Ci sono ancora i soldi per curarsi?

sanita_veneto_ticketLa sofferenza economica del Nord Est sembra si stia traducendo in una minore propensione ad affidarsi alle cure mediche, probabilmente proprio a causa delle gravi condizioni economiche in cui versano sempre più famiglie. In Veneto, in particolare, il costo del ticket sanitario è pari a 36,15 euro, cifra alla quale viene applicata una maggiorazione di 5 o 10 euro (a seconda che il reddito sia inferiore o superiore ai 29mila euro) per le prestazioni specialistiche. Ed è così che – sempre in Veneto – la Regione segnala una perdita di 2.276.236 prestazioni ambulatoriali, passate dalle 71.068.259 del 2011 alle 68.792.023 del 2012. Questa perdita va a sommarsi al calo del 3% già registrato tra il 2010 e il 2011.

«Tra i motivi del segno negativo – spiega Domenico Scibetta, direttore sanitario dell’Usl di Padova – c’è anche la riforma del nomenclatore, che ha accorpato alcuni esami: prima venivano conteggiati come 5 o più, oggi valgono 1, perciò riducono la massa complessiva», ma il problema non è riducibile a questo singolo argomento. E’ sufficiente pensare che se l’Usl 9 di Treviso registra un calo delle prestazioni pari al 15%-17%, questo è dovuto soprattutto alle branche non salvavita, «mentre tengono le specialità «traccianti» (cioè di riferimento) come Cardiologia, Oculistica e Gastroenterologia».

Prestazioni che sono passate dalle strutture pubbliche a quelle private? Non sembrerebbe, stando ai dati forniti da Anisap, sigla dei convenzionati: «le prestazioni di Radiologia sono calate a 318 mila da 377 mila; 2.522.000 quelle di fisiokinesiterapia contro i 2.793.000 del 2011; gli esami di laboratorio sono passati da 4.042.000 a 3.282.000».

Giuseppe Cicciù, presidente regionale del Tribunale del Malato, descrive una situazione disperata: «la gente non si cura più perché non ha i soldi oppure va a intasare gli ambulatori aperti dalle associazioni caritatevoli per i poveri e gli extracomunitari in difficoltà: gli accessi sono aumentati del 200%. Abbiamo chiesto una soluzione alla Regione, ma la priorità va al pareggio di bilancio, quindi non vediamo vie d’uscita».

L’assessore alla Sanità veneta, Luca Coletto, tiene assieme i due argomenti, sostenendo che in parte la diminuzione dell’incasso derivante dai ticket è dovuta a un trasferimento verso i privati («Io credo che il crollo di prestazioni sia dovuto anche all’aumento degli utenti del privato puro, come detto, e a una migliore appropriatezza prescrittiva»), ma ammettendo la difficoltà delle fasce più deboli: ««Eh sì. La situazione è seria, il non curarsi aggrava ulteriormente la crisi del Paese. Il governo dovrebbe garantire una sanità universalistica e tutelare i più deboli».

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Don Torta: «prendiamo i soldi ai ricchi»

Il triplice suicidio avvenuto alla fine di settimana scorsa, a Macerata, ha puntato nuovamente l’attenzione, con dolorosa efficacia sulle situazioni di sofferenza che annullano qualsiasi prospettiva di riscatto, che si diffondono sempre più nel nostro Paese.

Capita così che a Dese, località del Comune di Venezia, sul foglietto parrocchiale della domenica si trovino le parole tutte politiche del parroco, don Enrico Torta, il quale invita a prendere i soldi a chi si è indebitamente arricchito:

Io sono un povero peccatore e faccio quel che posso anch’io, ma che non capiti mai che un mio parrocchiano sia tentato di uccidersi: insieme, io per primo, lo aiuterò a prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri, perché sopravviva.

Don Enrico Torta continua con un appello agli eletti, chiamandoli «servitori della comunità»:

Cosa dicono di questo evento i nostri servitori delle comunità, ossia gli eletti nei partiti, che stanno facendo le meline attorno ai loro orgogli mentre la nave, con fatti simili, sta davvero affondando? Non hanno il coraggio, come dei vigliacchi, di un atto di intelligente umiltà, di prendere decisioni veramente politiche, a servizio della polis? Vergogniamoci, dobbiamo tutti vergognarci.

