Il molto onorevole sciur Hu

Da Porta Ticinese a Porta Cinese, si potrebbe dire: a Milano tra i primi dieci cognomi registrati all’anagrafe del Comune, ben tre sono di chiara provenienza cinese, e dopo Rossi al secondo posto compare l’orientale Hu, davanti al “milanesissimo” Brambilla, solo ottavo.
I dati anagrafici dimostrano come Milano stia cambiando sul piano etnico e sociale” spiega l’assessore Benelli.
Un altro motivo in più per bocciare una stupida iniziativa come la “legge Harlem”, proposta da Lega e Pdl in Regione Lombardia.

P.S. anche per On the Nord

Pasqua al Nord, letture consigliate

Sulla vicenda della Lega, esclusivamente dal web, consigliamo:

  • Gianluca, che parla dell’Infernale Quinlan per dirci che, al di là degli indizi, l’Italia esiste.
  • Pippo, che descrive – in linea con i nostri post – le sfide che ora attendono il Nord e il PD. Le stesse di sempre, da un ventennio a questa parte.
  • Un ritratto del Senatùr negli ultimi anni, a cura di Giovanni Cerruti. Perché ci sono le responsabilità del leader, da non dimenticare, ma chi stava attorno al leader di certo non lo aiutava.
  • Antonio Scalari che, su Pico, le dice tutte (ma proprio tutte!) sulla Lega.

Infine, un consiglio per pasquetta arriva direttamente dal New York Times:

One alternative is to head north. Less than an hour from Milan is the less crowded but equally spiritual journey at the Sacro Monte di Varese, one of the nine Sacred Mountains of Piedmont and Lombardy to be named a Unesco World Heritage site.

Continua qui.

Quando il Trota ci educava alla legalità

Me ne ero dimenticato, ma tra le prime e più significative iniziative di Renzo Bossi, in Consiglio Regionale, figurano proprio delle proposte di legge finalizzate ad “educare alla legalità”, testi dei quali era addirittura relatore:

Ed eccolo qui, mentre relaziona e ci educa:

Quanto è internazionale la Lombardia dei piccoli

Ai tempi della crisi del debitoe di bilancia commerciale – che sta colpendo l’eurozona, le esportazioni lombarde, nel 2011, sono cresciute dell’8,4%, toccando il livello record, negli utlimi dieci anni, di 104 miliardi di euro. Ciò è quanto risulta dal rapporto annuale sull’internazionalizzazione delle imprese lombarde di Confindustria.

A farla da padrone sono le imprese industriali (77%) operanti soprattutto nel settore manifatturiero, della meccanica, dei trasporti, della moda ed elettronico. Il dato che – nonostante non sia una novità – stupisce sempre riguarda le dimensioni delle imprese che esportano: il 48,1% ha meno di 15 dipendenti e il 76,6% ha meno di 50 dipendenti. Sorprendente perché indicativo di una capacità di diversificazione dei mercati di sbocco e quindi di pensiero strategico nel lungo periodo, fondamentale per limitare i danni in un contesto – quello attuale – in cui il mercato interno non garantisce performance di livello.

Sorprendente perché per conquistare mercati esteri spesso sono necessari investimenti coraggiosi, effettuati o scegliendo «di andare nei grandi paesi dove ci sono piccoli margini», oppure di «prendere una valigia e partire per mercati sconosciuti e piccoli»: scelte coraggiose e alle volte vincenti, ma che potrebbero essere gestite meglio, prendendo spunto, ad esempio, da chi – scrive Dario Di Vico – si dice sia solo bravo a «sguinzagliare in giro per il mondo i propri trendsetter per cercare nuove idee da replicare». Quel che abbiamo da imparare, da Ikea, non è di certo il Made in Italy, quanto la capacità di fare sistema: «se c’era un sistema  Paese – scrive sempre Di Vico – che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro. Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui».

