel 2006 la provincia di Lecco e quelle di Verona e Vicenza sono state «zone di forza della Margherita», per usare una definizione di Ilvo Diamanti, insieme alla provincia di Cuneo – appunto – e a sole altre quattro province del nord Italia.

Sempre nel 2006, le province di Cuneo, Verona e Vicenza – insieme ad altre tre, nel nord Italia – sono quelle dove l’Udc è riuscita ad ottenere i risultati migliori, superiori al 7,7%.

Probabilmente non è la scoperta di nulla di nuovo, ma sembra che Matteo Renzi riesca a fare quel passo oltre, decisivo per superare Pierluigi Bersani, nelle zone del nord dove si concentra l’elettorato cattolico, o «moderato», qualunque cosa voglia dire, e forse anche un po’ conservatore. Il che appare paradossale per un candidato che si propone come il candidato del cambiamento, del rovesciamento del tavolo di gioco. Ma appare del tutto coerente se non ci si vuole alleare con l’Udc, ma prenderne i voti. Poi, ovviamente, ci sarebbe quel problema del consenso del Sud.