Chi gioca più a calcio in Italia?

La Federazione Italiana Giuoco Calcio ha pubblicato, come da tradizione, il «Report Calcio» nella edizione 2103, un documento che traccia un quadro molto particolareggiato del movimento calcistico legato alla FIGC in Italia. Dai bilanci delle società, alle rappresentative giovanili, dall’affluenza agli stadi (paragonata al resto d’Europa) al costo del biglietto. C’è anche un passaggio che conteggia quanti tesserati alla FIGC vi sono in ogni regione italiana; i grafici che fotografano tale situazione sono i seguenti:

Da Report Calcio 2013: società e tesserati alla FIGC per regione.

Da Report Calcio 2013: società e tesserati alla FIGC per regione.

Spicca, sia in termini di società affiliate che di tesserati, la Lombardia, affiancata, per numero di società, dalla Campania. Sopra alle mille società anche Lazio, Sicilia e Veneto. Seguono Emilia Romagna e Piemonte (sommato alla Valle d’Aosta). Per quanto riguarda i tesserati scopriamo qualche sorpresa: la Lombardia rimane prima, ma distanzia notevolmente la Campania, riassorbita nel gruppo degli inseguitori.

Tutti questi dati, però, non tengono conto di un fattore fondamentale: la popolazione residente nelle singole regioni. Pesando i tesserati sulla popolazione residente si ottiene una fotografia per certi versi molto diversa: la Sicilia e la Campania scivolano nelle zone basse, il Lazio non brilla più e neppure la Lombardia. Spiccano, invece, alcune regioni del centro Italia:
Tesserati FIGC ogni mille abitanti.Qui sotto tutti i dati:


Regione Tesserati FIGC ogni 1000 abitanti
Abruzzo 23,7
Basilicata 19,8
Calabria 17,2
Campania 13,7
Emilia-Romagna 18,4
Friuli-Venezia Giulia 22,8
Lazio 16,2
Liguria 17,8
Lombardia 17,9
Marche 29,0
Molise 31,7
Piemonte e V.d.A. 16,2
Puglia 12,4
Sardegna 23,2
Sicilia 11,8
Toscana 21,2
Trentino-Alto Adige 24,9
Umbria 26,0
Veneto 22,0

I «ceti produttivi» traino del consenso al M5S

Il Movimento 5 Stelle fa il «boom», tra i ceti produttivi. Ciò è quanto emerge da un’interessante indagine condotta da IPSOS per CNA, dove per «ceti produttivi» si intendono «imprenditori, artigiani, dirigenti e liberi professionisti» (non ho capito perché gli operai, per dire, non sono «produttivi»).

Un primo dato, riguardante la fiducia nelle possibili coalizioni di governo, con il centrosinistra in versione «foto di Vasto», conferma la difficoltà del centrosinistra nel rappresentare questo tipo di elettorato. Le stesse difficoltà sembra soffrirle il centro, mentre lo «spread» tra fiducia dei cittadini e fiducia dei ceti produttivi è decisamente positiva – 6 punti di differenza – per il Movimento 5 Stelle:

Per quanto riguarda le intenzioni di voto, lo «spread» si riduce, ma mantiene lo stesso segno, per PD e M5S.

Interessante notare, invece, come lo «spread» della coalizione centrista si annulli e come lo «spread» della Lega Nord sia negativo: la quota di cittadini che voterebbe Lega Nord è maggiore rispetto alla quota di cittadini appartenenti al ceto produttivo che la voterebbe.

Infine, adottando una prospettiva temporale per l’analisi del dato riguardante il M5S, si può notare come i ceti produttivi funzionino in un certo senso da «traino» per il consenso del partito di Beppe Grillo: lo «spread» è sempre positivo, con degli «strappi» che col tempo sembrano colmarsi:

 

 

Se in Veneto studiare è un lusso

di Gianluca Pozza*

Rischia di diventare un rito annuale la protesta degli studenti dell’università di Padova: come l’anno scorso anche quest’anno la Regione non ha ancora erogato buona parte delle borse di studio che consentono di frequentare l’Università anche a chi non può permettersela. Il Sindacato degli Studenti (lista studentesca vincitrice delle ultime elezioni universitarie) è così sceso nuovamente in piazza a protestare chiedendo all’assessore Donazzan di stanziare i fondi già previsti (5 milioni di euro).