Certo, chiedere a un’impresa con 15 dipendenti di fare la Decathlon è un po’ difficile, ma potrebbe essere perlomeno auspicabile che, al fine di evitare avventure in terra straniera troppo rischiose, o di trarne il maggiore profitto possibile e non margini risicati, le piccole imprese operassero secondo una logica cooperativa. Purtroppo, sempre dal rapporto di Confindustria emerge che solamente il 30% delle imprese interpellate sarebbe disposto a prendere in esame l’ipotesi di aggregarsi ad altre imprese per affrontare la sfida dell’internazionalizzazione. Il dato non è incoraggiante, soprattutto se pensiamo che sono solamente poco più di trecento, in tutta Italia, le reti di impresa.

Formigoni #liberalasedia

La corruzione, in Italia, ci costa 60 miliardi di Euro all’anno e, secondo le stime di Transparency International, nella misura della percezione della corruzione il nostro Paese perde terreno costantemente. L’ultima classifica ci assegna il 69° posto, alla pari con le isole Samoa, la Macedonia, il Ghana. Dietro a Namibia, Ruanda e Portorico, per dirne alcuni. Ma la questione non è solamente di “percezione” e di “immagine”, la questione è strettamente economica ed è strettamente politica. La corruzione, infatti, è la chiave di volta che tiene assieme una serie di elementi decisivi per il futuro del Paese, dalla criminalità organizzata e relativi clientelismi, ai grossi interessi finanziari, al sistema dei partiti, al tema della rappresentanza, al rapporto nord-sud.

Questa foto è la rappresentazione plastica di tutto ciò. Dei cinque membri dell’Ufficio di Presidenza della Regione Lombardia, costituito a seguito delle elezioni del 2010, quattro hanno ricevuto un avviso di garanzia, tanto che la pecora nera è diventata colui che non ne ha ricevuti.

Abbiamo Massimo Ponzoni (PdL), arrestato per bancarotta, Franco Nicoli Cristiani (PdL), arrestato nell’ambito di un’inchiesta per una presunta tangente da 100 mila euro, Davide Boni (Lega Nord), per corruzione, e Filippo Penati (PD), anch’egli per un giro di tangenti.

E non finisce qui. Usciamo dall’Ufficio di Presidenza ed entriamo in Consiglio Regionale. Troveremo Romano La Russa, assessore alla sicurezza indagato per finanziamento illecito, Angelo Giammario (PdL), indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti, Nicole Minetti, accusata di favoreggiamento e induzione alla prostituzione, anche minorile, Gianluca Rinaldinindagato per un presunto giro di tangenti per i lavori del lido di Menaggio sul lago di Como, Daniele Belotti (Lega Nord), che ha problemi con il tifo calcistico, e Monica Rizzi (Lega Nord) che invece ha problemi con i dossier costruiti attraverso il trattamento illecito di dati protetti.

Dieci consiglieri su ottanta che, oltre ai problemi con la giustizia, hanno in comune di essere dei perfetti sconosciuti per il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. E così stanno lì, e il Celeste sta lì, impermeabile alle critiche riguardanti l’opportunità politica di dimettersi, nonostante dopo un ventennio (Formigoni è presidente della Regione dal 1995: gli italiani sembrano sempre più tarati sul ventennio) sembra che le relazioni che stanno alla base del suo impero si stiano avvitando su loro stesse.

Tutto questo per dire che sabato 31 marzo, dalle 10.30 alle 13.00, ci troviamo davanti al Pirellone Bis – sì, proprio dove una volta c’era il Bosco di Gioia - per dire #liberalasedia, perché, davvero, non se ne può più.

Una Lombardia rossocrociata?

E’ partita una petizione online che si prefigge l’obiettivo di raccogliere 500mila firme per chiedere al governo italiano di indire un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera. Un’iniziativa che ha fatto seguito alle recenti dichiarazioni di Ueli Maurer, ministro della Difesa svizzero, che ha affermato che per i suoi connazionali «annettere la Lombardia non sarebbe un problema, dato che rappresenta circa il 90% del totale di tutti gli scambi commerciali con il nostro Paese». Non sappiamo se gli autori della petizione raggiungeranno la quota di firme prefissa. Possiamo solo dire che un referendum di questo genere appare improponibile, e che comunque, seppure online, i ticinesi su questa soluzione si sono già espressi, ma negativamente.

P.S. anche per On the Nord

L’edilizia residenziale che consuma inutilmente territorio

Una pianificazione dell’edilizia lombarda completamente sbilanciata. E’ questa la sintesi che si può ricavare dalla ricerca condotta dal Politecnico di Milano per conto della Cisl e del Sicet Lombardia, che prende in esame i piani urbanistici dei Comuni lombardi.

Lo squilibrio si ricava dalla proiezione di ciò che potrebbe essere la Lombardia nel 2018: ci troveremo di fronte a un deficit di 920.313 vani a canone sociale (pari a 418.324 case popolari) e 323.779 vani di edilizia convenzionata (147.172 alloggi). A fronte del deficit, avremo un surplus di edilizia libera pari a 809.184 vani (367.811 case), “perché i Comuni hanno previsto nei piani urbanistici un eccesso di edilizia residenziale libera, per un mercato che non c’è, che da solo basterebbe a coprire il 65% della domanda di alloggi a canone sociale o convenzionato”.

Esiste un fabbisogno forte e crescente di edilizia sociale da destinare all’affitto, che ha la sua punta nella provincia di Milano, con Monza e Brianza, che genera un fabbisogno irrisolto al 2018 di 431.816 vani (196.280 alloggi) di edilizia sociale, 106.225 (48.284 abitazioni) di convenzionata.

Al secondo e terzo posto si collocano Brescia, con 129.024 vani (58.647 alloggi) di edilizia pubblica a canone sociale e 37.216 vani (16.916 abitazioni) di edilizia convenzionata, e Bergamo, con 85.377 vani (38.808 abitazioni) di edilizia sociale e 19.331 vani (8.787 alloggi) di convenzionata. Sul fronte dell’eccesso di edilizia libera, Bergamo sale al primo posto, con 138.263 vani (62.847 abitazioni), seguita da Brescia, con 107.518 vani (48.872 alloggi), e da Mantova con 102.556 vani (46.616 alloggi).

Interessante indagare i motivi che contribuiscono a formare una domanda di abitazioni di questo genere:

Sul fabbisogno di abitazioni a canone sociale e convenzionato incidono molti fattori: la formazione e lo scioglimento di nuove unioni, la tendenza a vivere da soli, le necessità indotte dagli studenti fuori sede e della condizione abitativa degli anziani soli, l’aumento della popolazione straniera. Su quest’ultimo fronte, in particolare, i ricongiungimenti familiari incidono del 10,62% sulla domanda complessiva di abitazioni stimata nel periodo 2009-2018. L’intera componente determinata dagli stranieri rappresenta nella Regione Lombardia il 35,67%. Tutti i dati della ricerca, inoltre, mostrano una condizione reddituale che tende ad aggravarsi, sulla base della componente straniera e delle nuove situazioni di povertà e di precarietà che si vengono a creare nel territorio nazionale.

SEA e Malpensa: cosa succede a Milano?

Partiamo dall’inizio. SEA è la società che gestisce gli aeroporti di Malpensa e di Linate e, mediante SACBO (della quale è azionista di maggioranza relativa), Orio al Serio.

L’azionista di maggioranza di SEA è il Comune di Milano, il quale, fino a pochi mesi fa, deteneva circa l’85% delle quote. Negli ultimi anni SEA si è rivelatanon senza polemiche – fondamentale per la gestione finanziaria del Comune di Milano:

Negli ultimi 12 anni, tra “assegni” ordinari e straordinari, ai soci sono stati distribuiti in totale 570 milioni. Solo Palazzo Marino, che deteneva l’84,5 per cento, ha incassato 480 milioni. Una fonte sicura, ad eccezione degli anni difficili dopo l’11 settembre e dopo la crisi Alitalia con la perdita del titolo di hub per Malpensa.