Qual è il nocciolo della questione?

Il diritto allo studio è una materia di competenza regionale e riguarda tutti quei provvedimenti, come le mense e le borse di studio, mirati a permettere a chiunque di poter accedere ai vari livelli dell’istruzione. In Veneto da anni la Regione non stanzia fondi per le borse di studio e, di anno in anno, sta diminuendo i fondi agli enti per il diritto allo studio (ESU) che gestiscono le case dello studente, le mense ed altri servizi.

I fondi per cui gli studenti padovani sono scesi in piazza però non provengono direttamente dalla Regione, ma arrivano dal fondo integrativo per le borse di studio che lo Stato versa alle regioni, nel caso Veneto ad integrare il nulla messo dall’assessore Donazzan.

Se questi soldi sono stanziati a bilancio regionale non sono però elargiti a causa dei vincoli del patto di stabilità, la Regione sceglie infatti, per il secondo anno, di utilizzare la liquidità a sua disposizioni per altre spese di bilancio sacrificando il diritto allo studio, ritenuto evidentemente di scarsissima importanza data anche l’esiguità dei fondi in questione. Non è però uguale per uno studente ricevere la borsa di studio ad inizio anno o dopo un anno e mezzo praticamente come rimborso spese, in tutto quel tempo le spese per lo studio non sono certo congelate e per molti studenti nemmeno il lavoro saltuario (spesso in nero) riesce a compensare questa mancanza. Non sono pochi infatti i casi di indebitamento.

In realtà una parte delle borse sono già state erogate. Questo perché sono prese dalla tassa regionale sul diritto allo studio che tutti gli studenti pagano ogni anno (circa 7 milioni per Padova) e che viene subito elargita. Se a questo aggiungiamo che l’Università di Padova stanzia 2 milioni (presi dalla tassazione studentesca) per coprire le borse che non saranno coperte dai fondi statali e regionali, supplendo la regione, vediamo che ben il 64% delle borse è pagato dalle tasse degli studenti padovani stessi.

Quindi solo il 36% dei fondi delle borse di studio proviene dalla contribuzione generale, tra l’altro nazionale, il resto è solo a carico degli studenti. Diventa chiaro che l’istruzione non viene più concepita come un valore per la collettività, ma solo un servizio per il singolo. Insomma se proprio gli studenti vogliono un sistema di welfare se lo paghino tra di loro, alla società italiana non interessa avere bravi insegnanti, medici, tecnici, scrittori, scienziati, ingegneri, filosofi. Competenze utili solo al singolo individuo.

Negli scorsi anni i tagli dell’ex ministro Gelmini hanno reso evidente a tutti il completo disinteresse del nostro paese verso l’istruzione e la cultura, ma ancor più drammatica è la situazione in Veneto e Piemonte, regioni ricche e a guida leghista nelle quali la spesa per l’istruzione è volutamente tagliata ai minimi (salvo i buoni per le scuole private) perseguendo quel pensiero che vede questa spesa come inutile e la cultura come uno spreco o un vezzo che può coltivare solo chi può permetterselo. Per dirla con l’ex ministro Tremonti “con la cultura non si mangia”. Forse i motivi del declino del Nord-Est andrebbero cercati anche in questa idea e nella scarsa capacità del sistema politico e industriale di mettere a frutto le competenze (non per forza solo tecniche) della generazione più istruita della storia. Questo sì un vero spreco.

Per avere una maggior conoscenza del quadro generale del diritto allo studio in Italia suggerisco questi link:

http://www.ossreg.piemonte.it/doc_02_02.asp

http://www.coordinamentouniversitario.it/documenti/scheda%20tecnica%20su%20Dsu3.pdf

http://www.roars.it/online/?p=4373#more-4373

*(Dottorando – Università di Padova)

Il lavoro, di questi tempi

di Giorgio Sangati

Nicoletta è una ragazza come tante, un ragazza semplice, un ragazza di provincia. La vita le ha dato poco e quel poco se l’è dovuto conquistare, è cresciuta in fretta. Ha imparato subito che il lavoro fa l’uomo, che senza non si può stare, non si deve. Ha scoperto che la felicità non si compra e che e va conservata con cura perchè è fragile, molto. Le è stata rubata questa felicità, fatta a pezzi, calpestata. Ma Nicoletta è una ragazza forte perchè ha ancora l’incoscienza di rischiare, di sognare che le cose, forse, si possono cambiare, ha il coraggio, raro, di dire no, di difendere la dignità di essere uomini perchè il lavoro non rende liberi.
In scena sulla sedia di una sala d’aspetto di una clinica, una giovane attrice e il suo talento, la sua generosità nel darsi fino in fondo, nel raccontare un mondo, il nostro che purtroppo ha ancora bisogno di eroi.