Non un semplice patrimonio immobilizzato, quindi, ma una società che genera reddito per il Comune di Milano. Tutto bene, se non fosse che la nuova amministrazione meneghina si è trovata a che fare con un buco nel bilancio 2011, dal quale sono spariti 350 milioni già messi a bilancio dalla giunta Moratti. Data la volontà del sindaco Pisapia e dell’assessore Tabacci di rispettare il patto di stabilità, la vendita di alcuni assets è stata una delle scelte. Tra questi, una quota di SEA.

Ad aggiudicarsi, a metà dicembre scorso, il 29,75% delle quote di SEA è stato F2i, un fondo di investimento serio, che guarda al lungo periodo e che si occupa di infrastrutture, guidato da Vito Gamberale, già amministratore delegato di Autostrade. Tra i soci di F2i figurano la Cassa depositi e prestiti, Unicredit, Intesa San Paolo, Merrill Lynch, Fondazioni bancarie e Casse di previdenza. L’esborso da parte di F2i è stato pari a 385 milioni (base d’asta) più un euro. La gara per aggiudicarsi questa fetta di SEA ha visto un curioso episodio: il fondo indiano Srei, rappresentato da Vinod Sahai, ha presentato la propria offerta – pari a 425 milioni – con un ritardo di dieci minuti e senza alcune necessarie garanzie e perciò non è stata ammessa all’asta.

Un secondo curioso episodio riguarda le azioni dell’autostrada Serravalle in pancia al Comune di Milano. Si tratta di quelle stesse azioni che l’allora giunta provinciale Penati vendette al gruppo Gavio. La Serravalle, a differenza di SEA, non era un investimento redditizio, ed è per questo motivo che l’amministrazione Pisapia ha da subito cercato di liquidarla, per fare casse. Il problema fu che nessuno, ma proprio nessuno, aveva intenzione di acquistare. Di conseguenza,

la quota Serravalle del Comune (il 18, 6 per cento) è stata messa in un bel pacchetto col fiocco insieme al 20 per cento delle più appetibili azioni Sea (gestione aeroporti di Linate e Malpensa). Il tutto al prezzo di 385 milioni di euro. [...] Ora la gara è conclusa e Gamberale ha fatto marameo a Pisapia e Tabacci: ha lasciato dov’erano le azioni Serravalle e si è preso solo le Sea, scegliendo la seconda opzione prevista dal bando (il 30 per cento di Sea, senza azioni Serravalle, sempre allo stesso prezzo di 385 milioni).

Nel novembre 2011 Il Fatto Quotidiano sollevava già diverse perplessità:

“Non è la prima volta che per vendere un appartamento meno buono, se ne vende uno buono”, spiega Tabacci. Già, perché il dubbio di molti è che l’acquisto di Serravalle sia per F 2 i un cavallo di Troia per arrivare a Sea, dopo gli investimenti fatti nell’aeroporto di Napoli Capodichino. In un secondo momento la Serravalle potrebbe essere girata alla famiglia Benetton o al gruppo Gavio. Che rientrerebbe così in possesso di quote dell’autostrada, dopo averne ceduto nel 2005 il 15 % alla Provincia allora guidata da Filippo Penati. A un prezzo ben più caro di oggi: 238 milioni di euro.

Gavio, ai tempi, vendette il 15% delle azioni di Serravalle alla Provincia di Milano per 238 milioni di euro, avendole acquistate a 62 milioni, realizzando un profitto di 176 milioni di euro.

Ieri altre ombre si sono allungate su tutta la vicenda, grazie a un articolo pubblicato da L’Espresso:

Da almeno quattro mesi i pm hanno aperto un’indagine sulla gara per la cessione di una quota della Sea, la società che controlla gli aeroporti di Linate e Malpensa, da parte del Comune.

Il procedimento non è il solito “atto dovuto”, che nasce dopo un esposto politico o una bega tra concorrenti, ma ha una base inquietante: l’intercettazione del protagonista dell’operazione, Vito Gamberale. Gamberale, amministratore e azionista del fondo per le infrastrutture F2i, è stato registrato mentre discute della vendita del 29,75 per cento della Sea e chiede garanzie sul capitolato d’asta. Il nome del suo interlocutore è custodito con la massima riservatezza: si tratterebbe di una figura lontana dalla politica lombarda ma in ottimi rapporti con il vertice nazionale del Pd. Al telefono i due mostrano grande intimità e parlano senza freni. Il patron di F2i fa molte domande su come sta venendo impostato il bando del Comune di Milano e si raccomanda che non ci siano sorprese. L’altro lo tranquillizza e dice che tutto sarà costruito su misura, proprio in base a quanto il fondo desiderava. E insieme ridono della faccenda: una partita da centinaia di milioni di euro, che stava per consegnare a Gamberale una fetta consistente dei due aeroporti milanesi.

Un bando scritto su misura?

I requisiti adottati dal Comune sono apparsi troppo simili alla manifestazione d’interesse formulata proprio da F2i, che si era fatta sotto per rilevare con 380 milioni di euro un pacchetto di tesori municipali: il 18,6 per cento dell’autostrada Serravalle e il 20 per cento della Sea. Solo il dossier aeroporti però è andato avanti.

E ricordate il fondo indiano? Secondo L’Espresso, un altro investitore aveva manifestato il proprio interesse. Si tratta del

fondo australiano Macquarie, un colosso mondiale che conta azionisti arabi e asiatici ricchissimi. Da decenni Macquarie investe negli hub: fino al 2007 possedeva il 44 per cento degli Aeroporti di Roma, società che gestisce Fiumicino e Ciampino. Ha avuto quote di Bruxelles e Copenaghen, anche se nell’ultimo periodo si è concentrata sullo scalo internazionale di Sydney. Gli australiani, ottimi conoscitori degli intrecci tra politica e imprenditoria in Italia, avrebbero seguito tutta la procedura ma all’ultimo minuto non hanno trasformato i loro approcci in una proposta concreta. Contattati da “l’Espresso”, hanno ribadito la linea aziendale di non rilasciare commenti sulle gare, “sia che ci interessino o meno”.

Al momento è in discussione un’ulteriore vendita di quote di SEA. Forse è opportuno rallentare, e fare chiarezza.

Una considerazione conclusiva riguarda l’ennesima scelleratezza del patto di stabilità interno – che, non dimentichiamolo, è elaborato con la finalità di rispettare il Patto di stabilità e crescita negoziato a livello europeo. Sul sito del Ministero dell’Interno troviamo scritto:

Un obiettivo primario delle regole fiscali che costituiscono il Patto di stabilità interno è proprio il controllo dell’indebitamento netto degli enti territoriali (regioni e enti locali).

In questo caso, per rispettare il Patto di stabilità interno, ci si trova costretti a vendere pezzi di patrimonio che generano reddito, perdendo di vista il fatto che la grandezza di un debito è solo uno degli elementi a cui fare attenzione per controllare l’indebitamento. L’elemento con il quale bisogna mettere in relazione lo stock del debito sono i flussi: sono i flussi a garantire la solvibilità di un debito in un determinato arco temporale. SEA genera flussi positivi, che quindi aiutano a tenere sotto controllo l’indebitamento del Comune di Milano. Vendere pezzi di SEA garantisce l’abbattimento dello stock di debito, ma non la sua futura solvibilità.

“E mentre noi dicevamo…”

…che le ideologie erano finite, se ne sono costruita una!