La prima, a San Giorgio delle Pertiche, 4 luglio, ore 21.00.

Vi ricordate l’orda?

“Anche se io spero che questo momento non debba mai venire, questo problema potrebbe diventare talmente enorme che dovremo porci il problema di usare anche le armi”.

Roberto Castelli, aprile 2011

Castelli, nella dichiarazione resa poco più di un anno fa, faceva riferimento agli sbarchi sulle coste italiane Primavera araba in corso. Come abbiamo già avuto modo di raccontare, si trattava di un dato straordinario solo (solo!) perché in controtendenza, rispetto alla dinamica decrescente degli sbarchi.

Il trend decrescente è stato confermato nel 2012:

Gabriele Del Grande, giornalista e fondatore dell’Osservatorio Fortress Europe, che si occupa di registrare ogni sbarco di migranti avvenuto sulle coste europee dal 1988, non ha dubbi: “Da gennaio a fine maggio 2012 sono arrivate non più di mille persone, come ha comunicato di recente il ministro dell’Interno Cancellieri”, spiega Del Grande, “stiamo parlando di all’incirca 20 barconi: numeri assolutamente trascurabili rispetto a quelli di un anno fa, quando nello stesso periodo erano sbarcate 30mila persone”.

Del Grande parla di una «riduzione drastica ma definitiva», dichiarazione che sembra confermare – ancora una volta – il trend negativo di cui parlavamo, che subisce delle correzioni «fisiologiche» in momenti di particolare criticità, come l’anno scorso. Il mare, negli ultimi due mesi, è stato anche in buone condizioni.

Ma i movimenti di popoli non si fermano comunque, e infatti Del Grande ritiene che possano riscuotere maggiore successo nuove (si fa per dire) forme di migrazioni, via terra, ad esempio attraverso la Turchia.

Il dato drammatico che rimane – mentre in Italia il dibattito si sviluppava sull’onda demagogica ed elettorale, l’onda della paura – ci racconta che «in 24 anni di viaggi della speranza hanno perso la vita 18.278 persone (di cui 2.352 nel 2011)». Forse era questa la «paura» più concreta, e prossima, ma ce ne siamo dimenticati, in questi 24 anni. Scusate il ritardo.

I padroni del Veneto

di Nicolò Da Lio

Giorgio Lago o Sergio Romano? Il Veneto come modello di sviluppo economico, o come nano politico?

Sull’apparente contraddittorietà di queste due interpretazioni del Veneto è costruito il libro di Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto (Laterza, 2012).

Tra le righe della narrazione di Mazzaro, infatti, traspare l’amara constatazione che il modello Veneto è impugnato unicamente come una mazza da una classe dirigente bisognosa di legittimarsi, ma incapace di dare ad una delle regioni a più rapido sviluppo quel peso politico che il suo peso economico dovrebbe garantirle.

Un’incapacità che è conseguenza dei limiti e dei punti di forza della specificità della cultura veneta, quella stessa specificità che ha contribuito allo sviluppo economico della regione.

Secondo Mazzaro, un’incapacità che non coinvolge il solo ceto politico veneto, ma che parte anche da un mondo imprenditoriale che fissa le proprie radici nella piccola proprietà contadina, un “mondo piccolo” da cui non riesce ad affrancarsi. Un mondo di «manovali della finanza», restii ad investire in un sistema bancario policentrico, causa e conseguenza della sua marginalità.

Un pensare in piccolo che porta gli imprenditori a non osare neppure nella costruzione della propria rappresentanza – il tentativo di eleggere Paolo Scaroni alla guida della Confindustria veneta, puntando sul suo ruolo di amministratore delegato di ENEL, piuttosto che di piccolo imprenditore con un’impresa a Vicenza, secondo Mazzaro ne è un esempio lampante; così come il rifiuto da parte di quella stessa confindustria di sfidare Giorgio Squinzi e Andrea Bombassei con il veneto Andrea Riello.