Pierluigi Bersani, 10 luglio 2010

Già. E lo si può notare anche dalle dichiarazioni dei pochi dirigenti leghisti che si sono espressi sulla vicenda Boni. Mentre nel 1993 portavano il cappio in Parlamento, sventolandolo minacciosi di fronte a quei politici che ritenevano corrotti, ora è tutto un susseguirsi di allusioni ai famigerati “poteri forti”, contro i quali la Lega, candida fino al midollo, si batte.

“Vogliono sfasciarmi il partito, ma noi andiamo avanti. E chi se ne frega dei giudici!”, ha dichiarato Umberto Bossi, mentre Giampaolo Dozzo (capogruppo alla Camera) traccia una linea che congiunge questo e un altro caso giudiziario riguardante un esponente leghista: “Non ci sorprende che la magistratura abbia per noi un occhio di riguardo. Quando un nostro deputato, Gianluca Pini, presentò un emendamento che introduceva la responsabilità civile dei giudici venne raggiunto da un avviso di garanzia dopo appena una settimana. No, la notizia di Boni l’ho appresa dalle agenzie e non entro nel merito, ma non mi sorprende”. Due indizi fanno una prova, come no: la politica (e gli immancabili poteri forti) si è fatta potere giudiziario e perseguita la Lega. Lo dichiara esplicitamente Matteo Salvini: si tratta di “strane coincidenze contro l’unica opposizione”. L’ideologia leghista e il senso di appartenenza è talmente radicata che i dirigenti possono permettersi di dire queste cose, mentre La Padania nasconde la vicenda, perché sono sicuri che i militanti “faranno di sì con la testa” e saranno incapaci di indignarsi.

I fatti, però, sembrano raccontarci altre cose. In primo luogo l’opposizione della Lega non sta dando fastidio a nessuno. In secondo luogo Davide Boni – innocente fino all’ultimo grado di giudizio, sia chiaro – non è solamente un dirigente della Lega, anzi, è soprattutto un altro tassello del “modello alla rovescia”, che Marco Alfieri ha descritto benissimo:

Fateci caso: Formigoni è presidente della Lombardia da prima che il governo Prodi portasse il Paese nella moneta unica (1998). A sua volta il Carroccio è un socio decisivo di maggioranza da quando le Torri Gemelle c’erano ancora (2001). In politica sono ere geologiche. Perché alla lunga le dinastie finiscono per usurarsi se non c’è alternanza nei gruppi dirigenti. Senza ricambio i sistemi s’inceppano, l’aria diventa viziata e la trasparenza si opacizza, al cospetto di un’opposizione colabrodo mai davvero in grado di farsi alternativa. E’ a quel punto che il fortino diventa autoreferenziale, ci s’immagina autosufficienti, e i suoi membri intoccabili. I controlli si allentano e scoppiano impunità e scandali. Tanti, troppi. A metterli in fila, con cadenza ormai settimanale, fanno impressione. Dalla contabilità regionale sono esenti solo Udc, Idv e Sel.

Ufficio di Presidenza Regione Lombardia: l'unico non indagato.

Ufficio di Presidenza Regione Lombardia: l'unico non indagato.

E non è neanche Roma a corrompere, come in tanti ci vorrebbero far credere. Il sistema è padanissimo, tanto che attraversa (quasi) tutto l’arco delle forze politiche, senza distinzioni di colore.

Di lotta mirata alla corruzione non si sente parlare molto, tra politici e politicanti, nonostante costi svariati miliardi ai cittadini e alle imprese (circa 60 all’anno, collocando l’Italia al 69° posto nella classifica redatta da Transparency International, mentre nel 1995 ci trovavamo al 33° posto – Do you remember Tangentopoli?).

Insomma, ripartire da Canossa, che forse siamo ancora in tempo.