Un pensare in piccolo della rete dei piccoli imprenditori che spinge i grandi imprenditori a guardare altrove, ed ai ai soliti noti di sfruttare il vuoto della politica miope ed incapace di volersi emancipare dalla galassia clientelare.

In questo, la storia di Galan è centrale. Una storia che parte dai modi che hanno permesso il dipanarsi della sua cooptazione, frutto di amicizie con eredi del Partito Liberale di Migliorini,  dell’esperienza professionale in Publitalia, del sapersi agganciare agli eredi del morente duopolio DC-PSI. Una cooptazione sanzionata dal voto, ma che non ha lasciato radici ed è stata travolta dall’emergere di Luca Zaia e della Lega Nord, anch’esso incapace di affrancare il veneto dal proprio nanismo politico, frutto com’era di accordi intercorsi tra il PDL e via Bellerio.

Secondo Mazzaro, in questa struttura del potere della destra, caratterizzata dall’assenza di governo, un ruolo fondamentale è esercitato dalla sinistra, incapace di riprendersi dall’occasione perduta con le elezioni amministrative del 1995 ed abbarbicata sul luogo comune che vuole nel Veneto una regione naturalmente di destra.

Ma forse il lato più interessante dell’opera di Mazzaro non sta nella cronaca economica e politica degli ultimi vent’anni – una cronaca comunque fondamentale, e che occupa molte delle pagine del testo – quanto nella ricostruzione dell’antropologia dei “Padroni del Veneto”. Le interviste raccolte dall’autore e riprodotte nel testo, infatti, permettono ad un lettore attento di tracciare la topografia culturale entro quegli antichi mezzadri, quei nuovi imprenditori, quei politici tra le due repubbliche, insomma, quei “Padroni” interpretano ciò che li circonda, si muovono, agiscono… sbagliano e si contraddicono. Sopratutto a sinistra.

La cattiva strada

«Alla parata militare 
sputò negli occhi a un innocente 
e quando lui chiese “perché ” 
lui gli rispose “questo è niente 
e adesso è ora che io vada” 
e l’innocente lo seguì, 
senza le armi lo seguì 
sulla sua cattiva strada».

Sulla parata militare del 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica, e sul #no2giugno, forse occorre una brevissima riflessione. Perché la Repubblica è l’elemento cardine del nostro vivere: un simbolo, concreto e non campato per aria, ma che tocchiamo tutti i giorni, con i suoi limiti e difetti, con i suoi pregi. E’ giusto ricordarsi di Lei, perché attorno a Lei ci stringiamo e perché abbiamo bisogno anche dei simboli, per riconoscerci.

Ora, l’interrogativo è quale sia il senso della parata militare. A prescindere dal terremoto. Abbiamo bisogno delle forze armate, per festeggiare? Non potrebbe essere un altro gesto, a fare bene alla collettività italiana? Un gesto solidale, appunto. Che ci spinga, magari, anche a ripensare sul senso dello stare insieme, in un’unica Repubblica, alla quale, in un modo o nell’altro, tutti vogliamo bene. Nonostante le incazzature.

«Un momento per riflettere sui costi della difesa, sul disarmo, sul modello culturale e ideale che vogliamo dare a questo Paese», ha scritto Pippo. Per avviarci sulla «cattiva strada», che tanto cattiva, forse, non è.

La redazione di OnTheNord, pur consapevole del fatto che eventuali risparmi per l’annullamento della parata del 2 giugno non potrebbero certamente compensare i costi e i danni derivanti dal terremoto che ha straziato ampie zone della Pianura Padana, ritiene tuttavia giusto associarsi alla richiesta di non far svolgere la manifestazione militare sui Fori Imperiali. In un momento di lutto e di paura, di incertezza e di diffusa sfiducia nelle istituzioni, è bene che la Festa della Repubblica venga celebrata soltanto con gesti simbolici, come avvenne nel lontano 1976 dopo il sisma friulano. In questo momento non servono nè applausi, nè saluti militari, nè fanfare, per quanto sobrie possano essere, per celebrare il referendum di 66 anni fa. Servono aiuti economici e gesti concreti, presenza massiccia dei militari nei luoghi del disastro, al fianco della popolazione civile e dei tantissimi amministratori locali che si stanno prodigando in ogni modo per essere davvero vicini ai propri concittadini. La Festa della Repubblica si deve celebrare in Emilia, oggi, fra i mattoni e i calcinacci, nel fango e nelle tendopoli, là dove la natura ha unito nel sacrificio capannoni e chiese. Là si deve festeggiare, con i fatti e il silenzio testardo di chi non si arrende e resiste. Là, non a Roma su un viale alberato.