Regione Lombardia: guerra aperta al Royale con formaggio

A breve andrà in votazione in Regione Lombardia la cosiddetta “legge Harlem”. Massimiliano Orsatti, relatore, la presenta così sul proprio sito:

Una legge contro i vandalismi e i rovesciamenti di auto, finalmente. No: tutto il contrario,  si tratta di un provvedimento che interviene sulla normativa in materia di attività di artigianato, commercio, estetista, acconciatore. Il riferimento normativo principale – indicato al Titolo I del Progetto di legge, “Ambito di applicazione e principi generali” – è la Direttiva europea 2006/123, conosciuta anche come Direttiva Bolkestein, la quale, oltre alla promozione della libera circolazione dei servizi e della fiducia tra gli Stati membri (sic), ha la finalità di

semplificare le procedure amministrative, eliminare l’eccesso di burocrazia e soprattutto evitare le discriminazioni basate sulla nazionalità per coloro che intendono stabilirsi in un altro paese europeo per prestare dei servizi. Per raggiungere questi obiettivi propone la creazione di sportelli unici dove i prestatori di servizi possano portare a termine tutte le formalità necessarie, la possibilità di espletare queste procedure via internet, l’eliminazione di requisiti burocratici inutili, autorizzazioni discriminatorie e discriminazioni basate sulla nazionalità.

Nel testo della direttiva, infatti, si legge:

Gli Stati membri non subordinano l’accesso ad un’attività di servizi o il suo esercizio sul loro territorio al rispetto dei requisiti seguenti:

  1. 1)  requisiti discriminatori fondati direttamente o indirettamente sulla cittadinanza

Ecco, quello che non si capisce è come sia possibile perseguire questi obiettivi attraverso la “legge Harlem” (qui il testo completo), che prevede:

  • la facoltà per i comuni di disporre il divieto di vendita di determinate merceologie, qualora questa costituisca un contrasto con la tutela di valori artistici, storici o ambientali;
  • la facoltà di limitare nei centri storici l’insediamento di attività che non siano tradizionali o qualitativamente rapportabili ai caratteri storici, architettonici e urbanistici dei centri medesimi;
  • la facoltà di consentire in caso di cessazione delle attività tutelate nelle zone localizzate, la sola attivazione, per un arco temporale fino a cinque anni, di una o più delle medesime attività appartenenti allo stesso settore alimentare o non alimentare;
  • l’obbligo, affinché sia concessa l’autorizzazione alla somministrazione di alimenti e bevande, della presentazione di un attestato di conoscenza della lingua italiana. Si può scegliere tra Certificazione Italiano Generale di livello A2, un documento che attesti di aver conseguito un titolo di studio presso una scuola italiana o di aver frequentato un corso professionale relativo al settore merceologico di riferimento approvato dalla Regione Lombardia;
  • che per il riconoscimento professionale, oltre che l’iscrizione all’INPS, debbano essere attestati “gli adempimenti contributivi minimi previsti da parte della previdenza sociale nazionale”.

Legge anti-Kebab vi dice niente?

Oltre a queste norme, si stabilisce che “tutte le informazioni commerciali esposte agli utenti devono essere rese anche in lingua italiana. Qualora le indicazioni siano apposte in più lingue, devono avere tutte i medesimi caratteri di visibilità e leggibilità. Sono consentiti termini stranieri o derivanti da lingue straniere che sono ormai di uso corrente nella lingua italiana ed il cui significato è comunemente noto”. Pur essendo di una vaghezza impressionante (sushi e sashimi, ad esempio, pur essendo di uso corrente, hanno un significato “comunemente noto”, tale per cui un qualsiasi residente in Lombardia li sappia distinguere?), ora pretendo che tutti i nomi dei panini e dei prodotti alimentari di McDonald’s (e simili) siano tradotti in Italiano, perché non credo che sia comunemente noto cosa sia un Arizona Dream, un Big Tasty, un McWrap, un Big Mac, un Royal Deluxe, un Crispy Mc Bacon. E ancora: Chicken Legend, McChicken, Chicken McNuggets, Filet-O-Fish, BBQ Wrap, McFlurry, Sundae e Milk-Shake. 

Il Kebab, invece, penso sia oramai patrimonio comune.