Diventare grandi e guardare dall’alto

Profilo di Città Alta, di Vania Russo – L’Eco di Bergamo

Uno dei temi che fa parte del piccolo bando che abbiamo proposto alcuni giorni fa riguarda il rapporto tra centro e periferia dello Statoche si chiama patto di stabilità, che sono i piccoli comuni costretti a fare cassa svendendo il territorio, che si chiama anche spending review, scrivevamo.

Il testo di Roberto Balzani – sindaco di Forlì e docente di Storia contemporanea – Cinque anni di solitudine ci dà una grossa mano nel rovesciare il tavolo, così da poterlo guardare da un’altra prospettiva. Dal basso, dai piedi, dalla provincia e dalle città, verso l’alto. Ma il paradosso – e qui viene il bello – è che la visione dal basso non va a discapito della prospettiva, della visione ma, anzi, la favorisce. Vuoi perché chi ci governa e chi amministra le nostre città e le nostre province sembra appiattito sul presente, schiacciato dalla volontà di fare presto e subito, vuoi perché la «sindrome di Renato Serra» (la partecipe identificazione con un destino collettivo, che è poi il vento profondo, risorgimentale, che riempie di senso le cose, che dà ragione alla passione) sembra offrire una speranza, la speranza di restituire prospettiva all’azione politica.

In questo caso, parliamo dei comuni e delle province italiane, che ci troviamo a dover gestire in un contesto in cui le risorse finanziarie cominciano ad apparire limitate e, allo stesso tempo, senza che ci sia la volontà di chi ora ci amministra di riformare qualcosa.

Per guardare le cose dall’alto, bisogna diventare grandi, devono diventare grandi sia i piccoli comuni – che sono tanti in questo Paese – che le province – che sono troppissime. Senza demagogia, ma con visione prospettica, perché abbiamo la necessità di una programmazione superiore ai piccoli feudi se vogliamo godere della vista dall’alto, ma che venga realizzata sulla base di rapporti di forza differenti: se il comune deve mediare con tutti gli altri comuni, e tutti gli altri comuni devono mediare con la provincia, e la provincia con un’altra provincia che a sua volta media con i suoi comuni che mediano tra di loro, alla fine prevale l’elemento negoziale e non quello strategico, prevale l’arcigna rivendicazione di un ruolo invece che la visione complessiva.

E chi le farà queste cose? Chi troverà gli equilibri ottimali? Balzani risponde: noi, gli amministrati. O, perlomeno, chi ci starà, chi si metterà al servizio, perché gli strumenti ci sono e le cose è meglio farle prima che tutto sia precipitato. Perché, di questo passo, esploderà l’asimmetria tra spazio della rappresentanza e spazio della gestione

E il vento profondo cosa ci piglia con tutto ciò? Ci piglia che è una grande occasione, quella di ripensare i rapporti tra enti locali, per . Possiamo essere noi, gli amministrati, a identificare i bisogni e le aspirazioni di autonomia dell’autentica realtà periferica italiana lasciando da parte la difesa accanita di una presunta identità, come vorrebbero i neoregionalismi tradizionalistici e irrazionalistici in questo primo scorcio di secolo, con l’unico fine di far combaciare lo spazio amministrativo con lo spazio socioeconomico, onde ridurre gli sprechi (di tempo e di risorse) ed inutili negoziazioni.

I territori possono e debbono essere raccontati attraverso la memoria culturale [...] ma possono e debbono essere governati da una visioneEcco, se avete una visione da proporre, un’idea che tenete nel cassetto da tanto tempo, qualche dato, qualche numero, è il momento di tirarli fuori e spedirli a onthenord@gmail.com.

A chi fosse interessato consiglio il blog Bene in Comune, di Roberto Rampi.